In Italia si respira guerra. E la colpa è dei compagni

Giampaolo Pansa:

“Se ragioniamo a mente fredda sull’attentato subito da Silvio Berlusconi, vediamo emergere soprattutto tre lezioni. La prima è la più banale. Ma sta alla base delle decisioni che lo Stato deve prendere e che non ha mai preso. Sono misure dettate da una constatazione: il premier è vulnerabile, chiunque può ucciderlo. Domenica sera, se lo sciagurato Tartaglia avesse impugnato una pistola, invece che un mini Duomo di Milano, staremmo qui a scrivere il coccodrillo del Cavaliere, il suo necrologio. E due giorni dopo si sarebbe celebrato un altro funerale di Stato. Viviamo nell’Italia sfasciata del 2009. Dove il peggio può accadere da un momento all’altro (…).

Mentre lo scrivo, mi sento umiliato come cittadino. E mi domando che democrazia sia mai la nostra se il capo del governo è costretto a vivere in un bunker. La risposta la conosco: dopo la fase sanguinaria del terrorismo, stiamo ritornando a essere una società violenta, dominata dall’odio politico e spaccata in due. Proprio qui emerge la seconda lezione. Bisogna rassegnarci a riconoscere che il montare dell’odio fa dell’Italia un paese in guerra. Nessuna potenza straniera ci sta assalendo. La guerra ce la facciamo da soli, in casa nostra, tutti i giorni. È una caricatura della guerra civile che abbiamo già sofferto. Ma non meno pericolosa.

Prende forma in migliaia di piccoli gesti ribaldi. I quotidiani non li registrano. Però tutti sappiamo che ci sono. Ognuno di noi è un testimone di questo conflitto umorale, grottesco, malvagio. E prima o poi rischia di diventarne una vittima. A fomentare la guerra interna è soprattutto una parte politica: la sinistra, nelle sue tante forme. Qualcuno osserverà che anche la maggioranza di centro-destra ha le sue colpe. A cominciare proprio dal premier. Per come parla, per come si agita, per come replica alle offese, per come respinge le intimazioni degli avversari. Ma è un argomento che non regge. È soltanto fumo, nebbia artificiale, una cortina di bugie per nascondere la verità. E la verità sta sotto i nostri occhi, tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi. Dalla fine di aprile in poi, la sinistra ha deciso che soltanto la piazza può sconfiggere l’odiato Caimano. Nascono da questa pericolosa convinzione i cortei, le adunate, i No Berlusconi Day, le contestazioni violente. Come l’ultima organizzata contro il premier a Milano, poco prima dell’aggressione.

Gli avversari usano dire che la gente di centro-destra è tutta di ingenui affascinati dalle promesse del Cavaliere, adorato come un Dio in terra. Qualche giorno fa, il nuovo leader del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, l’ha dipinta con un’immagine carica di disprezzo: tanti poveracci che seguono un miliardario capace soltanto di suonare il piffero. Bersani poteva risparmiarsi questa sciocchezza, per non fare torto alla sua fama di politico serio. Ma la lingua lo ha tradito. E ne è venuto fuori quello che il capo del Pd pensa davvero degli elettori di Berlusconi. Invece di provare a conquistarli, li diffama. Ecco un esempio di linea suicida.

Tuttavia, i “poveracci” affascinati dal piffero di Arcore sono gente pacifica. Non amano andare in piazza. Non fanno contro-cortei. Non organizzano agguati per colpire i nemici dei loro leader. Oggi l’attitudine alla violenza sta tutta da una parte sola. Non è nera, né azzurra, bensì rossa.

E si esprime non soltanto con le agitazioni di piazza. Trasuda anche dalle parole di qualche leader. Ne citerò uno solo: Antonio Di Pietro, un sinistro anche lui, sia pure anomalo. Domenica sera ha accusato il Cavaliere di aizzare la violenza, di essere un istigatore. Insomma di essere il mandante anche dell’aggressione compiuta dal Tartaglia. La stessa cosa ha ripetuto Rosy Bindi, ritenuta, a torto, la mente più lucida del Pd.

