Da sedici anni Berlusconi promette la Rivoluzione liberale. Da sedici anni, ogni volta che mette piede a Palazzo Chigi, Berlusconi s’occupa di tutto, soprattutto dei fatti suoi, e non della succitata Rivoluzione. Da sedici anni, poi, per giustificarsi, dice che non ha ancora potuto farla perché qualcuno o qualcosa gliel’ha impedito (cosa non vera, ovviamente): una volta è il ribaltone fatto dalla Lega (1994); un’altra volta è il crollo delle Torri Gemelle; un’altra volta ancora è colpa di Follini che è troppo loquace e ciò ostacola, come dargli torto!, l’azione di governo.
Questa volta, invece, e come noto, Berlusconi e i suoi giornali lavorano perché agli occhi dell’opinione pubblica appaia Fini, quale responsabile della mancata attuazione della medesima. Naturalmente è una sciocchezza: Fini non ha alcuna responsabilità del fatto che Berlusconi abbia sin qui disatteso nove promesse elettorali su dieci del programma economico del Pdl. Prova ne sia il fatto che il finiano Mario Baldassari è l’unico parlamentare del centrodestra che abbia presentato una contro-Finanziaria (leggere qui e qui) per ridurre le tasse (e la spesa pubblica).
Ciò detto, e siccome a noi piacciono i fatti, da oggi si inizierà a prendere in considerazione tutte le promesse elettorali contenute nel programma del Pdl, e che Silviuccio nostro, almeno sin qui, non ha mantenuto; con l’auspicio, inoltre, che la sedicente blogosfera di centrodestra abbia un sussulto di dignità, ed inizi a chiedere al Premier, come noi facciamo da inizio legislatura, di rispettare gli impegni presi con gli elettori.
“Per quattordici anni, diconsi quattordici anni, la Fininvest ha scippato vari privilegi, complici i partiti: la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci con la loro stolida inerzia; e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l’altro la perla denominata ‘decreto Berlusconi’, cioè la scappatoia che consente all’intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna”.
“Il dottor Silvio di Milano 2, l’amico antennuto del Garofano, pretende tre emittenti, pubblicità pressoché illimitata, la Mondadori, un quotidiano e alcuni periodici. Poca roba. Perché non dargli anche un paio di stazioni radiofoniche, il bollettino dei naviganti e la Gazzetta ufficiale, così almeno le leggi se le fa sul bancone della tipografia?” (Vittorio Feltri, L‘Europeo, 11 agosto 1990).
Poche considerazioni e veloci, ché il sottoscritto va di fretta (c’è da preparare il bagaglio).
L’evento traumatico che si è consumato ieri – la dura censura nei confronti di Gianfranco Fini e il deferimento di Bocchino, Briguglio e Granata ai probiviri del PdL – è destinato a cagionare a Berlusconi e al suo esecutivo danni più che benefici. E ciò, per alcune semplici ragioni.
Innanzitutto, la pattuglia finiana in Parlamento è più consistente di quanto si potesse immaginare solo qualche giorno fa. Dunque se Berlusconi pensava che, una volta liberatosi dei finiani, il suo esecutivo non avrebbe avuto problemi, dovrà ricredersi.
In secondo luogo, cacciare Fini e i suoi uomini – oltreché illiberale, stalinista e ridicolo – è decisamente inutile: al Presidente della Camera, infatti, non può di certo essere imputato il fatto che il governo stia facendo una politica economica da centrosinistra moderato, e cioè pessima. Non può essergli rimproverato il fatto che Tremonti non voglia abbassare le tasse, e che abbia varato una manovra economica assai consistente anche per reperire i danari necessari a mettere all’opera il Federalismo fiscale (il cui costo stimato varia da alcuni miliardi, forse 8, ad un massimo di 100); né può essergli addossata la responsabilità del fatto che con la Finanziaria si sia introdotta la norma comunista che stabilisce che il contribuente sia colpevole fino a prova del contrario, in caso di contenzioso tributario; o che non siano state abolite le Province, al contrario di quanto promesso in campagna elettorale; né che non si siano fatte la riforma delle pensioni e le privatizzazioni. Niente di tutto ciò può essergli imputato.
