Nervi saldi e cambio di rotta

Leone foto

Il Noemi-gate; le 3.000 foto di Zappadu; il caso Patrizia D’Addario; le voci su un‘imminente offensiva giudiziaria.

Era il 14 giugno, e per descrivere quanto iniziava a prendere forma, e che sembrava seguire un copione ben preciso – in quanto nulla di ciò che andava verificandosi, o che s’era già appalesato (gli eventi succitati), appariva casuale, poiché tutto risultava chiaramente tenuto assieme da un sottile filo rosso, il sesso, fin lì mai venuto a galla quale “crimine“, ennesimo, addebitabile all’incarnazione vivente del Male, Silvio Berlusconi -, ecco, per descrivere l’inedita successione di fotogrammi, e soprattutto donde originasse la pellicola appena distribuita, qui non si esitò a scomodare l’espressione Golpe. Intendendosi con essa, non già un colpo di stato armato, ovviamente, ma un più efficace putsch bianco: un complotto ordito da una pluralità di soggetti, economici e politici in primis, avente come finalità l’assassinio dell’immagine del Premier (character assassination); la qual cosa, nelle intenzioni di chi si immaginava intento a tramare, avrebbe dovuto indurlo, presto o tardi, a rassegnare le dimissioni.

Ci sembrava visibile – sia pur in filigrana – una trama costruita a tavolino, perché risultavano cambiati “gli utensili” fin li usati per provar ad abbattere il Mostro di Arcore. E questo rivelava, ai nostri occhi, un “disegno intelligente”, cioè la consapevolezza che gli arnesi fin lì adoperati – le Operazioni Giudiziarie ad orologeria – fossero divenute armi spuntate, non più utilizzabili; in quanto “argomenti” cui l’opinione pubblica aveva fatto il callo, finendo per risultare indifferente ad essi.

Naturalmente, ad insospettirci, non era solo il cambio della pistola, che indiscutibilmente appariva una “mossa indovinata”, e dunque qualcosa di non casuale, ma anche il fatto che i proiettili che venivano esplosi con la nuova arma, fuoriuscissero con eccessiva rapidità, e troppo ravvicinati l’uno a l’altro, per non apparire “pilotati”. Mai s’era parlato di gnocca, o non a questi livelli, in relazione a Silvio; e dalla sera alla mattina, egli ci veniva descritto come il più grande puttaniere mai conosciuto in Occidente (dopo di noi, s‘intende). Troppo, per non apparire frutto di un disegno orchestrato. Troppo, per non apparire artefatto.

Poiché, però, le accuse erano forti, ed era necessario poggiassero su fondamenta ed argomenti un minimo solidi, per essere quantomeno teoricamente valide, oltre alle ragioni suesposte – quelle derivanti dalla necessità di cambiare arma, per continuare a condurre proficuamente la sempiterna offensiva contro l’Orrida Fiera -, qui se ne offrirono delle altre, a supporto della tesi golpistica: innanzitutto, il Piano, si disse, è stato elaborato da importanti soggetti economici (i Pupari), nel momento in cui essi hanno avuto certezza di non poter essere “soddisfatti”, nelle loro richieste, dall’esecutivo in carica. Reclamavano riforme strutturali, e misure significative destinate al rilancio dell’economia. Il governo s’è mostrato sordo a tali richieste, per pavidità, scarsa fiducia nel mercato (e nei suoi valori) e assenza di quattrini da usare allo scopo, e i soggetti economici hanno deciso di partire all’attacco, per disarcionare il Cavallerizzo di Palazzo Chigi.

Naturalmente, quando hanno deciso di muoversi, sapevano di poter contare su una pluralità di soggetti, anch’essi interessati all’eliminazione dell’Inquilino, sia pur per ragioni diverse. E così hanno bussato alla porta di vecchi e nuovi nemici dello Stallone di Arcore. All’appello, com’era facile immaginare, hanno risposto tutti – o quasi – i chiamati in causa (i Pupi): i nemici politico-imprenditoriali dell’Uomo nero, quelli con residenza in Svizzera, ed entrature a Londra, in Spagna e in ogni altro luogo si possa far quattrini, usando l’ausilio del Soccorso Rosso; alcuni esponenti dell’opposizione parlamentare, noti per avere ottimi rapporti negoziali con la Magistratura militante e assai democratica, e che in passato non sono finiti al gabbio – per storielle di finanziamenti illeciti – proprio perché hanno offerto uno scranno in Parlamento – vita natural durante – a chi indagava su di loro, e che ha accettato di buon grado il “Bar(i)atto”; i neo paladini – assai fini – di battaglie simil-progressiste, sempre scalpitanti, ancorché ronzini, per subentrare al posto del Purosangue; e certi novelli timorati di Dio, che tra un’Ave Maria e l’altra, una citazione del Levitico ed una del Capitale, si son rotti il cazzo di galleggiare nella penombra, da circa tre lustri, pur possedendo – soi-disent – enormi doti intellettive e da statista.

Queste le premesse (riassunte assai brevemente), arriviamo ai fatti.

Nelle ultime settimane, l’espressione Golpe è stata da più parti usata: lo ha fatto Brunetta, e poi alcuni dirigenti del Pdl, e stamane, infine, Feltri su Il Giornale. C’è nervosismo, evidentemente. D’altra parte, oltre all’indiscutibile offensiva mediatica – a base di mignotte, fica e Viagra – che va avanti da più di quattro mesi, si è aggiunta la sentenza (di primo grado) del Tribunale civile, che impone a Fininvest di pagare un risarcimento di 750 milioni di euro all’Ingegnere residente in Svizzera; e domani è attesa la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Consulta.

