Piero Ostellino, lo Stato Canaglia – Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia

Vi riporto alcuni paragrafi de Lo Stato Canaglia, l’ultimo libro scritto da Piero Ostellino:

Virtuosi per legge.

La vocazione a imporre un’etica pubblica si traduce, spesso, in prescrizioni del genere “per il bene del singolo”, che si presume incosciente e scapestrato. E’ la sindrome tipica dei Paesi autoritari o totalitari – che pretendono di imporla in modo coercitivo – ovvero delle religioni votate al proselitismo, come quella cattolica, ma dalla quale sono afflitti anche Paesi, come i liberali e protestanti Stati Uniti, dove non di rado si lanciano campagne salutistiche per la disciplina dei costumi alimentari.

Di solito, i soggetti delle campagne sono le persone soprappeso. Ingrassare troppo, si dice, fa male al cuore, affatica i polmoni, appesantisce il fegato, aumenta il colesterolo (cattivo), sovraccarica la colonna vertebrale e chi più ne ha più ne metta. La differenza tra noi e loro è che da loro non è lo Stato che si occupa delle abitudini dei cittadini, ma – nel caso specifico della campagne salutistiche – sono medici e dietologi coadiuvati dai media, magari allo scopo, peloso (commerciale), di promuovere qualche nuovo prodotto farmaceutico che integri una sana dieta dimagrante; da noi è la politica, che spesso invoca l’intervento dello Stato affinché si comporti come un “buon papà”, consapevole della propria funzione pedagogica.

L’idea di imporre la virtù per legge è venuta a Livia Turco quand’era ministro del centrosinistra. L’onorevole Turco è un’ex comunista, cattolica osservante; un cocktail psicologico e politico a alto tasso di moralismo e dirigismo che darebbe alla testa a chiunque.

Voleva far pagare un ticket più alto a chi beve e a chi fuma oltre misura perché maggiormente esposto alle patologie tipiche di chi indulge a tali “vizi privati”, finendo col gravare più di altri sulla Sanità pubblica. Insomma, un chiaro esempio di sindrome di allergia agli stili di vita soggettivi e individuali e da vocazione pubblica a definire e a prescrivere ciò che è bene e proibire ciò che è male per il cittadino proprie di due grandi utopie. Il provvidenzialismo religioso e il volontarismo sociale che vedono nella creazione dell’”uomo nuovo”, virtuoso e altruista, l’inizio dell’era dell’eguaglianza e della giustizia.

Alla strampalata idea di combattere i vizi privati di chi beve e fuma troppo, in nome delle virtù pubbliche, si sarebbe potuto obiettare – come mi pare avesse fatto allora l’Istituto Bruno Leoni – che se si fosse fatto pagare un ticket più alto a chi ricorreva maggiormente alla Sanità pubblica perché “vizioso” più di quanto la sua salute gli permettesse si sarebbe dovuto fargli anche pagare contributi pensionistici minori perché presumibilmente destinato anche a vivere meno.

Ma non è questo il punto. Non si trattava – sia pure in chiave paradossale – di discutere dei punti di vista dai quali valutare l’eventuale praticabilità della proposta, quanto di riflettere sul suo retroterra culturale. Che era, appunto, quello di una sinistra vecchia, ancora prigioniera di una artificiosa contrapposizione tra interessi e gusti privati, empiricamente individuabili – e passibili, in un Paese liberale, di dover sottostare solo alla regola di non ledere la libertà di ciascuno di perseguire i propri come meglio crede – e interesse collettivo alla cui definizione e al cui perseguimento non presiede mai un criterio oggettivo, bensì provvede la volontà di dominio di chi detiene il potere in quel momento.