A Fini può essere rimproverato solo di essersi adoperato perché la legge del Pdl sul testamento biologico – bocciata finanche dalla stragrande maggioranza degli elettori del centrodestra – fosse affossata. Così come può essergli addebitato il fatto di essersi speso acciocché il Ddl-intercettazioni non arrivasse a tradursi in un bavaglio per la stampa, e in una limitazione seria alla lotta alla Mafia. Queste, e solo queste, sono le colpe di Fini. E agli occhi di molti elettori del centrodestra è probabile non appaiano come tali.
Certo, spesse volte il Presidente della Camera ha rotto un po’ le palle con la questione della “cittadinanza breve” agli extracomunitari. Ma è difficile ritenere che parlare – ripeto: parlare – di una qualsivoglia questione possa rappresentare un crimine o un atto poco rispettoso dell‘Esecutivo. Né può essere utile il richiamo al fatto che nel programma del PdL l’argomento non fosse contemplato: se è per questo, in esso non era nemmeno previsto che noi si introducesse la norma comunista che ha invertito l’onere della prova per i contribuenti (e che farà perdere un sacco di voti tra gli imprenditori) o la “tracciabilità dei pagamenti“; così come non era nemmeno previsto che noi, si narra liberali e liberisti, si arrivasse ad aumentare le tasse, e per di più – manco fossimo una coalizione cattocomunista – ai “ricchi” (si veda alla voce: Robin Hood Tax).
Inoltre, Berlusconi, con l’espulsione dei finiani, si è infilato in un classico cul de sac.
Innanzitutto, ora i finiani avranno molta più influenza – per non parlare del potere di veto – sul governo. Come usa dire: faranno il bello e il cattivo tempo. Quindi alzeranno la voce perché l’Esecutivo, al contrario di quanto sin qui fatto, rispetti il programma elettorale. Segnatamente su due punti: l’introduzione del quoziente famigliare e l’abbassamento delle tasse (cose su cui il finiano Mario Baldassarri, invano, ha battagliato per due anni; e per mesi Generazione Italia ha martellato). E tutto ciò, agli occhi degli elettori, si tradurrà in questo: Fini e i suoi uomini hanno a cuore la riduzione delle tasse e la Rivoluzione liberale; Berlusconi e i suoi, no. Bell’autogol, Silvio, non c’è che dire!
Ancora.
In autunno sono previsti due eventi che potrebbero minare la stabilità dell’Esecutivo e aprire le porte ad un governo tecnico: il pronunciamento della Consulta – atteso tra settembre ed ottobre – sulla costituzionalità del legittimo impedimento (che, giova ricordare, protegge Berlusconi dai processi a suo carico); e la possibilità che si renda necessaria una nuova manovra correttiva (da vararsi tra ottobre e novembre, e dell’entità di 25 miliardi).
Ecco, affrontare questi due eventi, con una maggioranza risicata, è un problema serio. Anche perché sarà difficile che la Lega accetti il varo di ulteriori tagli e consistenti.
Elezioni anticipate, per uscire dall‘impasse?
Neanche per sogno! E per alcune ragioni.
Innanzitutto, Napolitano – che ha il potere di sciogliere le Camere – non le vuole: se il governo in carica dovesse cadere, dunque, egli si darebbe da fare per farne nascere un altro. E i numeri in Parlamento ci sarebbero (e già ci sono).
In secondo luogo, la crisi economica non permette neanche di prendere in considerazione l’eventualità del ricorso anticipato alle urne: i mercati finanziari e le società di rating, infatti, farebbero pagare molto cara la cosa, al nostro paese.
In terzo luogo, va ricordato che da questa legislatura, per maturare il diritto alle pensione, i parlamentari – i peones – hanno bisogno di restare in carica per cinque anni (e non più per due anni, sei mesi e un giorno). Devo aggiungere altro?
Sì, giusto una cosetta: è difficile prevedere quando, ma la rottura tra Fini e Berlusconi certamente si ricomporrà. È nell’interesse del Pdl e del centrodestra; sempreché si voglia continuare a vincere le elezioni.
State sereni, dunque, ché non è successo niente (a parte il suicidio di Berlusconi).
