
Causa lavori di manutenzione, domani e dopodomani il blog potrebbe non essere raggiungibile.

Il Comune di Cascina, in provincia di Pisa, è sotto i riflettori per un sexy-scandalo dai contorni alquanto inquietanti.
Il locale assessore all’edilizia popolare, Roberto Lorenzi (del Pdci), è accusato di concussione: avrebbe ricattato una donna, onde ottenere da lei prestazioni sessuali in cambio della concessione di un alloggio popolare. E’ la stessa donna che ha subito le avances, ad aver denunciato il tutto dopo aver registrato alcuni colloqui avuti con il politico:
“Sono andata più volte in Comune. E più volte ho parlato personalmente con l’assessore Lorenzi”.
“Mi fece capire che poteva aiutarmi. In cambio però avrei dovuto corrispondere alcuni “favori”…”.
“Ho avuto diverse avances anche esplicite. Pensi che, una volta, mi ha perfino invitato ad andare in una casa sul litorale”.
Ci è andata? (chiede il giornalista).
“Sì”.
“Ha modi gentili ed eleganti. Mi fidavo di lui ed ero disperata. Approfitta della disperazione delle persone”.
“Eravamo soli in casa. Prima mi ha sventolato in faccia le chiavi e quindi mi ha detto: “quando vuoi puoi venire qui con tutta la tua famiglia””.
“Era facile intuire che cosa volesse in cambio. Me lo ha fatto capire e sono corsa via”.
Ha ricevuto più di una avances?
“Sì”.
Ha le prove di quel che dice?
“Sì”.
Ha sempre ricevuto questo tipo di attenzioni?
“Quando ero sola con lui era la “regola” (…)”.
“Una volta avrebbe voluto che partecipassi ad un “filmino porno” amatoriale con estranei”.
La donna, inoltre, è convinta che se avesse accettato le “richieste” dell’assessore avrebbe potuto ottenere una casa:
“Ne sono convinta. Come sono convita che in molti lo sapessero anche in Comune”.
Crede che altre signore abbiano ceduto a queste pressioni?
“Ne sono certa, e in cambio hanno ricevuto la casa popolare. Nessuno lo ammetterà mai ma sarà sufficiente guardare gli immediati cambiamenti nelle graduatorie per rendersene conto”.
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Quelli del Corriere della Sera non riuscirebbero a fare uno scoop nemmeno per errore. Sicché non stupisce che oggi abbiano pubblicato un articoletto che non è altro che una scopiazzatura, e alquanto modesta, dei “pezzi” scritti da Gianluigi Nuzzi, l’autore di Vaticano Spa, per Libero.
Ma veniamo al dunque.
Tutto ciò che in questi giorni si sta abbattendo su Di Pietro, a cominciare dallo tsunami rappresentato dalle foto che lo ritraggono assieme a uomini dei Servizi segreti, è opera, se così si può di dire, di un suo ex collaboratore, Mario Di Domenico. Questi, è bene precisare, ha partecipato alla fondazione dell’Italia dei Valori e ne ha redatto lo Statuto. Nel 2004, però, ne è stato espulso: il Ducetto di Montenero di Bisaccia, infatti, non tollerava che Di Domenico gli “facesse le pulci”, e che gli chiedesse spiegazioni in ordine a strani movimenti di danaro, e alla gestione “personalistica” – e per nulla trasparente – dei finanziamenti pubblici destinati all’Italia dei Valori.
Di Domenico, in quanto ex sodale di Totonno, ne conosce vita, morte e miracoli. Così come conosce ogni aspetto, anche il più recondito, della genesi di Italia dei Valori. Ciò premesso, veniamo a parlare dell’assegno di 50.000 dollari, emesso all’ordine dell’Italia dei Valori, e di cui oggi ha riferito il Corriere della Sera.
La storia è questa.
Tra la fine del 2000 e l‘inizio del 2001, intento a racimolare palanche onde finanziare la propria creatura politica, Tonino vola negli Stati Uniti accompagnato dalla fedelissima Silvana Mura. Negli States, Totonno entra in rapporti con un imprenditore italiano, Gino A.G. Bianchini.
Chi sia costui, ce lo racconta l’ottimo Gianluigi Nuzzi:
“(…) Ma di chi si tratta? Deve essere un personaggio poco chiaro se proprio un omonimo Gino A. G. Bianchini alla fine degli anni ‘80 venne coinvolto in processi per truffa e bancarotta in Virginia”.