Non farò, però, il torto all’amabile signora Turco di aver manifestato una vocazione totalitaria e, soprattutto, di aver pensato di imporre agli italiani i suoi dettami. Mi limito, perciò, a segnalare quanto fosse anacronistica – sotto il profilo culturale prima ancora che politico – l’idea che le era saltata in testa e che, con una certa spensieratezza, aveva creduto di dover esprimere pubblicamente, nella convinzione di fare opera di governo buona e lodevole, e della quale mi pare, da quella donna intelligente che è, si è essa stessa pentita.

Gentile signora Turco, si guardi da tutto ciò che, imprudentemente, dovesse ritenere il “bene” degli italiani che l’hanno votata e eletta a loro rappresentante. Quella è una strada in discesa, che non si sa dove porti. O forse si sa troppo bene: alla dittatura.

Qualora le capitasse di tornare ad avere responsabilità di governo, lasci che ciascuno di loro persegua la propria idea di bene come meglio crede, li lasci bere e fumare quanto vogliono perché – mi sembra persino inutile dirlo – sono affari loro, non dello Stato”.

Dimissioni guidate.

Lo Stato non c’è dove dovrebbe esserci – garantire la sicurezza, la legalità, la giustizia, l’istruzione – e c’è dove non deve, producendo illegalità, divieti, vincoli, sanzioni illegittime. Da noi la legislazione non fissa solo norme di condotta; è anche strumento organizzativo. Vuole modellare l’uomo. Lo vuole nuovo, migliore di quello che è. Ma l’enorme produzione di leggi vanifica la certezza del diritto e paralizza la società.

La legge 188/2007, voluta dal centrosinistra, stabilisce quanto segue. 1) Il lavoratore che vuole dimettersi deve recarsi presso un soggetto intermedio: il Comune e simili. 2) Il soggetto intermedio si collega al Sistema informativo Mdv del ministero del Lavoro e inserisce i dati relativi alla dimissione. 3) Il Sistema rilascia il Documento delle dimissioni volontarie con un codice univoco e una data di rilascio (validità 15 giorni). 4) Il soggetto intermedio consegna al lavoratore il documento emesso, vidimato. 5) Il lavoratore consegna il documento al datore di lavoro. 6) Le dimissioni non sono valide se formulate in altra forma.

E’ un esempio di mentalità totalitaria: regolamentare tutto affinché sia scongiurata anche la più remota possibilità di violazione della legge. La ratio della surreale normativa era, infatti, evitare che i datori di lavoro facessero firmare una lettera in bianco di dimissioni all’atto dell’assunzione. L’infrazione non era solo punita, come già accadeva; era anche resa impossibile. Parafrasando san’Agostino: la peste dello Stato (totalitario) era la possibilità di infrazione”.

Conflitto d’interessi.

Che ne direste di una legge che – per prevenire la produzione di materiali pornografici – imponesse a tutti i detentori di una videocamera di alta qualità di consegnarla ai carabinieri pena la perdita di diritti civili?

A questa tipologia apparteneva il progetto di legge del governo Prodi sul conflitto d’interessi che avrebbe dovuto inibire l’assunzione di incarichi di governo a chi possedesse una fortuna economia superiore a una certa cifra. A meno che non se ne liberasse. Intendiamoci, il progetto postulava un problema reale – quello della separazione fra politica e affari nel caso in cui un uomo d’affari scenda in politica – ma lo affrontava dal lato sbagliato. Non lasciava alla sovranità degli elettori – come accade in altri Paesi – il giudizio sull’anomalia che si concentrassero nella stessa persona potere pubblico e affari personali. Pretendeva di regolarla ex ante, giuridicamente.

Il progetto di legge sul conflitto d’interessi non prevedeva, infatti, una sanzione per l’eventuale illecito che il detentore di tale fortuna commettesse una volta al governo (la promozione di leggi che favorissero i suoi interessi privati). Esso prefigurava, invece, una sanzione per “condizione sociale” (il possesso della fortuna economica) nella presunzione che la ricchezza, in quanto tale, possa – potesse – dato che in discussione non era il principio astratto, bensì, concretamente, la figura di Berlusconi – produrre un illecito (la promozione di leggi, da parte dell’uomo di governo detentore di tale fortuna, che favoriscano i suoi interessi privati).

