Il confronto Berlusconi Prodi visto da Gianpaolo Pansa

Dall´Espresso:

Il sogno. Abbiamo bisogno di un sogno. Dobbiamo dare agli italiani un sogno nuovo. Era stato questo il tam-tam ossessivo dei giorni precedenti il primo Grande Duello tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Il tam-tam risuonava nel quartier generale del Cavaliere. Silvio si tormentava dicendo a se stesso: “Devo cercare un’idea nuova, un sogno mai sognato prima! E offrirla a chi vuole votare per me. E soprattutto a chi pensa di abbandonarmi, dopo avermi dato la vittoria nel 2001”.

Cerca e ricerca, sembrava averla scovata, quest’idea mai vista. Tanto che, alla vigilia del duello, il suo staff aveva trasmesso ai media un messaggio del Cavaliere: “La sera del 14 marzo farò agli italiani una sorpresa!”. Di quale sorpresa si trattasse, nessuno dei consiglieri voleva dirlo. Del resto, se una sorpresa non sorprende, che sorpresa è?

Poi la sera del Grande Duello è arrivata. La sorpresa c’è stata. Il sogno ha preso corpo nello studio di Rai Uno, tutto bianco, asettico quanto la cabina di un’astronave. Ma a rivelarlo non è stato il Cavaliere, bensì il Professore. Nell’ultimo round dell’incontro, Prodi ha spiegato quel che gli stava dettando il cuore: il sogno di un paese finalmente pacificato, invece che spaccato in due, diviso, frantumato in fazioni capaci soltanto di odiarsi. E anche un paese che cerca un po’ di felicità .

è questa la sorpresa di Romano. Offerta con lo stile che gli conosciamo. Dieci anni fa, nel 1996, l’avevo definito, senza ironia, un parroco fervido: il Parroco dell’Ulivo. Un decennio dopo, il Parroco è un po’ invecchiato. Come il Cavaliere, del resto. Ma in questa gara fra leader non più di primo pelo, Prodi s’è rivelato il solo capace di agguantare con prontezza la speranza di tanti italiani senza potere: ritrovarsi in un paese normale, non tormentato da un’incessante guerra civile di parole. Dove la politica viva anche di contrasti, com’è fatale, però non di assalti all’arma bianca e di disprezzo dell’avversario. Tutta robaccia in grado di produrre soltanto angoscia e incertezza sul futuro.

Prima dell’ultimo round, i duellanti s’erano confrontati in modi anch’essi sorprendenti. Il Cavaliere ha subito segnato un punto, dimostrando di saper dire le proprie ragioni anche sul tempo breve. Un tempo corto, segnato da una batteria di orologi e ben controllato dall’arbitro, un tranquillo Clemente J. Mimun, il direttore del Tg 1. Poi il magico Silvio ha perso, via via, tutta la sua magia. Al punto di risultare irriconoscibile: frettoloso, generico, pressapochista, inutilmente prodigo di numeri, percentuali, statistiche. Ma soprattutto sempre più in difesa. Un catenacciaro con la testa rivolta al passato e inutilmente sardonico.

Insomma, il Berlusca era lui o non era lui? Lo ascoltavo nello studio di ‘Controcorrente’, il talk-show di Corrado Formigli, su Sky Tg 24. Collegato con noi da Milano, c’era un sondaggista che lo conosce bene: lo sfortunato Luigi Crespi, che nel 2001 aveva suggerito al Cavaliere il Contratto con gli italiani. Il Crespi è stato lapidario: questa sera non ho visto il Berlusconi del sogno offerto agli italiani, tanto era tirato, aggressivo, con gli occhi bassi, teso soltanto a smentire quel che ascoltava da Prodi.

Il Parroco dell’Unione, invece, si è presentato come meglio non avrebbe potuto. Non bofonchiava. Non s’impantanava nelle pause che fanno tremare i tifosi. Non s’abbandonava a quei respiri che sembrano sospiri. Al contrario, ha corso la sua breve maratona parlando con chiarezza, scandendo le parole con l’enfasi giusta, spiegando quel che intendeva spiegare con la semplicità  didascalica di un bravo insegnante nell’Università  della Terza età , la sua e soprattutto la mia. Ha persino sorriso, ben più del Berlusca. Evitando quegli accenni di stizza che non sempre sa nascondere. E che lo trasformano in un maestro impaziente al cospetto di una classe di somari.

