Il “papello” antitremontiano più che liberista è keynesiano. Che fare?

Dunque, il documento anti-Tremonti redatto – così pare – da alcuni dirigenti del Pdl, e contenente, almeno nelle intenzioni di chi ha partecipato alla sua stesura, misure di politica economica alternative a quelle sin qui adottate dal titolare di via XX Settembre, non convince affatto. Non convince perché la filosofia che lo sottende ha un forte retrogusto keynesiano (questo pare).

Il “papello”, infatti, suggerisce – come soluzione per affrontare e superare l’attuale crisi economica internazionale – non solo una sforbiciata alle tasse (più che sacrosanta), ma anche un forte incremento della spesa pubblica per investimenti in infrastrutture (e non solo). Il tutto, poi, condito dalla certezza che queste misure debbano finanziarsi in deficit.

Ecco, non vorremmo sbagliare, ma questo è proprio il modello keynesiano completo: riduzione delle tasse per produrre un incremento dei consumi privati; aumento della spesa pubblica per investimenti; richiamo forte all’idea che per uscire da una crisi economica occorra affidarsi alla “domanda aggregata” (anziché preminentemente al mercato), costi quel che costi, anche se questo implichi un incremento del deficit pubblico. Mancava solo che qualcuno degli estensori del “papello”, scimmiottando Keynes, venisse a dirci che lo stato, pur di garantire un elevato livello occupazionale, dovrebbe: “Far scavare una fossa ai disoccupati; dare loro un dollaro; dirgli che devono infilarlo in una bottiglia, e che questa bottiglia va messa nella fossa, e che quest’ultima deve essere ricoperta di terreno. Dopodiché, gli stessi disoccupati devono nuovamente scavare la fossa, per recuperare la bottiglia ed estrarre il dollaro”. Il tutto pagato da Pantalone, s’intende.

Va fatta una precisazione: ciò che non convince, nel documento, e che non si può accettare, è il fatto che si ritenga necessario – quasi auspicabile – l’incremento del deficit. Se si postula questo, vuol dire che non si è intenzionati a fare forti tagli alla spesa pubblica “corrente”, in modo da compensare, da una parte il calo di gettito fiscale dovuto alla riduzione delle tasse, e dall’altra l’aumento della spesa pubblica in “conto capitale”. Leggiamo:

“La prima iniziativa da intraprendere è una immediata e consistente riduzione dell’imposta di reddito delle persone fisiche (IRE) (…). Anche nel tetto dell’aumento delle entrate conseguente al rilancio della domanda interna, la riduzione dell’IRE produrrà un aumento del deficit pubblico (…). Nell’attuale fase di timida ripresa economica, si conferma una dinamica stentata degli investimenti privati. E’ questo il momento per avviare con decisione un forte e immediato programma di investimenti pubblici, che aiuti a sostenere l’economia almeno fin quando riprenderanno gli investimenti privati (…). Con l’esperienza abruzzese si è dimostrato che la costruzione di case pubbliche può essere realizzata in un tempo misurabile nelle settimane e non nei lustri. Non ci sono più scuse per una pronta realizzazione di un vasto programma di edilizia pubblica a sostegno delle famiglie più in difficoltà e delle nuove coppie. Più in generale, è necessario accelerare tutti gli investimenti infrastrutturali pubblici. Anche in questo caso si produrrebbe un rigonfiamento immediato del deficit pubblico (…). Al rilancio della spesa per investimenti deve accompagnarsi un deciso contenimento della spesa corrente. A partire dai costi della politica; quelli diretti (numero e remunerazione dei componenti delle assemblee elettive e degli organi di governo ai vari livelli), ma anche quelli indiretti, legati al pletorico mondo delle società partecipate degli enti locali”.

Ancora.

Ciò che lascia basiti, inoltre, è il fatto che nel documento non vi sia alcun riferimento alle liberalizzazioni, che pure fornirebbero un sostegno incisivo alla ripresa economica (liberando 5 punti di Pil in tre anni), e per di più senza oneri per le casse dello stato.