“La corte del distretto della Columbia: “Valutando il ricorso di alcuni clienti per un assegno sparito da un milione di dollari, Gino A. G. Bianchini, presidente di Enercons, venne accusato di aver fatto fare all’assegno una serie di giri a vuoto per bypassare le norme sulla sicurezza”. Ancora. Lo stesso Bianchini, definito truffatore, viene accusato di aver organizzato un sistema fraudolento di finte esportazioni per sottrarre circa 16 milioni di dollari a banche italiane e straniere col fine di fallire e tenersi i finanziamenti. Appello venne fatto da Banca Emiliana, banca di Sondrio, Banca Agricola Mantovana, ma Bianchini si salvò perché aveva usato un’altra società come scudo: la Montepelmo intestata a tale Davide Farinacci”.
Abbiamo inquadrato, dunque, chi sia Gino A. G. Bianchini.
Perché era rilevante saperlo? Perché costui, in data 22 marzo 2001, emise – all’ordine dell’Italia dei Valori – un assegno post-datato del valore di 50.000 dollari, da incassarsi il 13 maggio 2001. Ecco l’assegno:
Fin qui, però, poca roba. Le cose rilevanti sono altre; tre, per l‘esattezza: la prima, è che il 13 maggio 2001 si votò per il rinnovo del Parlamento italiano; la seconda, è che un certo Gino Bianchini (un omonimo?) fu candidato – come ho appurato grazie a Wikipedia - nel collegio senatoriale Roma Trieste (eccovi l’immagine ingrandita).
La terza, ed è la notizia più importante, è che il signor Gino A. G. Bianchini, 24 ore dopo le votazioni, indirizzò a Di Domenico una missiva dal contenuto assai inquietante, che Libero ha pubblicato (ed il Corriere della Sera, no), e che vi riporto:
“Rimango ovviamente con Di Pietro ma debbo rientrare a curare le mie cose in Toscana e poi in Usa. E’ ormai penosamente chiaro che non sono stato eletto quindi strappa il mio assegno di 50.000 dollari che annullo. Nel caso di un miracolo, ve lo sostituisco con altro BEN MAGGIORE (…). Un abbraccio a Antonio e a te”, Ing. Gino Bianchini, 14-05-01.
Di Domenico, su Bianchini, ha dichiarato che fu:
“Segnalato da Di Pietro in quanto proveniente da ambienti politici vaticano-americani, ma che io ravvedendo in quella forma di finanziamento piuttosto un acquisto di cariche politiche e quindi una certa pericolosità mi sono rifiutato di portare all’incasso”.
E sull’assegno incriminato, ha precisato:
“Una sera Bianchini mi allungò un assegno di 50 mila dollari, ma con scadenza “13 maggio 2001″, il giorno delle Politiche, con la ragione causale “elections”. In pratica, mi veniva detto dai suoi sostenitori che quello sarebbe stato solo l’anticipo della ben più cospicua somma di finanziamento. Si parlava addirittura di somme dieci volte maggiori…”.
Va detto, però, che Di Pietro – a Libero – ha provato a chiarire:
“Non ho mai visto quell’assegno, anzi vorrei capire a che titolo Di Domenico lo aveva in mano e perché non lo ha distrutto come gli chiedeva Bianchini”.
Non resta che sperare la magistratura indaghi al riguardo (non ridete!).
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Come noto, il Pd ha deciso di candidare alla guida della Regione Campania Vincenzo De Luca. Un uomo, come dire, con qualche problemino giudiziario: sul groppone, infatti, gli sono piovute tre richieste d’arresto, e in più è stato rinviato a giudizio per falso e truffa. Nonostante questo, Bersani ha deciso di candidarlo. E la cosa ha fatto storcere il naso a molti esponenti del partito.
E’ il caso, ad esempio, di Isaia Sales: già parlamentare del Pci e poi del Pds, nonché consigliere economico di Antonio Bassolino. Intervistato da il Fatto quotidiano e dal Corriere del Mezzogiorno, Sales ne ha dette di tutti i colori all’indirizzo di De Luca (l‘intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno è stata pubblicata ieri a pagina 3, in un articolo firmato da Ro. Ru.):
“La scelta Di De Luca è catastrofica. Significa la fine del Partito democratico”, ha dichiarato al Corriere del Mezzogiorno.
“Candidare De Luca è come volersi alleare con i cattolici e inserire nel programma l’abolizione della messa. Nel suo caso siamo di fronte ad un misto di stalinismo e leghismo”.
