Di Pietro e i Servizi segreti

Qualche giorno fa, sul suo blog, Tonino Di Pietro ha svelato i contorni di un complotto che sarebbe in atto ai suoi danni:

Da giorni si aggira per le redazioni dei giornali e nel circuito politico della Capitale uno strano personaggio che sta offrendo a buon mercato un dossier di 12 foto che mi ritrarrebbero insieme indovinate a chi? No, niente escort. I miei interlocutori sarebbero, anzi sono, il colonnello dei carabinieri Mori ed il questore della polizia di Stato Contrada. Insieme a loro nella foto ci sarebbero anche alcuni funzionari dei servizi segreti”.

Lo scopo di questo progetto sarebbe:

Quello di voler far credere, utilizzando alcune foto del tutto neutre, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della CIA per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia”.

Fermiamoci qui.

Allora, sul fatto che Di Pietro possa aver avuto rapporti con i Servizi segreti non esistono dubbi, e per diverse ragioni: innanzitutto, il leader dell’Italia dei Valori, prima di diventare magistrato, ha lavorato per anni – come più volte ha raccontato Filippo Facci, senza essere mai smentito o querelato dall’ex pm – presso l’Ustaa (Ufficio sorveglianza tecnica armamento aeronautico) di Barlassina:

L’ufficio si occupava, e saltuariamente anche Di Pietro, di aziende come la Breda Meccanica, l’Aerea, la Salmoiraghi e altre ancora. Ma il suo ufficio era appunto dislocato presso la Aster di Barlassina, e di essa Tonino si occupava in prevalenza. Si parla di un’azienda che lavorava per conto dell’Aeronautica, della Marina e dell’Esercito, che collaudava pezzi di alta tecnologia adottati dai paesi Nato e che, in consorzio con altre aziende (ma solo successivamente, e tanto per fare un esempio), avrebbe prodotto parti dei sistemi di controllo dei caccia Tornado.

Il giovane Di Pietro, per dire, si occupava perlopiù di “Arma Nike”, parti di missili in dotazione alle nazioni del Patto Atlantico. Va da sé che un organismo cruciale come l’Ustaa fosse a contatto con il Sismi: si vorrà dare per scontato che i Servizi segreti militari tengano d’occhio perlomeno i centri di produzione militare. E, come detto, nelle aziende in questione non si producevano gavette.

Quelli con il Sismi, beninteso, non erano contatti ufficiali (non lo sono mai) ed era ben logico che i proprietari delle aziende ne fossero tenuti all’oscuro per quanto possibile. Ma che qualche militare o dipendente abbia svolto un doppio incarico è tuttavia sicuro, e sono stati appurati dei casi anche negli ambienti della Aster.

Alcune sparate su un Di Pietro “dei servizi segreti” nascono da queste considerazioni, poste in maniera mai seria e comunque indimostrate.

Non era strano che il Sismi fosse a contatto con la Cia, e che questa fosse legittimamente interessata al controllo e alla supervisione di quelli che in fondo, anzi principalmente, erano prodotti strategici della Nato. Tanto che i militari, gli industriali bellici e i dipendenti come Di Pietro dovevano preliminarmente (ogni sei mesi, più o meno) passare il vaglio del Nos, il Nulla osta sicurezza (…).

“Non lavoravo alla Aster” disse Di Pietro il 7 febbraio 1997 in tribunale e in ogni sede possibile. E chiusa lì. E’ vero, lavorava all’Ustaa, non alla Aster. Ma l’Ustaa era solo un ufficio dentro la Aster. Ma Di Pietro ogni volta non lo spiega: nega. Fa di tutto insomma per autorizzare misteri e sospetti.

