Riforma Gelmini, legge 133 (Università ): quello che c´è da sapere

Mariastella Gelmini foto

Allora, come noto, in questi giorni molti studenti universitari stanno occupando varie Facoltà , in Italia.° ° ° ° ° ° ° ° ° 

Essi contestano la legge 133 (ed altre norme ad essa collegate). In particolare, tre misure in essa contenute.

Innanzitutto, i tagli al Fondo di finanziamento ordinario. Tagli che, ad avviso degli okkupanti, minaccerebbero il diritto allo studio.

In secondo luogo, essi avversano una possibilità  che la legge introduce a favore degli Atenei: quella, cioè, che quest´ultimi possano costituire Fondazioni di diritto privato. Gli studenti che protestano, ritengono tale misura ignobile, perché a loro avviso equivarrebbe ad una privatizzazione delle università  (magari fosse così!).

In ultimo, essi lamentano il fatto che la succitata legge 133, preveda un blocco del turnover (nella misura del 20%), che in sostanza ridurrebbe di molto le assunzioni di nuovi prof, all´interno delle Università .

Partiamo da quest´ultimo punto.

Innanzitutto è vero che la 133 preveda un blocco del turnover. Ed è vero che su cinque professori che andranno in pensione nei prossimi anni, solo uno verrà  assunto per sostituirli. Però va subito aggiunto, che la misura in questione avrà  effetto – questo, prevede la 133 – solo fino al 2012. Quindi si tratta di un freno alle nuove assunzioni, che ha carattere transitorio (e molto breve).

Si dirà : ma perché viene adottata questa misura? E soprattutto: ma è giusta?

La risposta non può che tenere conto di alcuni dati quantitativi, assolutamente rilevanti.

Dai primi anni Novanta ad oggi, gli studenti universitari sono aumentati – in valore assoluto – del 7%; mentre il numero dei professori è aumentato del 25%.

Si dirà : va bene, ma forse era necessario incrementare in modo così consistente, il corpo docente; forse in questo modo si è reso un miglior servizio agli studenti.

Assolutamente no.

Il numero dei docenti è cresciuto a dismisura (più di tre volte quello degli studenti), solo per dare lavoro – come spesso avviene in Italia – agli amici, e agli amici degli amici.

Se ciò non fosse vero, non si riuscirebbero a spiegare alcune cose.

Ad esempio.

Negli ultimi sette anni (come ha raccontato Andrea Scaglia su Libero di ieri, e oggi ne ha parlato anche Feltri), nelle nostre università  sono stati messi al bando 13.232 posti da associato (quindi da professore di seconda fascia; quindi concorsi per ricercatori). Bene. Sapete quante persone sono state assunte, in realtà ?

A questo punto, molti di voi penseranno: “Che domanda del cazzo! Se sono stati banditi concorsi per 12.232 posti da professore associato, ne saranno state assunte 12.232”.

E invece no!

Il numero di coloro che sono divenuti professori associati, nel corso degli ultimi sette anni, è pari a 26.000.

Cioè le nostre università  regalano stipendi da professore associato, a 13.768 persone, prive di una cattedra (universitaria), e prive di studenti.

Tutto ciò è costato e costa “soltanto” (si fa per dire) 300 milioni di euro. Quelli che okkupano, proteggono queste persone assunte con logica clientelare. Che campano con soldi sottratti agli studenti, alla ricerca, e alla qualità  della didattica.

Ancora.

Le ragioni per cui è sacrosanto bloccare nuove assunzioni, nelle Facoltà , sono molteplici (oltre a quelle appena esposte).

Ad esempio.

Sempre per ragioni clientelari, sempre per dare lavoro agli amici e agli amici degli amici (tutto a spese nostre e a spese degli studenti), dal 2001 ad oggi, i corsi di laurea sono passati da 2.444 a 5.500.

Anche qui, prevedo l´obiezione: “Ma caro Camelot, se sono aumentati i corsi di laurea, lo si è fatto per venire incontro alle esigenze degli studenti. Solo per dare loro nuovo sapere”.

Senza dubbio!

Tanto è vero che in Italia esistono ben 323 corsi di laurea (Libero sostiene siano 327), con 15 – DICASI QUINDICI!!! – studenti. Questi corsi, per carità , mica sono stati creati ad hoc, per dare posti di lavoro a professori universitari e ricercatori. Ma quando mai!

Non finisce qui. Perché nel nostro meraviglioso paese – davvero il Bengodi – esistono anche 37 corsi di laurea, con un soloDICASI UNO!!! – studente iscritto. Tutto normale, tutto logico.

Ancora.