“Se De Luca viene scelto per marcare la discontinuità con il sistema di potere bassoliniano allora abbiamo preso tutti un abbaglio. Si vada a vedere davvero quali sono i criteri con cui amministra Salerno, quali e quanti fedelissimi ha piazzato nei posti chiave delle istituzioni locali”.
A questo punto, Sales lancia accuse pesanti:
“Il 60% dei componenti il direttivo provinciale del Pd di Salerno è formato da membri delle società miste che hanno ottenuto gli incarichi grazie a lui. Persone vicine a De Luca sono stati assunti (sic, ndr) nelle società miste. Vogliamo parlare della Sanità? Allora proviamo a vedere quanti primari ha fatto nominare. La verità è che la città di Salerno vive in un cono d’ombra e i media non hanno mai acceso i riflettori su come viene gestito il potere”.
“Così come non posso dimenticare le tante volte che il primo cittadino di Salerno ha cambiato opinione anche su questioni importanti”.
“Sui rifiuti, ad esempio. Prima protestava contro gli inceneritori, poi ha cavalcato l’onda del termovalorizzatore candidandosi a costruirlo nella sua città; ora ha cambiato di nuovo idea. Tutto questo per mero calcolo elettorale. E poi ci sono le questioni giudiziarie aperte con la storia delle intercettazioni inutilizzabili per il processo”.
Perché ritiene sia importante ascoltarle? (chiede il giornalista).
“Perché offrono pienamente il quadro sul modo di amministrare il potere da parte di De Luca, sui suoi rapporti con Lettieri”.
A proposito delle intercettazioni che riguardano il processo a carico di De Luca, Sales è stato più chiaro nell’intervista rilasciata a il Fatto quotidiano:
“(…) Ha goduto del privilegio di ottenere dal Parlamento la distruzione delle intercettazioni che lo riguardano (…). Se, come De Luca dice, non ci sono problemi perché lui ha difeso il lavoro di centinaia di operai, allora metta in rete quelle telefonate. Chi le ha sentite parla di contenuti che descrivono un sistema di potere impressionante”.
“De Luca è il politico campano più in sintonia con la concezione della politica come gestione del potere, al suo confronto Bassolino è un dilettante. La verità è che il gruppo dirigente nazionale del Pd in nome dell’antibassolinismo ha alimentato e fatto crescere in Campania una serie di satrapi di provincia. Ne ha armato la mano e ora non sono in grado di fermarli. Nella concezione del vertice del Pd, il territorio serve solo per sostenere il centro. Chi gestisce un sistema di potere territoriale può fare quello che vuole. Salerno conta 140mila abitanti ed è in grado di condizionare la politica nazionale del Pd, un partito che si sta sgretolando sotto la spinta dei potentati locali”.
Parole come pietre.
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Dei rapporti intrattenuti da Di Pietro con i Servizi Segreti abbiamo parlato ampiamente in questo post, prima che venissero diffuse le foto che lo ritraggono a cena coll’allora numero tre del Sisde, Bruno Contrada (arrestato nove giorni dopo quell’incontro, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa).
Qui, oggi, ci si limiterà a riportare alcune domande rivolte da Libero e da Il Giornale all’ex pm:
1) Che ci faceva Di Pietro a cena col funzionario del Sisde Bruno Contrada poco prima che l’arrestassero?
2) Se Di Pietro era in rapporti con la Procura di Palermo, probabilmente sapeva che Contrada stava per essere arrestato: perché è andato a mangiare con lui?
3) Perché dopo l’arresto di Contrada non avvertì il capo del pool, Borrelli, di essere andato a cena con un capo dei servizi segreti in odore di mafia?
4) Perché quelle foto sono state occultate per anni?
Il sondaggio è stato realizzato da Crespi Ricerche (è possibile leggere anche un’intervista al candidato del centrodestra, Stefano Caldoro).
Veniamo al Lazio.

Noi, Brunetta, lo vorremmo Ministro dell’Economia:
“Noi concentriamo la flessibilità sui figli, l’articolo 18 (la norma dello Statuto dei lavoratori che impedisce i licenziamenti senza giusta causa) garantisce i padri, che sono ipergarantiti”.
“Spendiamo troppo in cattivo welfare per i padri e troppo poco per i giovani. Spendiamo tantissimo per finte pensioni di invalidità, e quasi nulla per incentivi per gli affitti e le borse di studio per i giovani”.
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