Magistratura democratica, la corrente di sinistra dei togati cui aderisce Nicoletta Gandus, non fa politica. Per carità!

N. 3/2001 di Questione Giustizia, la rivista di Magistratura democratica, la corrente di sinistra dei togati cui aderisce Nicoletta Gandus.

Titolo: “Le istituzioni e la giustizia dopo il 13 maggio”.

Svolgimento:

All’indomani delle elezioni del 13 maggio e della vittoria della destra: una vittoria culturale, prima che politica, si aprono anche per il settore giustizia scenari nuovi e inquietanti. Non lo scopriamo oggi. Da tempo avevamo segnalato le questioni implicate dalla contesa elettorale, individuando nel programma della destra un progetto autoritario, che mira a ridurre il ruolo di mediazione della politica rispetto ai rapporti di forza del mercato ed il controllo di legalità sui poteri forti e ad accentrare i luoghi di decisione ed evidenziando la concreta possibilità che si arrivi ad una concentrazione inedita e potenzialmente illiberale di potere economico, mediatico, politico-sociale, istituzionale (…) capace di operare in profondità su tutti gli equilibri istituzionali su cui è fondata la Repubblica (cosi, rispettivamente, C. Verardi e N. Rossi nel forum Quale giustizia? pubblicato nel fasc. 5/2000). Non scopriamo, dunque, nulla di nuovo. Ma ciò che ieri segnalavamo come un rischio è, oggi, una realtà.

Ad essere in discussione dopo la vittoria della destra è lo stesso patto fondativo della Repubblica, la Costituzione del 1948. Indebolita da una campagna delegittimatrice ultradecennale (che ha avuto il sua acme nella stagione della Commissione bicamerale) e impudicamente calpestata all’atto della guerra alla ex Jugoslavia, la Carta fondamentale ha subito in questa campagna elettorale una ulteriore lacerazione, con l’affermarsi nei fatti di un sistema presidenziale (accompagnato dal culto del capo) estraneo al disegno costituzionale, di cui anzi costituisce la negazione. E le proposte di modifica, anche formali, si moltiplicano, estendendosi alla prima parte della Carta, per affermarvi il primato dell’impresa e della proprietà privata e per riscrivere in modo restrittivo il catalogo dei diritti sociali e, financo, i principi di uguaglianza dei cittadini e di laicità dello Stato.

In questo contesto, novità rilevanti attendono il settore giustizia, ben oltre le indicazioni contenute nel programma elettorale della Casa delle libertà. Non per caso, né (solo) per circostanze contingenti, legate a vicende giudiziarie di leader di primo piano dello schieramento politico vincente, come sembra suggerire, con indiretta ma univoca minaccia, il neo onorevole di Forza Italia Lino Jannuzzi, secondo cui la rivoluzione della giustizia non ci sarà, a meno che Berlusconi non venga condannato in uno dei processi in corso a Milano per falso in bilancio e corruzione in atti giudiziari (La Repubblica, 27 maggio 2001). La ragione profonda del riordino del settore giustizia perseguito da questa destra è che la giurisdizione costituisce oggi, nei fatti, il solo ostacolo istituzionale alla realizzazione di una concentrazione di potere senza precedenti, estesa dalla politica e dalla economia sino a gran parte dei mezzi di comunicazione (strumento di controllo principe nelle società moderne). Di qui il progetto di allentamento delle regole: nel settore civile attraverso la privatizzazione del processo, con delega della attività istruttoria alla libera dinamica delle parti fuori dall’intervento e dal controllo del giudice, e nel settore penale attraverso forme di attenuazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale. Di qui, ancora, il progetto di riassetto della magistratura e dello status dei magistrati.

La finalità è stata descritta in modo univoco, dal neopresidente del Senato Pera, in una sorta di monito ai magistrati, contenuto nella relazione illustrativa al disegno di legge n. 4621/Senato della scorsa legislatura: Se vuoi prendere posizione su casi generali e soprattutto specifici, se vuoi associarti per certi fini, se vuoi manifestare per certi scopi, allora devi responsabilmente assumerti l’onere di non apparire parziale e dunque il dovere di astenerti dal giudicare in tutti quei casi in cui la tua esternazione o il tuo comportamento appaia al cittadino di ostacolo alla tua serenità di giudizio. Come non ricordare il precedente del guardasigilli Alfredo Rocco, secondo cui la magistratura non deve far politica di nessun genere. Non vogliamo che faccia politica governativa o fascista, ma esigiamo fermamente che non faccia politica antigovernativa o antifascista (discorso al Parlamento del 19 giugno 1925)?

questa la partita che si è aperta con il voto del 13 maggio. Ai giuristi democratici (qualunque ne sia l’appartenenza corporativa) non è consentito stare alla finestra. Per essi Questione giustizia sarà strumento e punto di riferimento. maggio 2001”.