Il Ddl Ronchi, ratificato in via definitiva dal Parlamento, ha liberalizzato i servizi pubblici locali; e tra questi anche quelli idrici.
Come noto, subito dopo l’approvazione della legge, alcuni soggetti politici e sindacali hanno iniziato a raccogliere sottoscrizioni a favore di un referendum abrogativo della stessa; e per convincere gli italiani a firmare, hanno raccontato loro un cumulo di balle. Una in particolare: il Ddl Ronchi mira a privatizzare l’acqua. Cosa, ovviamentemente, del tutto falsa:
“Il progetto governativo (…) non prevede alcuna privatizzazione dell’acqua – il che vorrebbe dire, ovviamente, dei sistemi di gestione e distribuzione – e non è in alcun senso rivoluzionario”.
“Quello di cui si discute in Italia è solo se la gestione di acquedotti e reti debba essere lasciata in mano ai monopolisti attuali oppure se essa debba essere affidata tramite gara. Si tratta insomma di vedere se quello che c’è oggi va bene (come sembrano dirci i difensori dello status quo), oppure se non vi siano imprese disposte a farsi avanti per proporre una gestione dell’acqua potabile e delle fognature con standard qualitativi più alti e prezzi inferiori”.
“Lo spirito è quello di introdurre modalità di gestione efficiente di un servizio complesso, che va dalla captazione della risorsa idrica, il suo trasporto e potabilizzazione, e poi lo smaltimento dei reflui”.
“Quello di cui si discute sono le modalità di affidamento della gestione del servizio. Un servizio che costa, è delicato per le implicazioni sanitarie e di sicurezza, e richiede investimenti importanti per mantenere e sviluppare le reti. Oggi, più di un terzo dell’acqua che viene captata dagli acquedotti va perduta, con punte anche di gran lunga superiori alla metà”.
“Per fare tutte queste cose, servono responsabilità ed efficienza. Il sistema delle gare, che viene esteso dal progetto del governo, serve a perseguire questo obiettivo. Rendendo contendibile il mercato, si obbligano le imprese a offrire un servizio migliore. Se invece si assegna il monopolio eterno a una società pubblica, difficilmente si assisterà agli investimenti necessari: più facilmente, assunzioni facili”.
Massimo D’Alema è uno dei politici più laidi della sinistra italiana. Uno dei più ipocriti.
Non a caso oggi, parlando delle vicende giudiziarie che coinvolgono Verdini ed altri esponenti del Pdl, ha dichiarato:
“Emerge intorno al potere berlusconiano una rete di interessi, una rete affaristica che appare come un vero e proprio sistema di potere. Non si tratta di casi singoli come dice il premier ma di qualcosa che assomiglia alla rete degli anni ’90”.
“Questa vicenda fa venire alla luce la crisi di un sistema di potere, la crisi di un governo, la crisi di un leader che ha riportato il Paese agli standard di corruzione della vecchia Italia, della tanto vituperata prima Repubblica”.
Ecco, che queste cose le dica un percettore reo confesso di finanziamenti illeciti per il Pci; un politico che non è finito in galera, dopo aver intascato una mazzetta da 20 milioni di lire (nel 1985), solo grazie alla decorrenza dei termini di prescrizione; un birbaccione che si è portato in Parlamento, facendolo diventare prima senatore e poi sottosegretario del proprio governo, il pubblico ministero che lo aveva indagato e che, tra l‘altro, per inspiegabili motivi aveva ritenuto di non doverlo processare anche per altri finanziamenti illeciti (dell’ammontare di 60 milioni di lire): ecco, che queste cose le dica uno come D’Alema, francamente, è troppo.
Le puttane non facciano la morale alle educande.
“Io consegnai personalmente a D’Alema 20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia. Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti illeciti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire”.
“Nell’agenda inizialmente annotai il nome “D’Alema“ poi, vista la cresciuta confidenza, lo indicai coma “Massimo”. Maritati (il pubblico ministero che indagava su D’Alema, e che questi successivamente fece diventare senatore e poi sottosegretario, ndr) non mi ha creduto”, Francesco Cavallari, imprenditore.
“Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”, Concetta Russi, giudice per l’udienza preliminare.
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