è vero: entrambi i duellanti hanno parlato poco del futuro. Ossia di come intendono governare l’Italia dopo il 9 aprile. Il Cavaliere, troppo impegnato a difendere i suoi cinque anni di governo, mi ricordava un amministratore di condominio. Per di più alle prese con inquilini che si lamentano delle scale sporche, dell’ascensore che non funziona, delle parti comuni trascurate. Ma in questo modo ha sempre avuto la testa voltata all’indietro. Mentre i suoi elettori, soprattutto quelli smonati e inclini all’astensione, si aspettavano di vederlo andare incontro all’avvenire: spiegaci che governo allestirai, in che modo rimetterai in piedi l’Italia, quali dei tuoi ministri confermerai e quali no.

Sul futuro, anche Prodi non è stato del tutto esauriente, ma un impegno l’ha preso. è appunto quello di lavorare per un paese che trovi un po’ di pace. Mi ha colpito quando ha spiegato che cosa farà , una volta tornato a Palazzo Chigi, se ci tornerà . Prima di tutto, vorrà  incontrare Berlusconi e ‘il dottor Letta’, ma non solo per l’ovvio passaggio di consegne. Ci parleremo con schiettezza, ha detto, per capire quali sono le condizioni reali dell’Italia e che cosa si può inventare per cambiarle in meglio. Lo farà  perché “non si può andare avanti con un paese spaccato”. Ha aggiunto: chiederò anche a tutti i miei ministri di comportarsi nello stesso modo, ossia di confrontarsi con i loro predecessori.

Se accadrà , sarà  una piccola rivoluzione. Con un traguardo che il Parroco dell’Unione ha enunciato così: il mio sarà  un governo che unisce e non che divide. Il Cavaliere gli ha replicato, beffardo: tu non sei il padrone del centro-sinistra, sei soltanto un uomo di facciata, i padroni veri ti hanno concesso appena cinque deputati, nel 1998 sei stato mandato via dai tuoi, un brutto film che rivedremo. Ma Prodi gli ha ribattuto, secco: io non ho padroni, io sono io, io sono il capo della mia coalizione. E tra venticinque giorni guiderò il gruppo più forte in Parlamento.

Immagino che Prodi abbia ben chiaro quanto sia grande il sogno che ha proposto agli elettori. E quanto sia cruciale l’impegno che ha preso, per di più davanti a sedici milioni di telespettatori. Unire e non dividere. Ridurre la frattura che spacca il paese in due. Ma forse sbaglio nel dire ‘in due’. La mia sensazione è che tre quarti degli italiani siano persone tranquille, anche se rese ansiose da quel che sappiamo: la vita difficile, i soldi che mancano, il destino dei figli, un senso di insicurezza sempre più marcato, la sfiducia nella politica. Questa è già  un’Italia pronta a essere pacificata, in attesa che la speranza di Prodi diventi realtà .

Poi c’è un quarto del paese che tranquillo non è per niente. Schierato su due fronti che è poco definire militanti. Quest’altra Italia è intossicata dall’odio per l’avversario politico. E incitata a combattersi con cattiveria da fantasie grottesche. Da un parte, il ritorno del comunismo, uno spettro inesistente. Dall’altra, il riemergere del fascismo, anch’esso un fantasma morto e sepolto. Può essere troppo facile identificare le due fazioni nei duri del centro-destra e del centro-sinistra. Ma purtroppo è così.

Anche la campagna elettorale che stiamo vedendo rispecchia il furore delle due milizie contrapposte. Non chiedetemi prove. Basta guardare la tivù per rendersi conto di questa acida verità . Ed è sufficiente anche una mediocre capacità  d’informarsi per intravedere il baratro nel quale rischiamo di precipitare tutti. Ma i tre quarti degli italiani rifiutano questo stato di guerra. Brontolano. Sono avviliti e scontenti. Non ne possono più delle risse politiche, ma vogliono proposte per uscire da un clima avvelenato e per respirare un’aria più pulita.

Prodi ha promesso di aiutarli. E di realizzare il loro sogno. Ci riuscirà ? Questo nessuno può dirlo, dal momento che anche nella sua coalizione gli avvelenatori non mancano. Ma si può coltivare la speranza che venga messo in grado di farcela. E la condizione indispensabile è che sia lui a vincere le elezioni. A quel punto varrà  il vecchio detto delle massaie inglesi: la prova se il budino è buono si ha soltanto dopo averlo mangiato.

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