Siccome l´Università  viene usata dai prof, come un feudo personale (sovvenzionato, però, dal contribuente), ci sono altri corsi di laurea che hanno un seguito assai cospicuo, e che giammai sono stati creati solo per dare posti di lavoro ad amici e parenti. Per carità !

Ad esempio nella – economicamente – disastrata università  di Firenze (di cui si parlerà  anche dopo), esiste un corso di laurea in Scienze delle Religioni, che vanta addirittura ZERO iscritti. Così come esiste un altro corso in laurea, quello in Scienze Pedagogiche, che di iscritti ne ha addirittura UNO.

Ma non finisce qui.

Ad Arezzo, ad esempio, esiste un corso di laurea in Storia dell´Antichità , frequentato da ben TRE iscritti. Per non parlare, poi, di quello in Società , Culture e Istituzioni d´Europa, che è affollatissimo: SETTE immatricolati, addirittura (chissà  che ressa, la mattina, per accedere all´aula!).

Ancora.

Stamane, sull´inserto napoletano del Corriere della Sera – il Corriere del Mezzogiorno – sono apparsi due articoli. Argomento: okkupazioni in corso a L´Orientale (che, come sanno tutti i campani, è uno degli Atenei più rossi d´Italia! Ma questo vuol dire poco, altro importa).

In uno dei due articoli, il giornalista Fabrizio Geremicca ci racconta che i tagli al Fondo di finanziamento ordinario, probabilmente, faranno “chiudere” alcune cattedre universitarie.

Domanda: perché?

Perché nessuno – o quasi -° è° iscritto° ai corsi ad esse associati. Dunque, stante il taglio ai finanziamenti, si ridurranno gli sprechi, tagliando corsi poco o nulla seguiti.

Il giornalista, ad esempio, intervista – come lui dice – “Valentina, una bella ragazza bionda di 21 anni“. La quale, racconta:

Io, al secondo anno, sono l´unica studentessa che segue Amarico, la lingua ufficiale che si studia in Etiopia. C´è un solo docente. Se passerà  questa legge, quando lui andrà  via, l´insegnamento si spegnerà “.

Beata questa fanciulla: segue un corso tutta sola soletta, e con un prof a sua completa disposizione. Una regina!

Sempre a L´Orientale, poi, esiste un corso di laurea (va detto che nella suddetta Università  si studiano, appunto, soprattutto lingue orientali) ove viene insegnato il berbero. Corso seguito da un fiume di persone: 20 iscritti.

Ora, tenuto conto dei molteplici corsi di laurea inutili, creati solo per dare posti di lavoro ad amici; e tenuto conto del fatto che molti di essi abbiano un seguito modestissimo, non vi pare ragionevole limitare nuove assunzioni – come prevede la legge 133 – fino al 2012? Non vi pare ragionevole sostituire solo un professore ogni cinque che andranno in pensione? Non vi pare giusto ridurre gli sprechi che, in parte lo si è dimostrato (e ancora se ne parlerà ), sono uno scandalo che urla vendetta?

La ratio della norma, è proprio questa: contenere gli sprechi, adeguare il numero dei professori all´effettiva popolazione universitaria complessiva.

Non mi sembra iniquo, tutto ciò.

Inoltre, il capitolo sprechi ben si lega ad un´altra questione, che è alla base delle proteste degli studenti: i tagli al Fondo di finanziamento ordinario.

Partiamo dai numeri: nel 2009 si taglieranno soltanto – e ribadisco soltanto – 63,5 milioni di euro; nel 2013 si arriverà  a tagliare 455 milioni di euro.

Ora, come già  detto, in parte si è mostrato come le Università  – in tutta Italia – producano sprechi: mantenere in vita corsi di laurea frequentati da uno – o pochi iscritti – è un costo abnorme. Irragionevole, e per di più pagato da tutti. Studenti in primis.

Dunque, le sforbiciate volute del duo Tremonti/Gelmini, vanno valutate in quest´ottica: quella della razionalizzazione dei costi.

In più, nel 2009, la limatura è assai contenuta. Soprattutto se la si valuta in rapporto a quella voluta da Fabio Mussi.

Che, come racconta il neo-Rettore della Sapienza (forse, però, ricordando male, e sottostimando la somma):

Ha tolto 87 milioni di euro alla ricerca per darli agli autotrasportatori che protestavano contro il caro benzina. Chiaramente è stata una scelta dell´allora ministro dell´Economia, Padoa Schioppa, ma Mussi non ha detto niente e in quel caso nessuno ha manifestato“.

