La sinistra ostacolò la cattura di Bernardo Provenzano

Romano Prodi e Giorgio Napolitano foto

Correva l’anno 1998. Al governo c’era il centrosinistra; al Ministero degli Interni, Giorgio Napolitano.

Un reparto speciale della Guardia di Finanza, lo Scico, era sulle tracce di Bernardo Provenzano, il boss dei boss della Mafia. Forse si era prossimi alla sua cattura.

Un bel giorno, però, senza una plausibile ragione, il suddetto corpo d’élite venne sciolto dal titolare degli Interni.

A raccontare l’accaduto è il generale di Corpo d’Armata, Mario Iannelli; all’epoca dei fatti, Capo dello Scico:

Nel 1998 coordinavo un’indagine riservatissima su Bernardo Provenzano, latitante dal 1963 e finimmo smantellati, trasferiti. Una fonte ci aveva avvertiti che il boss soffriva di problemi al sistema urinario, così piazzammo numerose telecamere fuori da cliniche, ambulatori, e case di medici e infermieri nella zona di Bagheria. Quando poi cominciammo a perquisire casolari, covi appena abbandonati, quando iniziammo cioè ad avvicinarci al superlatitante arrivò all’improvviso l’ordine di azzerare lo Scico, la struttura che presiedevo. Fummo trasferiti. L’inchiesta arenata”.

Lo Scico era un gruppo di eccellenza, ammirato in tutta Europa:

I reparti speciali della Gdf vennero istituiti nel 1992 per combattere la mafia dopo la morte di Falcone e Borsellino. Ma solo nel 1994 sono riuscito a definire un’unità investigativa strutturata sulla base di studi compiuti con la Cia e l’Fbi e applicando le loro più innovative tecniche d’indagine”.

Era rivoluzionario il metodo d’inchiesta che univa alla tradizionale attività operativa anche quella di intelligence. Così lo Scico, con l’addestramento specifico dei suoi 700 uomini, era diventata una macchina da guerra. Avevamo una banca dati di voci per individuare tutti i boss. Avevamo una piattaforma informatica che venne anche premiata dall’Ue come la migliore tra le polizia europee”.

Puntavamo alle commistioni tra mafia e imprenditoria, ai soldi cosa nostra. Almeno fino al 1998…”.

Sono le prime settimane del 1998, ci arriva una segnalazione: Provenzano sta male. Ha bisogno di un urologo. Creo una squadra che inizia la caccia al boss. E’ un gruppo selezionatissimo: io, il mio vice, 2 ufficiali e 4 sottoufficiali a Palermo, oltre al procuratore capo Caselli. Avevamo telecamere ovunque. Iniziamo a battere una pista che ci porta dopo quattro mesi a perquisire casolari, un covo abbandonato da poco dal boss. Eravamo sulla pista buona sino all’imprevedibile…”.

Nel maggio del 1998 viene sciolto lo Scico a seguito del decreto dell’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano del governo Prodi. La struttura creata viene azzerata. Con i miei collaboratori siamo così obbligati a chiudere i fascicoli pendenti e consegnare alle articolazioni periferiche le indagini più delicate”.

E l’inchiesta su Provenzano? (chiede il giornalista).

Finisce a Palermo perdendo di qualità e riservatezza visto che viene “spalmata” tra numerose unità investigative. Prima però, proprio il fatto di aver scoperto il covo ancora “caldo” mi aveva spinto a chiedere ai superiori di rinviare il mio trasferimento. Volevo concludere l’indagine visto che eravamo a buon punto. Ma della cattura di Provenzano non fregava niente a nessuno. Anzi, eravamo come colpiti da una maledizione. Io chiesi di poter posticipare la “presa” del mio nuovo incarico a Torino visto che non c’era urgenza: al mio predecessore, il generale Italo Pappa, non era stato ancora affidato alcun incarico. Feci presente che eravamo vicini a Provenzano ma nessuno volle sentire ragione”.

Che fine ha fatto la sua squadra, poterono continuare l’indagine per individuare il boss?

Macché. Il colonnello venne trasferito a Pisa e il capitano dopo un paio di incarichi venne assegnato al reparto tecnico logistico a Palermo. Gli fecero abbandonare ogni indagine e passò, come diciamo noi militari, a “contar coperte”. La squadra fu smembrata”.

Io non sono qui ad accusare ma a raccontare fatti che per dieci anni con sofferenza mi sono tenuto dentro. Però dovevo capirlo prima…”.

Pochi mesi prima ricevetti un richiamo ufficiale dal comandante generale Rolando Mosca Moschini per una mia dichiarazione al tg della Rai”.

Sostenevo che era intollerabile il sospetto di connubio tra mafia e politica in Sicilia per un paese democratico. Il comandante generale mi richiamò e questo influì sulla mia carriera, tanto che per essere promosso a generale di corpo d’Armata ho dovuto presentare numerosi ricorsi. Tutti vinti ovviamente“.

Certamente non mi ha aiutato. Di Provenzano interessava solo allo Scico. Non gliene fregava a nessuno, glielo ripeto. Comunque sono sempre stato un generale scomodo. Arrivai a Torino nel giugno del 1998, dopo qualche tempo chiesi dei fascicoli sull’Olivetti, volevo riaprire un accertamento fiscale su Carlo De Benedetti e dopo due settimane venni trasferito”.

E’ tutto documentato, basta chiedere al comando regionale del Piemonte. Chiesi delle carte delle precedenti verifiche sull’ingegnere e venni spedito a Roma. Sa a far cosa? Nulla. Per due anni. Ogni mattina andavo in ufficio, leggevo i giornali, guardavo la tv a cinque milioni di lire al mese: “a disposizione”. Ovvero nell’ozio assoluto imposto come comando e non certo cercato da me. Lunghissimi mesi nel congelatore”.

Non si è mai visto nella storia della Guardia di Finanza ricevere 12 encomi solenni. Non si è mai visto un investigatore con il mio curriculum rimanere in ufficio senza incarico e senza accuse”.

Ma c’è dell’altro:

Il fatto di aver condotto anche tutte le inchieste su Antonio Di Pietro con la procura di Brescia la considero, questa, una coincidenza. Di certo mi viene in mente il vecchi adagio “chi tocca certi fili”…”.

Certo, dopo aver svolto un servizio meritorio sugli intrecci mafiosi e imprenditoriali, su vari personaggi, sono nati tutti i guai”.

Inquietante.

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21 Responses to "La sinistra ostacolò la cattura di Bernardo Provenzano"

  • Roberto says:
  • camelot says:
  • Simone82 says:
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