Per capire: in un interrogatorio reso a Brescia nel 1995 metterà per iscritto di aver lavorato per il Controllo armamenti del ministero della Difesa dal 1973 al 1977; subito dopo, in un libro che raccoglie le sue carte processuali, comparirà una correzione: dal 1973 al 1979, come per coprire quel paio d’anni in seconda stesura; finché, da altri documenti ufficiali e non smentibili, si apprende che vi lavorò dal 10 febbraio 1973 al 15 gennaio 1980. In un libretto a sua firma titolato La mia politica, nel 1997, torna a scrivere: fino al 1977. Si parla dell’uomo che invoca trasparenza (…)”.

Dunque, per le ragioni suesposte, è probabile Di Pietro sia entrato in contatto con agenti dei Servizi segreti.

Ma c’è dell’altro.

Nel novembre del 1984, Totonno – in quel momento magistrato presso la Procura di Bergamo – decide di recarsi alle Seychelles in compagnia di una donna (la cui identità, a tutt’oggi, non è stata svelata).

Si dirà: beh, che c’è di strano? Magari era andato a farsi un viaggio, da semplice turista. Le cose, però, non stavano così.

Alle Seychelles, infatti, all’epoca si era rifugiato Francesco Pazienza: faccendiere e uomo dei Servizi segreti, sul cui capo pendevano diversi mandati di cattura internazionale, in quanto era accusato, tra le tante cose, di aver dato vita ad un servizio segreto deviato, il cosiddetto “Super Sismi”.

Ora, appena Tonino approda alle Seychelles, invece di godersi il sole e il mare assieme alla sua accompagnatrice, come avrebbe fatto qualsiasi turista, inizia a raccogliere informazioni sul conto di Pazienza; prova a scattargli foto di nascosto; e per di più riferisce ogni giorno – via telefono – il proprio operato ad alcuni “personaggi italiani“.

Insomma: Tonino – nemmeno fosse un vero e proprio James Bond – era alle Seychelles per stanare il latitante Francesco Pazienza. Cosa che non poteva rientrare, ovviamente, tra le mansioni di un semplice magistrato.

Inoltre, questa vicenda è stata raccontata nel libro “Il Disubbidiente”, edito da Longanesi nel 1999, dallo stesso Pazienza. E Di Pietro non lo ha mai smentito o querelato.

Vediamo cos’ha scritto l‘ex faccendiere:

(…) Kim (un agente dei servizi segreti nordcoreani, ndr) disse che i suoi uomini avevano adocchiato una coppia di giovani italiani, alloggiati in un hotel piccolo ma confortevole, il Sans Souci. Certamente erano spie della Cia o dei servizi segreti italiani in combutta con la Cia. L’Italiano andava in giro tutto il giorno con la macchina fotografica.

“Be’, che c’è di strano?”, domandai. “Tutti i turisti che vengono alle Seychelles girano con la macchina fotografica a tracolla”.

Secondo Kim e l’uomo delle Seychelles seduto accanto a lui, la differenza tra i normali turisti e l’italiano era che quest’ultimo si nascondeva. E, inoltre, non faceva altro che parlare con gente controllata dai Servizi dell’isola come, per esempio, il vescovo sospettato di essere il leader dell’opposizione al presidente René.

Kim aveva fatto seguire e fotografare il misterioso italiano. C’era già pronto un dossier su di lui e i suoi movimenti (…).

In mezzo alle fotografie, non riuscivo a trovare il documento che mi interessava di più: la fotocopia della carta di ingresso del Paese che viene compilata all’aeroporto subito dopo lo sbarco. Qualcuno tra i presenti me la allungò. Lessi attentamente. Nome: Antonio. Cognome: Di Pietro. Alla voce professione c’era scritto: magistrato nella città di Bergamo (…).

Mi rivolsi a Kim: “Che cosa chiede esattamente questo tipo quando va in giro a chiacchierare?”. “Fa domande a destra e a sinistra su di te e chiede notizie dicendo che gli potrebbero essere d’aiuto non so per cosa”, rispose il nordcoreano (…). “Ogni sera chiama l’Italia. Ma non abbiamo ancora ben capito cosa dice. Parla solo italiano. Abbiamo però l’impressione che informi qualcuno sulle ricerche che sta facendo sull’isola”, rispose Kim con la sua consueta precisione”.