Già , verrebbe da chiedere: ma i bamboccioni che oggi protestano, perché non hanno okkupato anche ieri? Semplice: perché le loro okkupazioni hanno natura politica, servono solo a contestare Berlusconi. Sono proteste pregiudiziali, e non di merito.

Tuttavia, sopra si è detto che il Rettore della Sapienza, Luigi Frati, forse ricorda male.

E per un motivo: Guido Trombetti – Presidente della conferenza dei Rettori – all´epoca dei fatti, parlava di un importo ben più consistente (era il 26 luglio 2006):

Difficile immaginare un inizio peggiore della politica del governo Prodi verso l’università  e gli enti di ricerca“.

Le conseguenze del nuovo taglio, misurabili in non meno di duecento milioni di euro dall’anno prossimo, avranno conseguenze devastanti sulla qualità  della didattica e della ricerca“.

200 milioni di euro di tagli, a partire dal 2007: e perché nessuno protestò, allora? Perché c´era il governo amico, al potere. Ovvio!

Tuttavia, nessuno – qui – vuole negare l´entità  della sforbiciata che il centrodestra ha deliberato. Sicuramente essa è consistente.

Ma qui la si considera necessaria e utile.

E tale la si valuta, perché tutte le Università  d´Italia – a causa di una gestione scellerata, clientelare e nepotistica da parte del corpo docente -, versano in una condizione drammatica: che si caratterizza per un numero eccessivo di corsi di laurea, per un numero eccessivo di dipartimenti, e per uno scialacquio di risorse ignobile.

Infatti non c´è solo il problema dei corsi di laurea “fantasma”, cioè con pochi studenti, creati solo per dare lavoro a professori e ricercatori amici: c´è anche di peggio.

Ci sono situazioni grottesche, come quella dell´Università  di Firenze.

Che pur avendo i conti in rosso – per un numero eccessivo di prof, che assorbono oltre il 90% delle risorse disponibili grazie al Fondo di finanziamento ordinario -, addirittura – ascoltate bene – si permette il lusso di possedere 40 ettari di terreno, in località  San Casciano Val di Pesaro, per produrre vino, olio extravergine e grappa. Cosa cacchio c´entrano il vino e la grappa, con la mission di un´Università ?

Nulla! Ma il precedente Rettore di quell´Ateneo, faceva il bello e il cattivo tempo. Con i soldi degli studenti, s‘intende!

Lo stesso Rettore, addirittura, stanziò nel bilancio 1,2 milioni di euro, per trasformare il terreno succitato, in un agriturismo!

Pensiate siano pochi, i casi come questo?

Affatto! Ce ne sono centinaia in tutta Italia. Perché l´Università  – come ogni altro comparto pubblico – è gestita in modo pessimo. Con logiche che nulla hanno a che vedere con la didattica.

Chi difende lo status quo, chi lamenta l´eccessiva onerosità  dei tagli, vuole – in alcuni casi in buona fede – che lo scialacquio continui! Che il denaro pubblico venga ancora impiegato soprattutto per pagare stipendi, a professori in sovrannumero!

Ed è qui che arriviamo al punto: gli studenti che protestano, lamentano il fatto che i tagli finiranno per ridurre i finanziamenti alla ricerca, per peggiorare la didattica, e per produrre un aumento delle tasse universitarie per gli studenti. E´ falso!

Partiamo dalle tasse universitarie.

Esse, nove casi su dieci, non aumenteranno affatto, a causa dei tagli.

E per un motivo: sono soggette a dei tetti, a dei massimali. E si dà  il caso che tali massimali siano già  applicati da quasi tutte le università .

A stabilire dei tetti ai versamenti degli studenti, è il Regolamento n. 305 del 1997 (ancora in vigore):

“(…) la contribuzione studentesca non può eccedere il 20 per cento dell’importo del finanziamento ordinario annuale dello Stato”.

Come già  detto: questo limite è già  stato raggiunto (in molti casi).

Dunque è un falso, che le tasse possano aumentare – nove casi su dieci – in virtù dei tagli. E´ solo un´arma usata dagli okkupanti per fare “terrorismo psicologico”, per diffondere panico, e per raccogliere consensi attorno alle proteste.

Ancora.

Altra balla: i tagli al Fondo di finanziamento ordinario, ridurranno i finanziamenti alla ricerca, in modo massiccio.

Ciò non è vero, per un semplice motivo: che il 90% del Fondo succitato, purtroppo, oggi è impiegato per pagare stipendi ai prof; e soltanto il 10% viene usato per la ricerca (per scelta delle singole Facoltà ).

E allora qui ritorniamo a monte: è il numero elevato di professori universitari, che produce sperpero di risorse.