Purtroppo la sinistra italiana non ha fatto tesoro dei vecchi errori. Quando le Brigate Rosse uccidevano a più non posso, c’era sempre qualcuno che, al riparo di una bandiera con la falce e il martello, si affannava a giustificare il delitto. E ne godeva. Lo dico sulla base di quello che ho visto.

Quando spararono a Indro Montanelli, tutto il sinistrume italico urlò di felicità: finalmente quel destrone aveva ricevuto quel che meritava. Quando venne ucciso Carlo Casalegno, la stessa sera incontrai alla “Stampa”, il suo giornale, dei colleghi che ridevano. Persino dopo l’omicidio di Guido Rossa, operaio comunista, tanti dissero che se l’era cercata: aveva fatto la spia, denunciando un collega che in fabbrica diffondeva volantini brigatisti. E allora, grazie a Dio, non esisteva “Facebook”.

Qualche giorno fa, un dirigente del Pd che sta a fianco di Bersani mi ha confessato che il loro partito è tutto da costruire. In molte zone non esiste neppure. Per questo il segretario è contrario alle elezioni anticipate. E si augura che il Caimano governi sino al 2013. Ma anche il Pd di Bersani risulterà un fiasco totale, se non sarà capace di annullare il virus della violenza che infetta anche vaste aree della sua scalcinata parrocchia.

Infine c’è la terza lezione. Riguarda da vicino i media che da mesi conducono una campagna devastante contro Berlusconi. Dal 1945 in poi, nessun premier italiano è mai stato sottoposto a un pestaggio simile (…).

Nessuno di loro ha passato quel che sta passando il Cavaliere. A parte Moro, chiamato a pagare per tutti con il sequestro e l’assassinio voluti dalle Br. Ma il trattamento riservato a Berlusconi non ha precedenti. Voglio dirlo, pur non avendo mai votato per lui: giorno dopo giorno, si è costruito un mostro, predestinato a una fine violenta.

Dal 1994, ossia da quindici anni, la caccia mediatica al mostro di Arcore non ha mai avuto pause. In questi ultimi mesi, l’assalto è diventato ossessivo e feroce. Quotidiani, settimanali, talk show televisivi, anche su reti Rai, radio pubbliche e private, film, convegni, libri, vignette di satirici, hanno bollato Berlusconi in tutti i modi possibili.

Il premier è un Mussolini, un Hitler, un Videla, un Saddam Hussein, un razzista, un mafioso, uno stragista, un tiranno che uccide la democrazia, un golpista che stravolge la Costituzione, un monarca assoluto che merita di essere decapitato, l’Uomo Nero che vuole mangiarsi l’Italia. Insomma un vero e proprio linciaggio. Che ci siamo limitati a chiamare “la campagna d’odio”. Accettandola come l’inevitabile conseguenza della politica di centro-destra.

Questa campagna ha avuto un motore formidabile: il quotidiano “la Repubblica”. Sono stato uno dei primi a definirlo un giornale-partito. Ma non avrei sbagliato se avessi usato l’immagine, più dura, di giornale-fazione. Intriso di una faziosità che può coprirsi di ipocrisia. Come si constata nel leggere il fondo di ieri, firmato dal direttore, Ezio Mauro.

Sfogliare i numeri di “Repubblica” da maggio in poi, ci costringe a prendere atto di una verità che dà i brividi. Quando la missione di un grande giornale si riduce al dare la caccia a un uomo, tutto diventa lecito. E quando un mezzo matto attenta alla vita del mostro è inutile tentar di prendere le distanze.

Le parola stampate sono sempre pietre. A volte le pietre possono assumere la forma di un Duomo di Milano in miniatura. Ma la volta successiva possono diventare colpi di pistola. Un’idea per Natale? Regaliamo un buon giubbotto antiproiettile” (Giampaolo Pansa, Libero).

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