Libera impresa in libero stato

Dunque, Federdistribuzione – l’associazione che riunisce le imprese che operano nel settore della distribuzione, dai supermercati ai centri commerciali – ha commissionato una ricerca al Cermes dell’Università Bocconi.

Ad illustrarla, il professor Roberto Ravazzoni:

La ricerca fotografa un aumento della richiesta di servizio al settore del commercio e le aperture domenicali rispondono a questo bisogno. Cresce, infatti, la componente di chi compra la domenica perché non ha tempo negli altri giorni. Se nel 2006 erano il 54,8% della popolazione ora sono il 57,2%”.

In buona sostanza, aggiunge il docente universitario:

Questo dato dimostra che gli italiani vogliono sempre più che il commercio si adegui velocemente ai loro nuovi stili di vita, che offra loro un vero servizio. Vogliono cioè avere l’opportunità di gestire con la massima libertà il proprio tempo”. Libertà, una parola sconosciuta in Italia. Ma ne parleremo dopo.

Dall’indagine – ed è il dato più importante – emerge che se le imprese che operano nel settore della distribuzione, avessero “la libertà” di raddoppiare il numero delle aperture domenicali e festive (rispetto a quanto avviene oggi), i consumi “alimentari e non” aumenterebbero dell’1,79% (cioè di 3,96 miliardi di euro l’anno), e ciò farebbe crescere il nostro Pil di uno 0,25%. Sarebbe un vantaggio per tutti.

Ne guadagnerebbero, infatti, i cittadini, che potrebbero acquistare quando hanno maggior tempo libero; i commercianti, che potrebbero guadagnare più soldi; e l’Erario, che grazie ai maggiori consumi, introiterebbe più danari.

Per questo motivo, il Presidente di Federdistribuzione – Paolo Barberini – chiede maggiore “libertà” di impresa, che:

Non significa chiedere una deregulation totale, determinare un mondo dove vince solo il più forte. Per noi significa creare i presupposti affinché le esigenze delle istituzioni, dei cittadini e della società nel suo complesso vengano soddisfatte nel modo più efficiente ed efficace possibile, regolamentando per norme gli aspetti necessari (sicurezza, piani urbanistici, ecc), creando un apparato amministrativo snello ed efficiente ma lasciando che domanda e offerta di prodotti e servizi trovino un punto di equilibrio che massimizzi la soddisfazione per entrambi. È questo un appello che rivolgiamo prevalentemente alle Regioni, affinché collaborino all’impostazione di un sistema commerciale moderno e capace di rispondere ai bisogni dei consumatori”.

Noi siamo convinti che questo sia un tema centrale nella vita dei cittadini che stanno cambiando stili di vita e che devono gestire una risorsa sempre più scarsa: il tempo. Nella società moderna il fattore tempo è, infatti, un elemento che condiziona moltissimo i comportamenti degli individui e le dinamiche di mercato, sia dal lato dei consumi che dal lato degli acquisti. Avere un sistema commerciale che può offrire le proprie prestazioni anche nei giorni festivi significa quindi porsi al servizio dei cittadini, dando loro non solo uno spazio maggiore per acquisti ma mettendoli anche nelle condizioni di fare acquisti più ragionati e razionali, spendendo quindi meglio i propri soldi, un’esigenza che di questi tempi è sentita da tutti, poveri o ricchi che siano”.

Ora, quando leggo appelli come questo, m’incazzo come una bestia, e penso di vivere davvero in un paese di merda. Dove, sovrana, regna una cultura catto-social-comunista (o fascista, che è lo stesso), che impone la regolamentazione per legge di ogni aspetto della vita privata.

Il fatto che si debba chiedere l’autorizzazione allo Stato-Padre-Padrone-Padrino (o agli enti locali), per poter aprire bottega, onde poter lavorare – il che è garantito dall’articolo 1 della nostra Carta – è semplicemente raccapricciante. Ed evidenzia quanto assente sia nella nostra vita di cittadini italiani, il riconoscimento di quell’elemento affatto trascurabile che è la libertà, il diritto all’autodeterminazione.

Tutto questo, chiaramente, deriva anche – o soprattutto – dal fatto che la nostra Costituzione si poggi su un impianto catto-comunista. Intimamente illiberale ed antimercatista.

Basti pensare, ad esempio, al secondo e al terzo comma dell’articolo 41. Che stabilisce che l’iniziativa economica privata:

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Parole che significano un cazzo! Parole prive di qualsiasi logica, e che però evidenziano un astio pregiudiziale, ideologico e razzista nei confronti dell’iniziativa privata, delle libertà economiche, perché intrise di una cultura ostile alla persona, all’individuo. Una cultura che concepisce il cittadino, nemmeno come un suddito: ma addirittura come uno schiavo, cui si possa al massimo riconoscere la libertà di obbedire e tacere.

Non a caso, il terzo comma dell’articolo 42, arriva addirittura a sostenere:

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”.

Cioè: “Io Stato, sommo Padrone della tua esistenza, ti concedo – entro limiti che discrezionalmente individuo – la possibilità di illuderti tu possa avere diritto ad usufruire di libertà economiche, come la proprietà privata; ma si tratta di una concessione regia, per cui se mi garba ti posso espropriare di qualunque cosa tu abbia, perché sei uno schiavo, e per me conti un cazzo”!

Ecco, a quei fessacchiotti di sinistri laicisti ed anticlericali che parlano di Stato Etico quando il Parlamento vara una legge per disciplinare questioni eticamente sensibili, ispirata a principi che loro non condividono, io chiedo: “Ma lo Stato che non ti dà la libertà di aprire bottega di domenica e nei giorni festivi (o di fare i saldi quando ti pare), un po’ perché fa comodo alla Chiesa (“Ricordati di santificare le feste”), e un po’ perché ostile alle libertà economiche: non è uno Stato Etico, di matrice catto-comunista e sovietica?”. Perché non v’indignate per questo? Forse perché delle libertà – in fondo in fondo – non ve ne fotte un cazzo?

Ancora.

A me piacerebbe che persone come Benedetto Della Vedova – e il suo entourage di neo-fan del Pdl, appena saliti sul “carro del vincitore” -, invece di preoccuparsi da sera a mane solo di testamento biologico, iniziassero a lottare in Parlamento per l’affermazione di principi liberisti, mercatisti, ed improntati al riconoscimento delle libertà economiche! Chi si schiera a destra, vuole innanzitutto la tutela di queste. Se è davvero un liberale!

In egual misura, al camelotiano Gianfranco Fini, se potessimo, chiederemmo di darsi da fare per spingere il governo e il Parlamento a trattare i cittadini con dignità e rispetto, anche quando fossero in gioco le libertà economiche di quest’ultimi, e non solo quelle civili!

E’ possibile che in Italia, di liberali veri, di persone disposte a difendere l’iniziativa privata, siano rimasti solo Antonio Martino, Piero Ostellino e Alberto Mingardi (oltre al sottoscritto che, però, non conta un fico secco)?

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