Se la più parte delle Università  ha un numero così elevato di docenti, da dover impiegare oltre il 90% delle risorse erogate dallo stato (che come più avanti si dirà , è vietato dalla legge), per pagare loro lo stipendio, vuol dire che evidentemente le Università  non sono gestite nell´interesse degli studenti, ma solo nell´interesse dei professori universitari. E la didattica, e la qualità  dell´insegnamento ne risentono.

Non a caso, una recente ricerca pubblicata da Times, inserisce una sola Università  italiana, tra le duecento migliori al mondo: quella di Bologna (che si colloca al 192°° posto). Nessun´altra Università  – nemmeno la Bocconi – figura tra le migliori.

Di chi è la colpa di ciò? Chi governa le Università , il caso? Oppure professori universitari che paiono più interessati al proprio potere, che alla qualità  dell´istruzione che impartiscono?

Chi protesta, chi occupa, difende i “baroni”: non il diritto allo studio, che non è intaccato da quei tagli.

Chi protesta, chi occupa, difende gli illeciti dei baroni, proprio così!

Come si è detto, per legge, i finanziamenti dello stato non possono essere usati in percentuali superiori al 90%, per pagare stipendi. A dirlo, non è il pirla che vi scrive, ma la legge 449/97 , art. 51, comma 6, punto 4:

“Le spese fisse e obbligatorie per il personale di ruolo delle università  statali non possono eccedere il 90 per cento dei trasferimenti statali sul fondo per il finanziamento ordinario“.

E sono svariate diecine, invece, le Università  che superano questa soglia, violando la legge!

Qui, per ragioni di brevità , se ne elencherà  solo alcune.

Ad esempio c´è l´Università  dell´Aquila, il cui Rettore – Ferdinando Di Iorio (candidato alla Presidenza della Regione Abruzzo, con la Sinistra l´Arcobaleno) -, ha molto male amministrato l´Ateneo: quest´ultimo, infatti, vanta un disavanzo di 12 milioni di euro; e in spregio alla legge sopramenzionata – e come molte altre Università  – impiega il 95,5% del Fondo (di finanziamento ordinario) per pagare stipendi. E non si può, per legge! E lo stesso Rettore, tollera esistano corsi di laurea con otto – dicasi otto – iscritti: come quello che si tiene a Celano, in Ingegneria agroindustriale.

Ora, se° in moltissimi° casi, le Università  impiegano oltre il 90% del Fondo che la Gelmini e Tremonti vogliono decurtare, per pagare gli stipendi ai docenti universitari in sovrannumero: mi dite in che modo tutto ciò potrà  ripercuotersi negativamente sul diritto allo studio?

I tagli, assieme al blocco del turnover, porteranno solo benefici agli studenti: saranno ridotti i corsi di laurea frequentati solo da poche anime; sarà  bloccato l´ingresso di nuovi professori che non servirebbero! Se non ci fossero troppi professori, rispetto agli studenti, non ci sarebbe bisogno di impiegare oltre il 90% del Fondo per pagare loro lo stipendio!

E lo si è detto all´inizio: dagli anni Novanta ad oggi, gli studenti universitari sono aumentati del 7%; mentre i docenti (universitari) del 25%! A cosa cacchio servono, tutti questi prof?

Invece, tra qualche anno, dopo che saranno stati cancellati i corsi frequentati da zero iscritti (e dopo che sarà  stata razionalizzata la spesa per stipendi), ciascun Ateneo disporrà  di più risorse, rispetto ad oggi, da destinare alla ricerca e alla didattica.

Inoltre, che la storiella che le Università  italiane facciano schifo, perché i fondi sono pochi, è una cazzata sesquipedale.

Come raccontano i prof universitari – nonché economisti – del sito Noise from Amerika:

“”si deve a Roberto Perotti aver chiarito (già  in The Italian University System: Rules vs. Incentives e di nuovo in “L’Università  truccata”, Einaudi) che la mancanza di fondi è un falso mito. Tenendo opportunamente conto della circostanza che un numero notevole di studenti iscritti non ha più un rapporto con l’università  e dunque non grava in alcun senso sulle strutture universitarie, la spesa annuale per studente risulta in Italia “la più alta al mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia“”.

Lo ribadisco: chi occupa, lo fa soltanto a favore dei professorini! Per mantenere in vita lo status quo.

Quelli che subiranno perdite, infatti, sono i “baroni”. Quelli che, ordinari a tempo pieno, lavorano 3 ore al giorno, arrivando a guadagnare 10.000 euro al mese (pagati da tutti noi).

Quelli che, nelle Università , assumono figli, nipoti e parenti vari. E le cifre lo documentano in modo impietoso.