N. 1/2006 di Questione Giustizia.

Titolo: “Il diritto penale e gli ultimi strascichi di una legislatura fallimentare”.

Svolgimento:

“Se per politica penale si intende – come si deve intendere – l’intreccio tra definizione dell’area della penalità e pratica della punizione, quella della legislatura appena conclusa è stata assai più innovativa di quanto comunemente si creda ed ha prodotto nel sistema cambiamenti che non è esagerato qualificare eversivi (evidenziati dalla continua crescita del carcere, della cosiddetta “area penale esterna” e della detenzione amministrativa).

Certo non sono stati riscritti i codici, come prometteva a inizio legislatura l’incauto guardasigilli padano, né hanno prodotto risultati (neppure sotto il profilo culturale) le molte commissioni di studio destinate solo a esibire studiosi amici e a fungere da “specchietti per le allodole” mentre, altrove, si consumavano scambi e si dettavano scelte e priorità. Ma è un fatto che la penalità è stata riscritta e interpretata senza risparmio: talora con interventi ex novo (è il caso della nuova disciplina della recidiva e dei suoi effetti), talaltra proseguendo strade già intraprese (si pensi alla differenziazione delle pene a seconda del “tipo d’autore”); in alcune occasioni con accompagnamento di fanfara (è il caso del diritto speciale dei migranti), in altri quasi di soppiatto (si pensi alla disciplina degli stupefacenti, inserita come emendamento in sede di conversione di un decreto legge contenente norme per la sicurezza e il finanziamento delle Olimpiadi).

Il segno di questa politica è plasticamente riassunto da due interventi normativi, approvati in gran fretta negli ultimi giorni della legislatura, che costituiscono vere e proprie macchie sulla civiltà dei moderni: la legge 13 febbraio 2006, n. 59 (recante modifiche alla disci-plina della legittima difesa) e la legge 21 febbraio 2006, n. 49 (con cui è stata riscritta, pressoché per intero, la disciplina degli stupefacenti e della tossicodipendenza). Con il primo intervento è stata snaturata la causa di non punibilità dell’art. 52 del codice penale, prevedendone l’operatività comunque – ché di ciò in concreto si tratta – nel caso di uso di un’arma legittimamente detenuta per difendere l’incolumità o i beni, propri o altrui, nella propria casa (e relative pertinenze), nel proprio negozio o nel proprio luogo di lavoro. Mai, neppure in epoca fascista, i principi e le regole di convivenza avevano subito uno strappo così profondo e lacerante. E’ l’introduzione nel sistema di una sorta di pena privata, cioè decisa dalla persona offesa (o dalla presunta persona offesa) e da essa direttamente inflitta, con un oggetto possibile è l’uccisione del reo (o del presunto reo) è non previsto in nessun altro caso dall’ordinamento e, anzi, espressamente escluso dall’art. 27 della Carta fondamentale.

Così, con un tratto di penna, si cancella il fondamento stesso del diritto penale moderno che ha come idea guida e ragion d’essere la sottrazione del reo alla vendetta privata e l’attribuzione esclusiva allo Stato del potere di punire le condotte illecite, all’esito di un processo garantito e ad opera di un giudice imparziale. Il messaggio di inizio legislatura (“vi di-fenderemo meglio”) svela, infine, il suo reale contenuto: “difendetevi da soli e, comunque, vi garantiremo l’impunità”. Con la legge n. 49/2006, poi, la disciplina degli stupefacenti ha subito una ulteriore curvatura proibizionista e segregante (quasi che già oggi non fosse lì la principale causa di privazione della libertà personale): basti pensare alla parificazione delle droghe leggere e di quelle pesanti (così che la canapa diventa, per legge, uguale all’eroina o alla cocaina); all’affievolimento della distinzione tra tossicodipendenti, consumatori occasionali e spacciatori con previsione per tutti i com-portamenti che “hanno a che fare” con gli stupefacenti (salvo i casi conclamati di uso personale e le cosiddette “ipotesi di lieve entità”) del carcere nella misura minima di sei anni; alla introduzione di vere e proprie misure di prevenzione ad hoc per tossicodipendenti; alla confusione e sovrapposizione impropria di punizione e trattamento.

In questo crescendo di ideologia e pratica repressiva è non intaccato dal (solo apparente) ampliamento della possibilità di percorsi terapeutici alternativi – si è giunti addirittura (altro strappo alla modernità) a configurare una sorta di “diritto penale dell’apparenza”, ché il testo novel-lato dell’art. 73, comma 1 bis, lett. a, del testo unico modificato preve-de la punibilità della detenzione (e condotte assimilate) di sostanze stupefacenti o psicotrope che per quantità (…), ovvero per modalità di presentazione (…), ovvero per altre circostanze dell’azione, appaiono destinate ad un uso non esclusivamente personale (corsivo mio). E’ l’ennesima conferma che il “sonno della ragione” genera mostri””.

