Fini al Quirinale, Tremonti a Palazzo Chigi

Gianfranco Fini e Giulio Tremonti foto

Dunque, a quanto riferisce Affaritaliani, Tremonti e Fini – con il benestare di Berlusconi e Bossi – avrebbero siglato un patto che prevede quanto segue: il tributarista di Sondrio, nella prossima legislatura, prenderebbe il posto di Silviuccio nostro alla guida del centrodestra; Gianfranchino, invece, finirebbe dritto dritto al Quirinale, quale Capo dello Stato.

A noi questa ipotesi fa semplicemente stomacare. E per diverse ragioni.

Innanzitutto, Tremonti – e non ha mancato di rimarcarlo, sia pur sottotraccia, anche nell’ultima intervista che ha concesso – ha in mente un centrodestra alquanto diverso da quello cui ha dato vita il Cav.. Un centrodestra a tal punto dissonante da quello delle origini – quello del “partito liberale di massa”, per intenderci – da poter essere qualificato, e senza esagerazione alcuna, come “centrosinistra moderato”.

D’altra parte, cosa ci si può attendere da un signore che dichiara: “Magari la gente leggesse Marx. È un genio”; da chi, un giorno sì e l’altro pure, attacca il mercato, il liberalismo, il capitalismo; da chi, in quasi due anni di governo, non ha mai parlato – pur essendo Ministro dell’Economia di un Gabinetto di centrodestra – di liberalizzazioni, di privatizzazioni, di abolizione del valore legale del titolo di studi (tutta roba prevista nel programma del Pdl); cosa ci si può attendere da un signore che – manco fosse un bolscevico piovuto dalla Luna – fa l’elogio, nel 2010, del posto fisso; da uno che cita, oltre Marx, il Levitico e Proudhon, e mai – non dico Ayn Rand, ma almeno – Luigi Einaudi e Michael Novak? Non ci si può attendere, evidentemente, che dia voce al vasto popolo dei moderati e dei liberali italiani.

Ci si può attendere, però, che dia vita ad un “centrosinistra moderato” – sul modello del pentapartito, del centrosinistra storico, sia pur riveduto e corretto – che abbia un profilo ideologico e programmatico di stampo cripto-fascista. Vale a dire: di destra, per quanto concerne le questioni che afferiscono all’immigrazione e alla legalità; “confessionale“, sui temi “eticamente sensibili”; e di sinistra, per quanto attiene alla politica economica (“Dio, Patria e Famiglia“: il motto del socialista Benito Mussolini).

Questo, e senza possibilità di smentita, è il centrodestra che Tremonti ha in mente. Lo ha ripetuto più volte. Lo ha chiarito in numerose circostanze (cosa che, ovviamente, è sfuggita a quel gran genio di Valium Feltri, le cui analisi, è un fatto noto, son considerate leccornie dai coprofagi).

Per tali ragioni, il fatto che Fini abbia acconsentito ad ascendere al Quirinale, bandendo il proposito di succedere a Silvio, non può che essere accolto – sempreché le cose stiano davvero così – con sfavore e preoccupazione.

Chi darà voce a quanti, e siam convinti siano la maggioranza degli elettori della coalizione berlusconiana, reclamano ancora “meno stato e più mercato”? Chi darà voce a quanti agognano un “autentico” centrodestra?

Noi, se il centrodestra fosse guidato dal socialista di Dio Tremonti, non lo voteremmo: siam di destra, mica catto-social-comunisti (o fascisti, che è lo stesso).

P.S. Non è un caso, tra l’altro, che Tremonti voglia introdurre meccanismi per favorire la “compartecipazione dei lavoratori agli utili di impresa”. Precisamente quanto era statuito dalla Costituzione “di sinistra” della Repubblica di Salò (da leggere quanto ha scritto in proposito l‘ottimo Adriano Teso).

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23 Responses to "Fini al Quirinale, Tremonti a Palazzo Chigi"

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