Insomma, non una legge che secondo diritto punisse (a posteriori) un illecito perpetrato, bensì una legge che punisse (a priori) chi, per il solo fatto di essere ricco, “potesse” perpetrarlo, secondo il pregiudizio cervellotico e arbitrario di una maggioranza parlamentare.

Che ne direste, poi, di una legge che – per prevenire la nascita di squilibri sociali – imponesse a tutti di non sposarsi, o di non convivere, con una donna di ceto elevato pena la perdita dei diritti civili? A questa tipologia apparteneva il progetto di legge sul conflitto d’interessi che voleva inibire l’assunzione di incarichi di governo anche a chi fosse sposato, o convivesse, con una donna che possedesse una fortuna economica superiore a una certa cifra.

Che anche il rapporto affettivo fra due persone – l’amore – potesse diventare un’inibizione all’esercizio del diritto civile all’assunzione di incarichi di governo è un’idea che poteva saltare in testa solo alla mente malata di un “pianificatore di sentimenti” di tipo sovietico.

L’aspirante governante avrebbe dovuto, dunque, ripudiare la moglie e la convivente? In questa seconda fattispecie entrava, infatti, in gioco anche il patrimonio di una terza persona. Che veniva ridotta dal progetto di legge in questione – sarebbe stato interessante sapere che ne pensassero le femministe del centrosinistra che, però, hanno taciuto – a pura “appendice” del marito o del convivente. La donna, dunque, avrebbe dovuto rinunciare al proprio naturale e soggettivo diritto di proprietà a causa della usa condizione di soggetto passivo delle pur legittime ambizioni politiche dell’uomo? Assurdo, assurdo, assurdo”.

Vietato toccarsi.

«Toccarsi» (gli attributi) in pubblico, anche furtivamente e come gesto scaramantico, è reato. Lo ha stabilito la terza sezione penale della Corte di Cassazione, definendolo «un atto contrario al decoro e alla decenza pubblica». A questo punto, che dire di uno Stato che trasforma un gesto inelegante in reato? Che è uno Stato fascista, comunista, teocratico? O solo incredibilmente stupido nella sua anacronistica vocazione repressiva?

Mi chiedo da quale profondità della psiche di magistrati della Cassazione – non di un parroco di campagna – sia emersa la volontà di punire chi si tocca gli attributi. Complesso freudiano? Caso d’«isteria legislativa»? Anche se è difficile configurare il reato in termini di diritto – romano o canonico? – un fatto, comunque, è certo. La sentenza è destinata a sollevare una miriade di casi e di eccezioni. Dalla punibilità per tutti all’assoluzione per insufficienza di prove.

«Toccarsi» perché prudono è un’attenuante sostenibile in un’aula di tribunale? La difficoltà, qui, mi pare consista soprattutto nel produrre i testimoni. Farlo al passaggio di un gruppo di suore è anche oltraggio alla religione e va inserito nel Concordato? Qui, la questione potrebbe acuire il conflitto fra cattolici e libertari. Chi «si tocca» di fronte a un alto ufficiale delle forze armate è un renitente alla difesa della patria o un pacifista? E il pacifista potrebbe citare a propria discolpa l’articolo 11 della Costituzione che bandisce la guerra? «Toccarsi» allo stadio, quando c’è una punizione contro la propria squadra, è scongiuro o «atto contrario al decoro» (di tifoso)? Qui, mi pare che il problema sia come perseguire «il tocco di massa». Dunque, sui tram – dove una volta c’era scritto «vietato bestemmiare» (e sputare) – adesso scriveranno «vietato toccarsi»? Non oso pensare quale sarebbe la reazione dei controllori che dovessero controllare, oltre i biglietti, anche se qualcuno si «tocca»”.

L’egualitarismo zoppo del centrosinistra.