Le percentuali di omonimia, all´interno dei singoli Atenei, sono vergognose, da paese del Terzo Mondo.

A Medicina, il “tasso di omonimia” è mai inferiore al 20%. In alcune università  del Sud Italia, invece, arriva addirittura al 40%.

Nel dettaglio, ecco alcune cifre (con relativa tabella):

A La Sapienza di Roma, il 20% dei prof ha lo stesso cognome (sono parenti!).

Alla Cattolica di Roma, invece, la percentuale è del 15%.

Alla Statale di Milano, la percentuale di prof con lo stesso cognome è pari all´11,8%.

Alla Federico II di Napoli, l´omonimia arriva al 23,5%. Alla Seconda Università  (sempre di Napoli), invece, la percentuale sale al 27,5%.

A Messina, i prof con lo stesso cognome sono il 33%.

A Bologna sono il 17,2%. A Padova sono il 3,7%. Alla Università  Tor Vergata di Roma, sono il 13%. All´Università  di Torino sono il 13,6%.

Domanda: volete che la situazione continui così? Volete continuino ad essere creati corsi di laurea fasulli, con tre iscritti, che servono solo ad assumere figli e nipoti di “baroni”?

Prego, fate pure. L´essenziale, però, è che non diciate che protestate per difendere il diritto allo studio. Perché è un falso!

Altra cosa che viene contestata: il fatto che la legge 133, preveda la possibilità  – la facoltà , non l´obbligo – che le università  possano dare vita a fondazioni di diritto privato. Ecco il testo dell´articolo:

“Art. 16.
Facoltà  di trasformazione in fondazioni delle università 

1. In attuazione dell’articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell’autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università  pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e’ adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e’ approvata con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università  e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1°° gennaio dell’anno successivo a quello di adozione della delibera.

2. Le fondazioni universitarie subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi e nella titolarità  del patrimonio dell’Università . Al fondo di dotazione delle fondazioni universitarie e’ trasferita, con decreto dell’Agenzia del demanio, la proprietà  dei beni immobili già  in uso alle Università  trasformate.

3. Gli atti di trasformazione e di trasferimento degli immobili e tutte le operazioni ad essi connesse sono esenti da imposte e tasse.

4. Le fondazioni universitarie sono enti non commerciali e perseguono i propri scopi secondo le modalità  consentite dalla loro natura giuridica e operano nel rispetto dei principi di economicità  della gestione. Non e’ ammessa in ogni caso la distribuzione di utili, in qualsiasi forma. Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività  previste dagli statuti delle fondazioni universitarie sono destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime.

5. I trasferimenti a titolo di contributo o di liberalità  a favore delle fondazioni universitarie sono esenti da tasse e imposte indirette e da diritti dovuti a qualunque altro titolo e sono interamente deducibili dal reddito del soggetto erogante. Gli onorari notarili relativi agli atti di donazione a favore delle fondazioni universitarie sono ridotti del 90 per cento.

6. Contestualmente alla delibera di trasformazione vengono adottati lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilità  delle fondazioni universitarie, i quali devono essere approvati con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università  e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. Lo statuto può prevedere l’ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati.

7. Le fondazioni universitarie adottano un regolamento di Ateneo per l’amministrazione, la finanza e la contabilità , anche in deroga alle norme dell’ordinamento contabile dello Stato e degli enti pubblici, fermo restando il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario.

8. Le fondazioni universitarie hanno autonomia gestionale, organizzativa e contabile, nel rispetto dei principi stabiliti dal presente articolo.

9. La gestione economico-finanziaria delle fondazioni universitarie assicura l’equilibrio di bilancio. Il bilancio viene redatto con periodicità  annuale. Resta fermo il sistema di finanziamento pubblico; a tal fine, costituisce elemento di valutazione, a fini perequativi, l’entità  dei finanziamenti privati di ciascuna fondazione.

10. La vigilanza sulle fondazioni universitarie e’ esercitata dal Ministro dell’istruzione, dell’università  e della ricerca di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. Nei collegi dei sindaci delle fondazioni universitarie e’ assicurata la presenza dei rappresentanti delle Amministrazioni vigilanti.

11. La Corte dei conti esercita il controllo sulle fondazioni universitarie secondo le modalità  previste dalla legge 21 marzo 1958, n. 259 e riferisce annualmente al Parlamento.

12. In caso di gravi violazioni di legge afferenti alla corretta gestione della fondazione universitaria da parte degli organi di amministrazione o di rappresentanza, il Ministro dell’istruzione, dell’università  e della ricerca nomina un Commissario straordinario, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, con il compito di salvaguardare la corretta gestione dell’ente ed entro sei mesi da tale nomina procede alla nomina dei nuovi amministratori dell’ente medesimo, secondo quanto previsto dallo statuto.

