Piero Ostellino, lo Stato Canaglia – Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia (parte seconda)

Vi riporto alcuni paragrafi de Lo Stato Canaglia, l’ultimo libro di Piero Ostellino:

La paura a fondamento della politica.

Sul nostro mercato politico, la domanda di libertà è debole e male articolata, mentre quelle di sicurezza e protezione sono forti e bene organizzate. Prevale, nella maggioranza degli italiani, la convinzione – secondo lo schema già teorizzato nel 1651 da Thomas Hobbes nel Leviatano – che valga la pena rinunciare alle proprie libertà individuali a favore del nuovo sovrano, lo Stato democratico, che li tuteli contro le incognite di una società conflittuale e di una pluralità di valori. Una sorta di contratto sociale fondato sulla paura, rispetto al contratto sociale – teorizzato nel 1690 da John Locke nei Due trattati sul governo – fondato sul consenso fra uomini liberi.

L’uno, quello hobbesiano, caratteristico di una società chiusa, di sudditi; l’altro, quello lockeano, caratteristico di una società aperta, di cittadini. Il conflitto, e persino la competizione, che nelle società di democrazia liberale matura sono un fisiologico fattore di dinamismo sociale e di progresso civile e economico, da noi, sono percepiti come anomalia, una patologia e, in quanto tali, esorcizzati.

La prevalenza del concetto di sicurezza su quello di libertà ha prodotto e alimentato, inoltre, la cultura pauperista e dell’assistenza (anziché quella del rischio e del profitto) della classe dirigente e di gran parte degli stessi cittadini che – come accadeva nei Paesi del socialismo reale – tendono ad accontentarsi della mediocre tranquillità di uno pseudo salario, in cambio di uno pseudo lavoro. Del “posto”, possibilmente pubblico, dove non correre neppure il rischio di dover lavorare, dove sia possibile derubare così la pubblica amministrazione del tempo necessario ad avere un’altra occupazione e a integrare lo pseudo salario; invece della libertà di rischiare per crescere e, perché no, arricchirsi.

Così, le nostre istituzioni pubbliche e le nostre forme di organizzazione sociale riflettono una cultura statalista, dirigista, protezionista. La natura dell’ordinamento giuridico e la struttura socioeconomica sono ancora collettiviste, stataliste, dirigiste, corporative; in una parola, illiberali.

L’Italia conserva dell’autoritarismo fascista e del totalitarismo comunista il pregiudizio ideologico e le chiusure sociopolitiche e socioeconomiche nei confronti dei diritti soggettivi naturali dell’individuo. L’innesto, nell’immediato dopoguerra, della cultura collettivista marxista sul tronco corporativo fascista ha addirittura peggiorato le cose. I due estremi si sono incontrati nella comune concezione organicistica della società.

La Costituzione è figlia del compromesso fra le due Resistenze, quella totalitaria (comunista) e quella democratica (liberale, cattolica, socialista, repubblicana) che si batterono contro il nazifascismo.

La Resistenza totalitaria che durante la guerra di liberazione ha ammazzato, oltre i fascisti, anche i partigiani di quella democratica, e dopo la fine della guerra cittadini innocenti in nome della lotta di classe e nella prospettiva dell’instaurazione nel nostro Paese di un regime di tipo sovietico. La Resistenza democratica che si proponeva di abbattere il fascismo per portare l’Italia nell’alveo delle democrazie liberali dell’Occidente capitalista.

Il mito della Resistenza (al singolare), a partire dal dopoguerra, ha avuto come obiettivo politico la legittimazione democratica del Partito comunista in nome dell’antifascismo, come se antifascismo (o anticomunismo) e democrazia fossero sinonimi contro ogni evidenza empirica. Stalin era antifascista, ma non si può certo dire che fosse democratico; Mussolini era anticomunista, ma non si può certo dire neppure di lui che fosse democratico.

Oggi, il mito della Resistenza (al singolare) fa il verso alla mistica fascista – paradigma dell’Italia che cambia l’oggetto delle sue messe cantate, mai la musica – criminalizzando contemporaneamente chi racconta come sono andate realmente le cose: cioè che non c’è stata “la Resistenza”, ma ci sono state “le Resistenze”.