Siamo proprio sicuri che la sinistra sia per l’eguaglianza e dalla parte dei più deboli? Proviamo a ragionare in termini empirici. Da noi, ogni volta che è arrivata al governo, la sinistra ha aumentato la spesa pubblica e la pressione fiscale. Ma chi le paga le tasse?

In Italia, le paga, innanzitutto, la grande massa dei lavoratori a reddito fisso, ai quali sono prelevate direttamente alla fonte dal datore di lavoro. Anche volendolo, non potrebbero sottrarvisi. Poi, le pagano piccoli artigiani, commercianti e professionisti. Probabilmente, non in misura corretta rispetto al proprio reddito reale avendo la possibilità di sottrarvisi almeno in parte; forse, quanto le pagherebbero se il nostro Paese avesse una pressione fiscale più bassa, analoga a quella di altri Paesi.

Infine, le pagano coloro i quali hanno un reddito elevato e hanno l’interesse e l’opportunità di utilizzare le misure che la legge offre loro per evitare di pagare in proporzione ai logo guadagni: l’individuazione, con l’aiuto di esperti fiscalisti, di artifici di ingegneria fiscale attraverso i quali eludere del tutto legalmente una parte delle tasse che altrimenti dovrebbero pagare.

Sono la categoria di italiani che, meno di ogni altra, si lamenta del fisco e partecipa a manifestazioni di protesta contro di esso. Forse perché se ne sente meno tartassata? Mi attengo anche qui a una rilevazione strettamente empirica.

Molti di costoro votano a sinistra. Poiché non sono ideologizzati come molti lavoratori a reddito fisso o autonomi, e non votano, quindi, per senso di appartenenza di classe, è probabile, dunque, che lo facciano per convenienza. Votano a sinistra perché costa fiscalmente meno di quanto non renda loro sul piano mondano qualificarsi tali. Perché è chic e conviene.

Ritengono sociale la spesa pubblica, anche se elevata. Ma non sono mai saliti su un autobus; non mandano i loro figli alla scuola statale – a meno di non esserne stati costretti dalle circostanze – non sono mai finiti in una corsia d’ospedale; si curano in cliniche private, all’estero. In compenso, si scandalizzano, ostentando una moralità fiscale pelosa, se l’idraulico non emette fattura. Non si chiedono se quella manifestazione, così palesemente illegale, non sia una forma di individuale autodifesa o addirittura il corrispettivo della loro legale, e meno palese, elusione per interposta abilità del fiscalista.

Intendiamoci. Non auspico che “anche i ricchi piangano”, come voleva un manifesto dell’estrema sinistra. Non credo che l’accumulazione di ricchezza individuale sia un gioco a somma zero: tutto ciò che guadagna l’uno lo perde l’altro. Perciò, non mi chiedo neppure se sia giusto che la legge consenta ai più abbienti di attenuare in parte i rigori del fisco. Mi pare, anzi, una legittima difesa contro la sua voracità.

Vorrei solo che chi è esposto a una fiscalità più occhiuta e implacabile non fosse preso per i fondelli con la balla della redistribuzione della ricchezza e dell’eguaglianza (peraltro controproducenti anche se fossero vere). La spesa pubblica – oltre il 50 per cento del Pil – è il luogo dove si sperpera in inefficienze e sprechi la ricchezza nazionale; dove prospera il parassitismo.

E’ la riserva di caccia delle oligarchie politiche al governo che su di essa mettono le proprie mani. L’elevata pressione fiscale è lo strumento di dominio di tali oligarchie.

E’ lo Stato etico che pretende di saper disporre dei soldi del cittadino meglio di quanto non saprebbe fare lui stesso. Spesa pubblica e pressione fiscale elevate non sono la democrazia. Sono la prova del suo fallimento”.

P.S.: buona Pasqua a tutti.

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7 Responses to "Piero Ostellino, lo Stato Canaglia – Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia"

  • Alex says:
  • camelot says:
  • paolo motta says:
  • camelot says:
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