13. Fino alla stipulazione del primo contratto collettivo di lavoro, al personale amministrativo delle fondazioni universitarie si applica il trattamento economico e giuridico vigente alla data di entrata in vigore del presente decreto.

14. Alle fondazioni universitarie continuano ad applicarsi tutte le disposizioni vigenti per le Università  statali in quanto compatibili con il presente articolo e con la natura privatistica delle fondazioni medesime”.

Ecco, soffermiamoci su un paio di punti che sono dirimenti:

“Le fondazioni universitarie sono enti non commerciali e perseguono i propri scopi secondo le modalità  consentite dalla loro natura giuridica e operano nel rispetto dei principi di economicità  della gestione. Non e’ ammessa in ogni caso la distribuzione di utili, in qualsiasi forma. Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività  previste dagli statuti delle fondazioni universitarie sono destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime”.

Dunque le fondazioni non possono svolgere attività  commerciali o perseguire scopi di lucro, né possono utilizzare i proventi per distribuire dividendi.

Ancora:

“Alle fondazioni universitarie continuano ad applicarsi tutte le disposizioni vigenti per le Università  statali in quanto compatibili con il presente articolo e con la natura privatistica delle fondazioni medesime”.

Il che vuol dire, ad esempio e tra le tante cose, che se domani un´Università  dovesse trasformarsi in una Fondazione, rimarrebbe in vigore la norma citata sopra, sul limite delle tasse universitarie. Per gli studenti, nulla evolverebbe in peggio.

Inoltre le Fondazioni sarebbe sempre soggette al controllo del Ministero dell´Università  e a quello della Corte dei Conti.

Ma quello che mi preme sottolineare, è un´altra cosa: una norma equivalente, già  esiste.

Fu approvata dal centrosinistra – c´era il governo Amato, all´epoca, appoggiato anche dal Pdci -, nel 2000; ed entrò in vigore nel 2001.

Si tratta del Decreto del Presidente della Repubblica 254/2001, “Regolamento recante criteri e modalità  per la costituzione di fondazioni universitarie di diritto privato, a norma dell’articolo 59, comma 3, della legge 23 dicembre 2000, n. 388“.

Eccone il contenuto:

“Titolo I DISPOSIZIONI GENERALI

° 

Art. 1. Personalità  giuridica delle fondazioni e finalità 

° 

1 . In applicazione di quanto previsto dall’articolo 59, comma 3, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, e in luogo delle aggregazioni di cui alla lettera c) del comma 2 dello stesso articolo, le università  statali, di seguito denominate enti di riferimento, al fine di realizzare l’acquisizione di beni e servizi alle migliori condizioni di mercato, nonché per lo svolgimento delle attività  strumentali e di supporto alla didattica e alla ricerca, possono costituire, singolarmente o in forma associata, fondazioni di diritto privato disciplinate, per quanto non espressamente previsto dal presente regolamento, dal codice civile e dalle relative disposizioni di attuazione. Anche la Conferenza dei rettori delle università  italiane può, per le stesse finalità , promuovere la costituzione di dette fondazioni.

Le fondazioni sono persone giuridiche private senza fini di lucro ed operano esclusivamente nell’interesse degli enti di riferimento.

5 . Gli enti di riferimento esercitano nei confronti della fondazione le funzioni di indirizzo e di riscontro sull’effettiva coerenza dell’attività  delle fondazioni con l’interesse degli enti medesimi.

6 . Le fondazioni perseguono i propri scopi con tutte le modalità  consentite dalla loro natura giuridica ed operano nel rispetto di principi di economicità  della gestione. Non è ammessa sotto qualsiasi forma la distribuzione di utili. Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività  previste dagli statuti sono utilizzati interamente per perseguire gli scopi della fondazione”.

Quali attività  possono svolgere:

Art. 2. Tipologie di attività  attribuibili alle fondazioni

1 . Le fondazioni possono svolgere, a favore e per conto degli enti di riferimento, una o più delle seguenti tipologie di attività , secondo quanto previsto dai rispettivi statuti:

a) l’acquisizione di beni e servizi alle migliori condizioni di mercato;

b) lo svolgimento di attività  strumentali e di supporto della didattica e della ricerca scientifica e tecnologica, con specifico riguardo:

>1) alla promozione e sostegno finanziario alle attività  didattiche, formative e di ricerca;

2) alla promozione e allo svolgimento di attività  integrative e sussidiarie alla didattica ed alla ricerca;

3) alla realizzazione di servizi e di iniziative diretti a favorire le condizioni di studio;