N. 4/2006 di Questione Giustizia.

Titolo: “Politica e terzo potere. La lezione di Giuseppe Borrè”.

Svolgimento:

“Sono ormai trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Giuseppe Borrè. Un grande magistrato, appartenente a quella ristrettissima schiera che, nei pur diversi contesti storici della modernità, riesce a incarnare i valori più alti della funzione del giudice sottraendoli al rischio, sempre più forte, della retorica e dell’usura. Un giurista di grande rigore. Un intellettuale di assoluta indipendenza e di straordinario impegno. Un docente lucido e pieno di abnegazione verso gli allievi (…).

Fu dunque naturale ritrovarsi tra i fondatori di Magistratura democratica in un momento in cui – per dirla con le sue parole – «la cultura giudiziaria era dominata dal conformismo, l’ordinamento giuridico era conside-rato autoreferenziale, la legge ordinaria era avvertita come unico e definitivo termine di riferimento» e la Costituzione – «che costringeva ai confronti, a mettere in discussione assetti, certezze, regole del gioco » – era avvertita come una pericolosa tentazione. Di Magistratura democratica divenne apprezzato dirigente e, per circa dieci anni, presidente ascoltato e prestigioso.

E in questa impresa collettiva egli diede, forse, il meglio di sé, esercitando un magistero che era la sintesi del raro combinarsi delle sue doti: la sapienza giuridica e l’attenzione verso l’altro, l’apertura al dialogo, la fantasia (chi ha detto che essa non serva al giurista?), il rigore intellettuale, la capacità di non intestardirsi nelle proprie posizioni (la cocciutaggine gli era del tutto ignota). Qualità necessarie per fare dell’esperienza di Magistratura democratica un’impresa permanente di pedagogia collettiva. Giacché, come soleva ripetere, un’elaborazione culturale diuturna era, unitamente al rigore professionale, condizione indispensabile per l’impegno che il gruppo aveva scelto, tra i cui obiettivi rilievo centrale assumeva la demistificazione della trama dei tanti luoghi comuni che disegnavano l’orizzonte di una magistratura conformista. A cominciare dal mito dell’apoliticità come condizione dell’indipendenza, al quale egli contrapponeva efficacemente la «politicità-indipendenza », chiarendo: «la magistratura è politica proprio perché è indipendente dagli altri poteri dello Stato. Il suo essere indipendente non la colloca in un “altro” universo (pretesamene apolitico), ma la fa essere un autonomo e rilevante momento del sistema politico ».

Un programma così ambizioso non poteva affidarsi solo alla comunicazione orale. Infatti Giuseppe Borrè fu tra i promotori della rivista Qualegiustizia diventata poi Questione Giustizia (…)”.

N. 6/2007 di Questione Giustizia.

Titolo: “L’utile, il giusto e la giurisdizione”.

Svolgimento:

“Non è – come vorrebbe una vulgata diffusa nella politica, sulla stampa e persino tra i magistrati – un copione già visto. Le misure cautelari che, il 16 gennaio, hanno colpito sodali e congiunti del guar-dasigilli Mastella anticipandone le dimissioni annunciate e spianando la strada alla caduta del Governo Prodi hanno poco a che vedere con l’arresto per corruzione, avvenuto a Milano il 17 febbraio 1992, del socialista emergente Mario Chiesa, a cui seguirono, come una valan-ga, il ciclone di Tangentopoli e la fine della prima repubblica. Ed e-gualmente distanti esse appaiono dall’avviso di garanzia (anch’esso per corruzione) emesso dalla Procura milanese nei confronti del presiden-te del Consiglio Berlusconi, che, notificato a Napoli il 22 novembre 1994, contribuì a determinare la fine anticipata del primo Governo della Repubblica sostenuto da un partito azienda e dagli eredi del fa-scismo (con il supporto di alcuni remissivi comprimari) (…)”.

N. 2/2008 di Questione Giustizia.

Titolo: “Dopo il 13 aprile”.

Svolgimento:

“La Costituzione, frutto dell’antifascismo e della Resistenza, ha sessant’anni. Dedicheremo a questa ricorrenza e al suo significato attenzione e approfondimenti ma, oggi, non è tempo di celebrazioni. Le elezioni politiche del 13 e 14 aprile, infatti, non hanno determinato solo una fisiologica (e salutare) alternanza di governo. Esse hanno sancito l’egemonia – non è dato sapere se nel breve o nel lungo periodo – di forze politiche e culturali che la Costituzione hanno sin ab initio avversato o che sono state estranee al processo costituente. Di ciò occorre essere consapevoli se davvero si vuole arrestare la deriva in atto (…)”.