Pazienza, nel libro, racconta anche altro: l’agente nordcoreano Kim era intenzionato a far fuori Di Pietro, ma venne invitato a “soprassedere” e a limitarsi a contattarlo, onde sollecitarlo ad alzare i tacchi e a tornarsene in Italia. Cosa che avvenne puntualmente.

Di Pietro, alle Seychelles, agiva in nome e per conto dei Servizi segreti italiani? Non è possibile affermarlo con matematica certezza. Ciò che è certo, invece, è che l’ex pm non ha mai voluto chiarire questa vicenda.

Ma c’è dell’altro ancora.

Nel dicembre del 1996, l’ex magistrato della Procura di Milano nonché parlamentare di Forza Italia, Tiziana Parenti, intervistata da Concita De Gregorio su La Repubblica, per la prima volta mette in relazione Antonio Di Pietro con i Servizi segreti:

Quello che dico è tutto documentato in carte riservate in possesso della procura di Milano. Basterebbe indagare, partendo da una domanda semplice: perché cominciata Tangentopoli, cos’è successo nella procura di Milano dal ’90 al ’92?”.

E’ successo qualcosa a cui le indagini del Gico sono arrivate molto vicino, ed è per questo le vogliono fermare. E’ successo che prima di Mario Chiesa c’erano altri, in particolare un imprenditore che aveva – non so a che titolo – colloqui stretti con Di Pietro, e che lo teneva in contatto con certi ambienti, per così dire, ambigui, in Italia e oltreoceano”.

Chi era? (chiede la giornalista).

Non posso dirlo, ma è agli atti. E’ un imprenditore il cui nome ricorre nella costruzione del palazzo di giustizia di Brescia. Di Pietro allora aveva amicizie che poi hanno costituito il nucleo originario degli arrestati di Mani Pulite. Non è da escludere che molti di loro sapessero fin dal principio che la loro situazione sarebbe stata risolta. Gente in contatto con una certa lobby politico economica, e anche personaggi che poi ritroveremo al ministero dei Lavori pubblici, come Elia Valori, che faceva parte del sottobosco dei servizi segreti, e della P2. Del resto era il tempo in cui Rea introduceva Di Pietro nel circolo della saletta di San Siro. E Lucibello che dice: ti porto Pacini Battaglia. A che titolo? Per farlo confessare così, spontaneamente?“.

E fin qui, amicizie discutibili. Ma la Cia?

Succede che questo imprenditore che parla con Di Pietro lo mette in contatto con ambienti del dipartimento di giustizia Usa, si dice nelle carte. L’ arresto di Mario Chiesa è chiaramente un pretesto, e poi passa un tempo lungo da allora all’avvio vero dell’operazione Mani Pulite. Mesi. In questi mesi Di Pietro va in America. La Cia voleva far fuori il Psi e certa parte della Dc, perché non più affidabili. Caduto il muro di Berlino, crollato il comunismo bisognava fare piazza pulita della vecchia classe politica, e il Pds poteva essere un interlocutore affidabile. Allora Di Pietro va, e ottiene la legittimazione. La sua rete di rapporti, in Italia, è pronta. C’entrano anche certi grandi studi legali, in questa fase (…)”.

I grandi studi che curano i grandi affari, a livello internazionale. E le lobby affaristiche che avevano solo da guadagnare dall’indebolimento della politica, quelle che siedono in prima fila a Cernobio (…)”.

Sapremo mai se Di Pietro ha davvero avuto rapporti con i Servizi segreti?

C’è da dubitarne.

P.S.: L’uscita di Di Pietro, in ogni caso, sembra la classica excusatio non petita, accusatio manifesta.

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Giulio Tremonti non mi rappresenta e non è il mio Ministro dell'Economia



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