4) alla promozione e supporto delle attività  di cooperazione scientifica e culturale degli enti di riferimento con istituzioni nazionali ed internazionali;

5) alla realizzazione e gestione, nell’ambito della programmazione degli enti di riferimento, di strutture di edilizia universitaria e di altre strutture di servizio strumentali e di supporto all’attività  istituzionale degli enti di riferimento;

6) alla promozione e attuazione di iniziative a sostegno del trasferimento dei risultati della ricerca, della creazione di nuove imprenditorialità  originate dalla ricerca ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera b), n. 1), del decreto legislativo 27 luglio 1999, n. 297, della valorizzazione economica dei risultati delle ricerche, anche attraverso la tutela brevettale;

7) al supporto all’organizzazione di stages e di altre attività  formative, nonché ad iniziative di formazione a distanza.

2 . Per il perseguimento delle finalità  di cui al comma 1 le fondazioni possono, fra l’altro:

>a) promuovere la raccolta di fondi privati e pubblici e la richiesta di contributi pubblici e privati locali, nazionali, europei e internazionali da destinare agli scopi della fondazione;

b) stipulare contratti, convenzioni, accordi o intese con soggetti pubblici o privati;

c) amministrare e gestire i beni di cui abbiano la proprietà  o il possesso, nonché le strutture universitarie delle quali le sia stata affidata la gestione;

d) sostenere lo svolgimento di attività  di formazione, ricerca e trasferimento tecnologico, anche attraverso la gestione operativa di strutture scientifiche e/o tecnologiche degli enti di riferimento;

e) promuovere la costituzione o partecipare a consorzi, associazioni o fondazioni che condividono le medesime finalità , nonché a strutture di ricerca, alta formazione e trasferimento tecnologico in Italia e all’estero, ivi comprese società  di capitali strumentali a dette strutture. Nel caso di partecipazione a tali società  di capitali la partecipazione non può superare il cinquanta per cento dell’intero capitale sociale;

f) promuovere e partecipare ad iniziative congiunte con altri istituti nazionali, stranieri, con amministrazioni ed organismi internazionali e, in genere, con operatori economico e sociali, pubblici o privati;

g) promuovere seminari, conferenze e convegni anche con altre istituzioni e organizzazioni nazionali ed internazionali o partecipare ad analoghe iniziative promosse da altri soggetti.

>3 . Le fondazioni agevolano la partecipazione alla propria attività  di enti e amministrazioni pubbliche e di soggetti privati, sviluppando ed incrementando la necessaria rete di relazioni nazionali ed internazionali funzionali al raggiungimento dei propri fini”.

Dunque, come si è dimostrato, una norma in materia esisteva già .

Non solo: molteplici sono le Università  che ne hanno approfittato. Molteplici sono le università  che si sono “trasformate” in Fondazioni, senza che ciò abbia nuociuto alla didattica, o al diritto° allo studio. Anzi!

Infatti il compito principale delle Fondazioni è quello di promuovere la raccolta di fondi privati, per migliorare la qualità  della ricerca nelle università . E per mettere a contatto imprese e laureandi, onde consentire a quest´ultimi di trovare lavoro in tempi brevi.

Vediamo quali Atenei hanno dato vita a Fondazioni.

Fondazione Politecnico di Milano. Fondazione Università  di Venezia.

Fondazione Università  di Salerno. Fondazione dell´Università  degli studi dell´Aquila.

Fondazione Università  IULM. Dal cui sito si legge:

“Fondazione Università  IULM costituisce un avanzato progetto per la ricerca applicata e la formazione continua.

Un progetto promosso " a partire dall´art. 59, comma 3, dalle legge 388/2000 che ha avviato la legittimità  della costituzione delle fondazioni universitarie e dal DPR 254/2001 che ha varato il conseguente regolamento " dall´Università  Iulm di Milano (tra i maggiori soggetti universitari in Italia per immatricolazioni e laureati nel settore dell´informazione e della comunicazione) in collaborazione con importanti partner istituzionali, associativi e di impresa del territorio”.

Poi ci sono un paio di sorprese, che riguardano la “rossa” Emilia Romagna.

Università  di Modena e Reggio Emilia Fondazione Marco Biagi.

Per arrivare al clou.

Infatti anche la “rossissima” Università  di Bologna, è costituita in forma di Fondazione.

Qualcuno si chiederà : ma quale è lo scopo di una Fondazione universitaria?