E’, del resto, sempre lo stesso compromesso di allora fra le due Resistenze che perpetua ancora, anacronisticamente, il dopoguerra e legittima – come recita la retorica ufficiale – la Repubblica, laica e democratica, che ha nell’antifascismo il suo fondamento. Ma questa Repubblica, figlia di una menzogna (la Resistenza unitaria) e, forse, nata persino da un broglio elettorale (il referendum che ne ha sancito la nascita e la fine della monarchia) è culturalmente bigotta, politicamente illiberale, istituzionalmente pasticciata.

Il risultato è che è spesso in contraddizione persino con se stessa. L’articolo 10 della Costituzione prescrive che “lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione ha diritto di asilo”. Ma il Tribunale di Milano, con sentenza depositata il 13 gennaio 2005, ha negato l’asilo a un medico cubano perché il suo diritto naturale alla libertà (di espatriare) era in contraddizione con l’interesse della collettività cubana all’assistenza medica da parte sua. Una mostruosità logica, giuridica e politica.

E’ soprattutto per colpa di certi antifascisti in servizio permanente effettivo che l’antifascismo ha assunto due connotazioni che nulla hanno a che vedere con le sue origini. Da un lato, è la foglia di fico della quale una certa sinistra si fa miserevolmente scudo per giustificare la propria intolleranza nei confronti di chiunque non la pensi come lei. Insomma, l’antifascismo militante come negazione stessa dell’antifascismo storico, che è stato, innanzitutto, opposizione morale all’intolleranza totalitaria. Dall’altro lato, l’antifascismo è l’argomento che quella stessa sinistra usa per legittimare o delegittimare moralmente e politicamente chiunque aspiri a governare il Paese o anche solo ad assumere un ruolo culturale e politico a essa concorrente. Insomma, l’antifascismo militante non come ideale, ma come manganello da esibire a mo’ di avvertimento.

Una parte di responsabilità del pasticciaccio costituzionale l’ha avuta, però, anche una certa cultura cattolica. Nell’immediato dopoguerra, a fare da collante tra il corporativismo fascista e il collettivismo marxista in funzione antindividualistica non furono i cattolici liberali, bensì i professorini cattocollettivisti – Dossetti, La Pira, Moro, Fanfani (quest’ultimo il teorico del corporativismo) e altri – per i quali la libertà non era un fine, ma un mezzo (Dossetti), e la solidarietà non uno spontaneo moto dell’animo, ma un obbligo di legge (La Pira).

(…) La struttura della società è rimasta fondamentalmente la stessa – chiusa e corporativa – disegnata dall’organicismo fascista e infarcita ancor di più di elementi propri del totalitarismo comunismo e del solidarismo cattolico. Un’ibrida dittatura delle oligarchie, mascherata da una parvenza di democrazia rappresentativa e spacciata per giustizia sociale. Paradigmatica anch’essa dell’Italia che cambia qualcosa affinché nulla cambi.

Le corporazioni sono il ricettacolo di privilegi legalizzati, di elargizioni e sussidi che gravano sulla spesa pubblica e conferiscono un’aura di legittimità a una società refrattaria alla meritocrazia, ostile alla modernità, impermeabile alla mobilità.

Il sistema politico italiano è la traduzione filosofico-politico-istituzionale dell’impraticabile presunzione di poter passare dall’essere (il corporativismo sociale) al dover essere (il costruttivismo socialista) nel rispetto delle libertà liberali (il costituzionalismo) con le buone intenzioni. Un salto logico tipico di tutte le utopie condannate dalle “dure repliche della storia”. Per uscirne, bisognerebbe fare tutto ciò che conformismo culturale, corporativismo sociale, collettivismo statuale impediscono di fare. Una rivoluzione culturale, una conversione sociale, una riforma statuale che richiederebbero anni.

Il liberalismo, questo sconosciuto.