N. 4/2008 di Questione Giustizia.

Titolo: “Il diritto e i diritti. Le politiche della destra, l’assenza di opposizione, il ruolo dei giuristi”.

Svolgimento:

“Quattro mesi fa, nell’editoriale del n. 2/2008, scrivevamo che le elezioni politiche del 13 e 14 aprile non si erano limitate a determinare una (fisiologica) alternanza di governo ma avevano sancito l’egemonia di forze politiche e culturali estranee od ostili al progetto egualitario ed emancipatore della Costituzione del 1948. I fatti hanno rapidamente confermato tale analisi, cancellando gli entusiasmi (incauti quanto incomprensibili) di quanti parevano conquistati dai primi passi e dalle “buone maniere” del ministro Alfano.

I primi cento giorni di governo propongono, infatti, un elenco di interventi nel settore dei diritti e della giustizia impressionante per qualità e quantità . La riedizione, ostentata e rivendicata, della pratica delle leggi ad personam (con una sospensione dei procedimenti nei confronti delle alte cariche dello Stato disegnata sulle esigenze contingenti del presidente del Consiglio) sta determinando lo stravolgimento della funzione legislativa. Sull’onda della questione sicuritaria e di altre ricorrenti emergenze (a cominciare dell’accumulo di rifiuti nelle strade di Napoli) lo stato di eccezione è diventato regola, provocando – inisieme al bisticcio delle parole – ferite senza precedenti all’unità dell’ordinamento giudiziario e processuale e finanche del sistema penale.

L’ossessione dei migranti ha incentivato meccanismi premoderni di differenziazione della cittadinanza e dato la stura a un’ondata repressiva presto estesa – complici molti sindaci e amministratori locali – a ogni settore di devianza e diversità . Il principio di uguaglianza e lo Stato sociale – nuclei forti della Costituzione del 1948 – sono stati umiliati fino alla configurazione del regime di precarietà come regola anche per rapporti di lavoro pregressi caratterizzati da stabilità e durata indeterminata (sic!) mentre nuove “carte di povertà ” si apprestano a sostituire servizi e interventi di sostegno fondamentali per tutti.

E, in questo quadro, si anticipa, per l’autunno, una coerente “campagna” tesa normalizzare la giurisdizione e la magistratura rendendole compatibili con il nuovo sistema.Tutto prevedibile e già scritto nel risultato elettorale di primavera? Non esattamente. Ci sono, infatti, alcuni elementi di novità . Due, in particolare, tra loro strettamente connessi: la facilità con cui il progetto della destra si sta realizzando e l’assenza di una reale opposizione.

Il primo dato blocca sul nascere ogni interpretazione riduttiva della situazione. Ad essere vincente non è (solo) un “grande comunicatore” beneficiato da reti televisive discutibilmente possedute: è, ben più in profondità , una cultura i cui riferimenti sono la disuguaglianza, la competizione, la divisione ineluttabile della società (novello classismo alla rovescia) in ricchi e poveri. Si tratta di una cultura diffusa, costruita nei decenni, da cui non ci si libererà nei tempi brevi.

Altrettanto netto è il secondo elemento di novità . A fronte del progetto della destra non c’è alternativa culturale né opposizione politica (se si eccettuano il populismo di Antonio Di Pietro e gli editoriali di Famiglia Cristiana). La sinistra, in particolare, è – sul tema dei diritti e della giustizia – assente e, in ogni caso, silente. Nella migliore delle ipotesi gioca di rimessa contestando, debolmente, questa o quella iniziativa del Governo e della maggioranza senza mai uscire da una situazione di subalternità apparentemente irrimediabile anche in settori classici della sua riflessione e del suo impegno: la centralità della Costituzione e dei suoi principi, la «questione morale» (scomparsa dalla sua prassi e dal suo vocabolario), la sicurezza dei cittadini (appiattita sulla «emergenza criminalità » senza coglierne la connessione con condizioni di vita sempre più precarie e incerte) e via elencando”.

I magistrati non solo devono essere imparziali, ma tali devono anche apparire. E se imparziali non appaiono, è difficile immaginare lo siano quando esercitano le proprie funzioni.

Da leggere, sull’argomento, anche questo.

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3 Responses to "Magistratura democratica, la corrente di sinistra dei togati cui aderisce Nicoletta Gandus, non fa politica. Per carità!"

  • bruno says:
  • camelot says:
  • Claudio says:
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