Detto questo, e siccome qui non si è degli economisti, meglio lasciar la parola ad uno di essi: Mario Baldassarri. Il quale, tra l’altro, è anche presidente della commissione Finanze e Tesoro del Senato, e presidente del Centro Studi “Economia Reale”. Lo ha intervistato Gian Battista Bozzo su Il Giornale (buona parte di ciò che propone ci convince):

Devo fare una premessa, ed è questa: se non si tocca la spesa pubblica, quello che ha fatto Tremonti con la legge finanziaria è il massimo sforzo possibile. La domanda è: questo sforzo basta per rilanciare l’economia?”.

Penso che non possiamo spendere un solo euro in deficit, ma che dobbiamo incidere sugli 830 miliardi della nostra spesa pubblica annuale. La ripresa c’è, ma dobbiamo chiederci in quanto tempo potremo recuperare il livello di prima, insomma quanto ci vorrà per risalire dal pozzo. Senza far nulla, arriveremo ai livelli pre-crisi del 2007 soltanto nel 2014, e il deficit pubblico scenderebbe sotto il 3% soltanto nel 2015. E’ allora questo il momento di mettere in campo l’animo profondo dei Popolo della libertà: maggiore libertà economica, grazie alla riduzione delle tasse; maggiore giustizia sociale con il coefficiente fiscale familiare”.

Possiamo incidere sui 140 miliardi di spesa per acquisti di beni e servizi da parte della Pubblica amministrazione, in particolare la spesa sanitaria regionale che in quattro-cinque anni è aumentata del 50%. Ed anche su i trasferimenti a fondo perduto, che ammontano a 44 miliardi di euro. Chi si è ricoverato in ospedale ha notato un incremento del 50% dei servizi ricevuti? Penso di no. Tagliando, recuperiamo 35 miliardi”.

Come utilizzarli? (chiede il giornalista).

Per una manovra seria e rilevante, altrimenti l’inerzia non si modifica. Lo scudo fiscale potrà portare al massimo 5 miliardi: ben vengano, ma sono un’entrata una tantum, ed allora è meglio utilizzarla per investimenti nelle infrastrutture. Invece coi 35 miliardi dei risparmi di spesa si potrebbero fare grossi interventi fiscali: ad esempio, la detrazione di 5mila euro per ogni membro della famiglia a carico. E anche il taglio immediato del monte salari dalla base imponibile Irap, almeno per le imprese con meno di cento addetti. Più un fuori sacco”.

L’imposta sostitutiva del 20% sui redditi da immobili, e un contributo di 5mila euro l’anno per chi sta in affitto. Così, emergerebbe l’evasione: se viene alla luce la metà dei redditi evasi, incassiamo 2 miliardi di euro”.

Bisogna farlo al più presto nell’ambito di una strategia a favore di imprese e famiglie, incominciando così a realizzare il manifesto politico sociale del Pdl. Dobbiamo riportare la pressione fiscale, aumentata dopo la botta di tasse di Prodi e Visco, al 40% che avevamo nei 2004. Quando cala la pressione del fisco, diminuisce anche l’evasione e l’economia corre: io calcolo che potrebbero emergere 140 miliardi di più di Pil”.

In settembre lei ha preparato un documento con queste cifre, e altre ancora, un documento che è finito sulla scrivania di Gianfranco Fini..

Tutto alla luce del sole, io non scrivo documenti ombra. E aggiungo che la sostanza di questa proposta è contenuta in un emendamento alla Finanziaria, firmato da me e altri 15 senatori del Pdl. Ho sempre sostenuto Tremonti nella blindatura delle manovre, in un quadro statico di spese e tasse. Ora che incomincia la ripresa, abbiamo la responsabilità di fare di più”.

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11 Responses to "Il “papello” antitremontiano più che liberista è keynesiano. Che fare?"

  • astrolabio says:
  • camelot says:
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