A questo punto, l’ovvia conclusione è che ciò che accada semplicemente perché gli italiani non sono liberali. Resta, però, da chiedersi perché non lo siano. E qui le cose si complicano. C’è, infatti, che ne fa risalire le cause lontane alla cultura cattolica; al fatto, cioè, che l’Italia non abbia conosciuto la Riforma protestante – che con la sua negazione del principio di autorità nella religione e l’affermazione di quello di responsabilità è a fondamento etico del liberalismo politico – ma solo la Controriforma, che dell’autoritarismo politico è (sarebbe) la giustificazione morale. C’è chi ne attribuisce le cause più prossime al fascismo e al comunismo.

Sul fronte fascista, è (sarebbe) stata la versione genti liana e organicistica dell’idealismo filosofico a esaurire nello Stato etico ogni istanza di autonomia e libertà politiche; sul fronte comunista, è (sarebbe) stata la togliattiana doppiezza a giustificare la propensione a sacrificare i principi alla conquista del potere politico. Riassumendo, si potrebbe dire che nessuno mai, né la Chiesa, né lo Stato, né la scuola, né l’editoria, né la politica, né la stragrande maggioranza degli intellettuali, ha provato a spiegare agli italiani che cosa sia il liberalismo.

(…) Anche ora che tutti si dicono liberali, i diritti di libertà individuali sono sinonimo di personale egoismo, che farebbe il danno di una collettività non meglio identificata, come se la collettività non fosse una pluralità di individui; la libertà economica è sinonimo di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, mentre è una manifestazione delle libertà individuali, che trovano i loro limiti nel diritto di ognuno di goderne nella stessa misura; il mercato è assimilato allo stato di natura, mentre è un processo di individuazione e soddisfacimento degli interessi di tutti.

La libertà liberale non è anarchia, ma si sostanzia e si manifesta all’interno di un quadro normativo perché è anche un concetto giuridico, non solo politico o economico. Godiamo delle libertà individuali, che attribuiamo alla democrazia, mentre esse sono figlie del liberalismo, che è il costituzionalismo, lo Stato di diritto, il governo della legge.

Il liberalismo, ricorda Friedrich A. von Hayek, muove dal riconoscimento dei limiti della conoscenza umana, dalla dispersione della conoscenza di tempo e luogo e, quindi, della fallibilità degli uomini. Perciò nessuno può pretendere di essere depositario di un punto di vista privilegiato e di imporlo agli altri, bensì tutti dobbiamo poter concorrere liberamente a scoprire e a proporre punti di vista diversi e alternativi. Solo il mercato e la concorrenza – anche, ma non solo, economica – provvedono a mobilitare e valorizzare tali risorse e tali opportunità che concorrono tutte inconsapevolmente a creare la società aperta.

La libertà liberale, dunque, non è impedimento, assenza di costrizione, ma è la sfera entro la quale ciascuno può agire senza essere ostacolato da altri. E’ libertà negativa, “libertà da”, che un altro grande pensatore liberale, Isaiah Berlin – nel celebre saggio Due concetti di Libertà – ha contrapposto alla libertà positiva democratica, la “libertà di”. Non ci sarebbe, del resto, libertà democratica, libertà di partecipazione, senza libertà liberale, libertà dalla costrizione, con tutto il suo patrimonio di diritti individuali, di coscienza, di parola, di associazione.

Infine, nel passaggio dall’empirismo liberale – l’individualistica aspirazione dell’uomo a essere padrone dei propri sentimenti, dei propri desideri, delle proprie emozioni, della propria vita – al razionalismo democratico, l’aspirazione dell’uomo a vivere secondo ragione, il rischio è di passare della libertà all’obbedienza nei confronti di chi meglio di noi sa che cosa sia la vita buona, come agire virtuosamente. Ecco spiegato perché nel binomio democrazia liberale, è più importante l’attributo liberale del sostantivo democrazia”.

P.S.: ricordo a tutti che si può donare 1 euro alla popolazione abruzzese, inviando un sms al numero 48580 (messo a disposizione dalla Protezione Civile).

Leggi altre news su per il Popolo delle Libertà.



Tags: , , , ,

12 Responses to "Piero Ostellino, lo Stato Canaglia – Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia (parte seconda)"

  • Django says:
  • camelot says:
  • mauro says:
  • camelot says:
  • Mauro says:
  • camelot says:
  • mauro says:
Leave a Comment