Tutti eventi, dunque, che rendono l’assedio più pressante; e la convinzione che esista un Piano destabilizzante, più forte.

E tuttavia, dalla bocca di certuni esponenti del Pdl, è arrivata una proposta che va rifiutata senza se e senza ma: quella di scendere in piazza con una maxi-manifestazione di sostegno al governo (nei commenti a questo post, in cui si proponeva uno sciopero della fame e della sete, come forma di protesta contro il progetto golpista, qualcuno già avanzava la richiesta di una mega-manifestazione).

La proposta va rifiutata per diverse ragioni: innanzitutto, perché in piazza manifesta sempre e solo l’opposizione, e solo nelle dittature si vedono cortei a sostegno dell’esecutivo in carica; in secondo luogo, scendere in piazza, denoterebbe paura e il sentirsi messi all’angolo. Sarebbe un autogoal.

Chi è al governo, ha altri mezzi per reagire ad offensive del genere; uno, in particolare: il fare.

Il fare che intendiamo noi, ovviamente, è il fare l’interesse del Paese. E’ l’adottare provvedimenti che possano tornargli utile. E’ il varare misure che diano sostanza al programma con cui ci si è presentati alle elezioni. E’ il lavorare. Senza requie.

Il fare che intendiamo noi, inoltre, è il fare delle persone sagge. Quelle che capiscono e riconoscono che per andare avanti, di tanto in tanto, occorre cambiare strategia, gioco, e puntate; e questo, a volte, comporta rinunce.

Ciò che intendo dire è che il governo non ha alcunché da temere, ma deve cambiare strategia, gioco e puntate; e deve accettare alcune rinunce.

La priorità, per l’esecutivo, deve diventare una sola: la crescita economica. Se c’è questa, Berlusconi sarà invincibile e intoccabile. Se questa manca, Berlusconi andrà a picco nel giro di 8 mesi al massimo.

La priorità non può che essere questa, per tante ragioni, di cui però c’interessa esaminarne una sola (per ragioni di brevità): dal 1994 ad oggi, nessuna coalizione ha mai governato per due legislature di fila, perché nessuna è mai riuscita a garantire una crescita economica sostenuta, assieme ad una sensibile contrazione del prelievo fiscale. Mai.

Se l’economia cresce, se il governo raschia il fondo del barile per reperire risorse onde abbassare le tasse, Silvio è in una botte di ferro. Se ciò non avviene, diventa plausibile l’ipotesi di un nuovo governo di “salvezza nazionale”.

La questione, però, è che per fare quanto appena esposto, si deve ricalibrare l’azione di governo, e le priorità dello stesso; in quanto la coperta è corta – sai che scoperta! – e se aggiungi da una parte, togli da un’altra.

E veniamo alle rinunce: Berlusconi deve rinunciare ad alcune costose – e probabilmente inutili – opere faraoniche, perché l’ordine delle priorità è cambiato, evidentemente.

Serve il Ponte sullo stretto di Messina, o forse è più utile impiegare le relative risorse – o almeno una parte di esse – per abbassare di 2,5 punti il cuneo fiscale alle imprese (5 miliardi di euro), onde consentire più agevolmente alle stesse di stare sul mercato e non licenziare? Io credo serva di più la seconda cosa.

Serve costruire – in puro stile Fanfani – nuovi alloggi popolari, per dare un tetto a canone agevolato a chi oggi paghi una pigione esosa e versi in condizione di disagio economico, o è meglio garantire a queste persone, un abbattimento strutturale delle tasse da realizzarsi subito? Credo sia più proficua la seconda ipotesi.

Serve spendere 100 miliardi di euro – o addirittura 150 – per “mettere all’opera” il cosiddetto Federalismo fiscale, che nulla garanzia di riduzione delle tasse dà (ed anzi!), o è meglio spendere una parte di questi soldi per garantire subito un generale abbattimento delle aliquote ai percettori di redditi bassi, onde rilanciare immediatamente – e non tra 10 anni – i consumi e il Pil; e per finanziare la no tax region (il cui costo dovrebbe aggirarsi attorno ai 5 miliardi di euro), nel Sud Italia, che potrebbe garantire buoni livelli occupazionali e di sviluppo, di cui certamente beneficerebbero in tanti? Io credo che non si possa che propendere per la seconda alternativa.

Se Berlusconi capisce queste cose, non ha alcunché da temere: il popolo sta sempre con chi si prende cura dei suoi bisogni materiali, e lo premia.

Se Berlusconi non cambia rotta, però; non capisce che deve rinunciare alle opere faraoniche (con cui vorrebbe consegnare il proprio nome all’immortalità); se non capisce che chi è nato leone, non può limitarsi a ruggire, ma deve anche dimostrare di possedere una forza fuori dal comune, ed è forte chi riesce a cambiare per adattarsi, finirà per apparire null’altro che un’anatra zoppa. Precisamente ciò che sognano i suoi avversari.

Forza, Silvio, rialzati e torna al lavoro.

E niente piazze, solo fatti.

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46 Responses to "Nervi saldi e cambio di rotta"

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