Quando il datore di lavoro di Ezio Mauro, Giuseppe D’Avanzo, Concita De Gregorio e Marco Travaglio (nonché “tessera n.1 del Pd”) faceva affari con il piduista banchiere della Mafia Roberto Calvi

Da Ambrosiano, il contro-processo” di Mario Tedeschi:

“Il 9 gennaio 1988, mentre in tutta Italia risuonava la grancassa degli applausi a Carlo De Benedetti per il suo colpo di mano sulla Société Générale belga, da Milano giungeva una notizia d’agenzia: i pubblici ministeri Pier Luigi Dell’Osso e Alfonso Marra, incaricati dell’indagine sul dissesto del Banco Ambrosiano (indagine cui ha fatto seguito il processo che ha portato alla condanna in primo grado di Carlo De Benedetti, e poi alla sua completa assoluzione, nota di camelot), avevano deciso di insistere nella richiesta di un mandato di comparizione nei confronti dell’industriale di Ivrea per il reato di estorsione, in relazione al suo “blitz” nel Banco di Roberto Calvi tra la fine dell’81 e l’inizio dell’82.

Tale richiesta era già stata presentata nel maggio 1987 ai giudici istruttori Antonio Pizzi e Renato Bricchetti ma costoro, dopo alcuni mesi di indagine e l’interrogatorio di vari testi, fra cui il Governatore della Banca d’Italia, avevano deciso di respingerla. Decisione non condivisa dalla Procura, che aveva, invece, rinnovato la sua richiesta. Nel gran clamore suscitato dallo scontro fra Carlo De Benedetti e il mondo finanziario belga, la notizia passò quasi inosservata. Si aggiunga che il quotidiano di Eugenio Scalfari, in quelle giornate, non mancava di attaccare chiunque si mostrasse anche solamente tiepido nei confronti de “l’Ingegnere”.

Tutto incomincia la mattina del 19 novembre 1981, quando il quotidiano La Repubblica, con un titolo a piega pagina, annuncia: “Grande accordo De Benedetti-Calvi”. Nella stessa pagina si informa che “la Borsa, euforica, ha guadagnato il 4%”. Carlo De Benedetti, intervistato, elogia Roberto Calvi (che a quella data è già stato condannato, è già stato in carcere, ha già tentato il suicidio, è già stato fatto oggetto di ripetute interrogazioni parlamentari per la sua disinvolta attività all’estero, è già stato messo sotto accusa per i rapporti con Gelli e con la “P2”) in questi termini: “E’ certamente un gran lavoratore. Ha saputo condurre egregiamente il suo gruppo e i dati finanziari ed economici lo dimostrano. Gli investimenti che ha fatto nel corso del tempo si sono rivelati estremamente validi. Per quanto riguarda la persona, non è compito mio esprimere giudizi”.

Il giorno dopo, il 20 novembre, altro titolo a piena pagina su la Repubblica: “Calvi e De Benedetti due volpi per un impero”. Nel testo, la decisione di De Benedetti viene spiegata in questi termini: “De Benedetti capisce che arrivare all’Ambrosiano significa sedersi in uno dei crocicchi nei quali sono passati non solo molti affari, ma anche molti giochi di potere”. Come non vedere nella poltrona di Vicepresidente del Banco Ambrosiano anche un’occasione per fare e disfare, per spingere e per rallentare, per guidare, insomma, l’industria italiana?

L’ingresso di De Benedetti nel Banco apre a Roberto Calvi le porte dei manipolatori d’opinione del fronte laico. Il 6 dicembre 1981 l’Espresso pubblica una lunga intervista con il banchiere, intitolata: “Perché ho sposato De Benedetti”. Anche qui, le lodi a Calvi si sprecano: “E’ l’uomo-cassaforte d’Italia. Sia per i miliardi che per i segreti, che ai miliardi sempre si accompagnano. Ha una predisposizione naturale per l’ombra, ma da molti mesi è costretto a stare sotto la luce dei riflettori. Il 1981 è stato un anno clou per lui: fatto di grandezze e di miserie. Ha conosciuto il carcere, è stato condannato per quattro anni, gli si è scaricato addosso il tornado della P2. Ma ha anche aumentato il capitale dell’Ambrosiano, sta per aumentare quello della Centrale, si è comprato il Corriere e ha appena celebrato il brillante matrimonio con Carlo De Benedetti”.

Ma evidentemente l’industriale aveva sbagliato, quando aveva pensato di poter entrare nel Banco Ambrosiano per “fare e disfare”. E allora, ecco muoversi nuovamente il quotidiano domestico (per i motivi che poi si vedranno) ed annunciare, in data 2 gennaio 1982, con titolo a piena pagina: “L’Ambrosiano sotto accusa. Ormai non abita più qui si è trasferito all’estero”. L’articolo de la Repubblica ricalca (toh, chi si rivede!) la relazione ispettiva del 1978. Infatti, l’”occhiello” del titolo recita “Da un’indagine della Banca d’Italia l’ipotesi di gravissimi reati”; nel testo, poi, si elencano le molte operazioni prese in esame dagli ispettori della Vigilanza. L’articolo de la Repubblica è la dichiarazione di guerra. Cominciano a trapelare le notizie degli scontri tra “le due volpi”. Carlo De Benedetti accusa Roberto Calvi di averlo minacciato parlandogli di “un dossier sul suo conto preparato dalla “P2”. Roberto Calvi smentisce. Bruno Tassan Din fa giungere ai magistrati alcune bobine, relative ai retroscena della “operazione Rizzoli”. Tutto ruota intorno alla contesa per la proprietà del Corriere della Sera, sin quando si giunge alla lite.

Il 10 gennaio, con titolo a sei colonne il Messaggero annuncia: “E’ durata solo due mesi l’intesa Calvi-De Benedetti”. La rottura finale, con le dimissioni di De Benedetti dall’Ambrosiano, arriva però soltanto il 22 gennaio.

Il 23 il quotidiano confindustriale Il Sole-24 Ore, con il titolo “Un benservito che vale 80 miliardi”, rivela: “Definire i termini finanziari della clamorosa rottura non è difficile poiché ricalcano, a grandi linee, quelli che caratterizzarono, nel novembre dello scorso anno, l’accordo”. Tempo dopo, il 9 giungo 1987 il Corriere della Sera annuncia, con titolo a quattro colonne: “Clamorosa richiesta dei tre liquidatori del vecchio Banco Ambrosiano – Vogliono 80 miliardi da De Benedetti”.

Inoltre dal punto di vista finanziario, per entrare nel Banco, De Benedetti ha comprato circa il 2 per cento delle azioni, spendendo 50 miliardi di lire. L’acquisto dei titoli è stato compiuto a mezzo delle due Finanziarie di De Benedetti e l’immobiliarista Giuseppe Cabassi. La Cir, che sulla carta sborsa 44 miliardi, in realtà non ha una lira; così la Finanziaria si fa dare da Cabassi 17 miliardi in cambio d’un paio d’aziende “un po’ asfittiche”. Inoltre, Carlo De Benedetti possiede alcuni terreni, guarda caso in Sardegna: pensa bene perciò di proporli alla Brioschi (di Cabassi) in cambio di un mucchietto di azioni di questa Società. Insomma, entrato con i “pezzi di carta”, De Benedetti esce mettendosi in tasca denaro contante” (1-continua. Quanto riportato in questo post è apparso oggi sul quotidiano Libero a pagina 2).

 

Dieci domande ad Ezio Mauro, l’evasore fiscale.

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