Lo dice il sito della Fondazione Alma Mater:

“Fondazione Alma Mater svolge il ruolo di collegamento tra l´Università  di Bologna e la società . Istituita nel 1996 – e riconosciuta nel 1997 dal Ministero dell´Università  e della Ricerca Scientifica e Tecnologica " la Fondazione ha come mission l’integrazione fra sistemi (Università , istituzioni, imprenditoria privata) al fine di mettere a disposizione delle realtà  socio-economiche nazionali ed internazionali l´enorme patrimonio del sapere universitario.

I compiti di Fondazione Alma Mater, che opera in tutti i campi senza scopo di lucro, sono:

  • collaborare con l´Ateneo per la realizzazione dei suoi fini istituzionali ivi compresi lo svolgimento dell´attività  didattica e le attività  di servizio rese agli studenti;
  • realizzare, sviluppare e promuovere, sia direttamente che indirettamente, l´utilizzazione delle conoscenze generate dall´attività  scientifica al fine di migliorare le informazioni e le tecnologie a disposizione degli operatori pubblici e privati;
  • costituire e promuovere una rete dell´Alta Formazione e della Formazione Continua di eccellenza, capace di trasferire conoscenza e innovazione ai diversi segmenti del sistema produttivo ed istituzionale del territorio;
  • promuovere e consolidare il sistema di relazioni dell´Università  di Bologna, agevolando anche il collegamento dell´Ateneo con gli altri Atenei europei e di tutto il mondo nella prospettiva di collaborazione europea ed internazionale;
  • realizzare consulenze di alto profilo per la creazione di impresa ed il trasferimento tecnologico sia per gli enti associati ed i soggetti privati associati, sia per altri soggetti pubblici e privati;
  • favorire, sviluppare e sostenere gli studi e la ricerca anche applicata nei settori dell´ecologia, dell´ambiente, nonché la ricerca anche applicata medico-biologica con particolare riferimento ai problemi degli anziani;
  • svolgere attività  di fund raising in favore dell´Università  di Bologna”.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe chiedersi: ma questo fund raising, questo procacciamento di risorse in “favore dell´Università  di Bologna“, in quale modo avviene?

E´ sempre il sito della Fondazione, a rispondere:

“La Campagna “Cinque per mille all’Università  di Bologna”

Anche quest’anno l’Università  è uno dei potenziali beneficiari dello strumento 5 per mille, offerto ai cittadini per la prima volta nel 2006.

Attraverso la destinazione del “5 per mille”, che non comporta alcun onere per il contribuente, è possibile sostenere le istituzioni accademiche nelle proprie attività  di ricerca e nel miglioramento della didattica.

L’Università  di Bologna, tra l’altro, ha raccolto grande attenzione in questo senso da parte dei cittadini e dei suoi ex studenti. Infatti, nel corso della campagna del 2006 l’Ateneo bolognese si è “classificato” al 2°° posto, dopo l’Università  la Sapienza di Roma, per numero di contribuenti che vi hanno destinato il proprio 5 per mille, arrivando a raccogliere 600.000 Euro. E nel 2007 i risultati sono ulteriormente migliorati, con Unibo prima tra le Università  italiane per numero di contributi singoli ricevuti.

E’ questo lo slancio con cui parte la campagna del 2008, destinata a “toccare” con eventi ed altre iniziative la sede bolognese e le sedi di Romagna dell’Università .

Quest’anno, i fondi raccolti attraverso la campagna “Cinque per mille all’Università  di Bologna” saranno impiegati per contribuire allo sviluppo della ricerca, attraverso migliori strutture, nuove strumentazioni e sostegno alle attività  di ricercatori. In questo senso, tra l’altro, la campagna si inserisce organicamente nello sforzo dell’Alma Mater per promuovere l’innovazione, la competitività  del territorio, e conseguentemente anche la migliore qualità  della vita nel nostro paese”.

In conclusione.

La tanto vituperata legge 133 ha degli obiettivi molto chiari: ridurre gli sprechi, mettere le Università  nelle condizioni di operare nel modo più efficiente possibile, e a favore degli studenti; consentire agli Atenei di “trasformarsi” in Fondazioni (è una facoltà , lo ripeto, non un obbligo), onde procurarsi ulteriore denaro (privato, in questo caso) per finanziare attività  di ricerca.

Il resto è demagogia.

Da leggere: Roberto Perotti, “L’università  truccata”: si spende tanto e male.

Da leggere: 30.000 persone in piazza contro la riforma Gelmini. Più che un’Onda, una goccia.

Una firma per difendere la libertà  di frequentare le università , ed una a sostegno della riforma Gelmini.

Se volete, votate Ok.

Leggi altre news su per il Popolo delle Libertà .

132 Responses to "Riforma Gelmini, legge 133 (Università ): quello che c´è da sapere"

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