Il Pd, ora, si dia un’identità e ritorni allo spirito del Lingotto

Le elezioni regionali sono andate come tutti sappiamo: il Pd ha preso una sonora sberla dagli elettori e ha perso quattro governatori.

Subito dopo il voto, la dirigenza del partito ha provato a ridimensionare la portata della disfatta, giocando coi numeri: Bersani si è soffermato furbescamente sulla percentuale conseguita dal Pd (il 27,1%), evitando di prendere in considerazione il parametro più importante, il numero di voti assoluti ottenuti dal medesimo. D’altra parte, si sa: quando c’è forte astensione, anche se un soggetto politico perde suffragi è possibile veda aumentare il proprio “peso percentuale”. Per spiegarlo occorrono pochi secondi e semplici esempi.

Se un partito prende 10 voti su 200 complessivamente espressi, esso avrà una percentuale del 5%; se il medesimo partito l’anno dopo ne prende 9 su 150 (votano 50 persone in meno: è aumentata l‘astensione), la sua percentuale – nonostante la perdita di un voto – sarà del 6%; se l’anno ancora dopo lo stesso partito prende 12 voti su 250 totali, nonostante l’incremento dei suffragi la sua percentuale sarà del 4,8%. Com’è facile appurare, la percentuale conseguita da un soggetto politico è un parametro poco utile a capire lo stato di salute del medesimo. Meglio soffermarsi sul numero di voti assoluti ch‘esso ha racimolato.

Ebbene, il Pd ha perso 4 milioni di voti dal 2008 e un milione dalle Europee del 2009. Anzi: a voler essere ancora più precisi, dalle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento ne ha persi – secondo l’Istituto Cattaneo1.200.000 (per ragioni di completezza, aggiungiamo che da allora il Pdl ne ha persi tra i 2.600.000 e i 3.222.000; la Lega ha visto svanire 200.000 suffragi; l’Italia dei Valori ne ha persi 447.000; l’Udc, invece, 400.000).

Fin qui, il confronto tra il risultato delle Regionali e quello delle Europee. Un confronto metodologicamente discutibile: esso, infatti, “somma” – paragona – dati disomogenei (un po’ come se si sommassero mele e chiodi). L’unico raffronto sensato è quello con le precedenti elezioni regionali, quelle del 2005. E rispetto ad allora il Pd perde su tutti i fronti: perde elettori, perde consiglieri regionali, perde Regioni e vede diminuire il proprio peso percentuale. Il centrodestra, invece, riporta un risultato diametralmente opposto: guadagna 4 Regioni e vede aumentare il numero degli eletti e dei voti ottenuti.

Tutto ciò premesso, arriviamo al dunque.

Il Pd ha perso le Regionali non perché gli elettori abbiano assecondato Berlusconi che chiedeva loro di fare una “scelta di campo”, e di usare la scheda elettorale per promuovere o bocciare il suo esecutivo (nazionale). Il Pd ha perso le Regionali perché ha amministrato male i territori, e, in alcuni casi, perché l’”offerta” del centrodestra è apparsa più credibile agli occhi dei cittadini. Punto.

Il problema, infatti, non è rappresentato dal fatto che il Pd abbia perso questo turno elettorale (capita); il problema è rappresentato dal fatto che il Pd, da due anni a questa parte, perda tutte le elezioni. Questa è la questione.

E allora forse dalle parti del Nazareno dovrebbero iniziare a fare una seria riflessione, onde capire come tornare ad essere credibili, agli occhi degli elettori, quale alternativa di governo al centrodestra.

Ma una siffatta riflessione comporta anche l’onere di pronunciare dei mea culpa (parecchi), e di ammettere di aver commesso degli errori. Precisamente ciò che la dirigenza del partito in questione non ha fatto fino ad ora.

Ad esempio.

Il Pd dovrebbe chiedersi che senso abbia contestare il provvedimento varato dall’attuale esecutivo per liberalizzare i servizi idrici locali, visto che, non più tardi di due anni fa, i massimi dirigenti di quello stesso partito – e dell’Italia dei Valori – ne promuovevano uno del tutto analogo.

Cos’è successo da allora: Bersani ha cambiato idea sull’argomento? Oggi rinnega la posizione che aveva due anni fa? Oppure è disposto a rimangiarsi i propri convincimenti pur di contestare l‘esecutivo in carica?

Ancora: è da considerarsi serio un atteggiamento del genere?

Il centrosinistra, a volte a ragion veduta, contesta al centrodestra il fatto di cavalcare le paure degli italiani (si pensi all‘immigrazione clandestina). Bene. E il fatto di usare il timore che alcuni connazionali nutrono in merito a questa liberalizzazione – che, non a caso, viene presentata per ciò che non è: una privatizzazione -, non equivale a cavalcarne le paure?

Non solo: gli elettori tutti, come possono valutare un comportamento del genere? Non si corre il rischio che si sentano presi per il culo e trattati quali coglioni?

Ancora.

Che senso ha utilizzare scientificamente la menzogna, quale strumento di lotta politica? Non è forse un modo per dichiarare all’universo mondo di essere privi di argomenti validi per contestare l‘azione del governo in carica?

Facciamo un esempio (ma tanti se ne potrebbero fare, purtroppo).

Quando il centrodestra varò il provvedimento finalizzato ad introdurre nel nostro paese il reato d’immigrazione clandestina, la senatrice Anna Finocchiaro, per contestarlo, ebbe a dichiarare:

Il reato di immigrazione clandestina non esiste in alcun Paese al mondo, nemmeno negli Stati Uniti d’America che pure hanno problemi di immigrazione da sempre”.

E invece il suddetto reato negli Stati Uniti esiste. Così come esiste in Germania (dove è stato introdotto dai socialdemocratici), nel Regno Unito, in Svizzera, in Francia, nella Città del Vaticano, in Belgio e in Olanda.

Che bisogno c’era di mentire? Perché arrivare a qualificare quel provvedimento, in questo modo: “la destra vuole tornare alle leggi razziali”?

Il reato d’immigrazione clandestina poteva – e doveva – essere contestato in mille modi. Ma quando si ricorre sistematicamente alla menzogna, quando si criminalizza qualsiasi cosa faccia l’esecutivo in carica, neanche fosse la diretta emanazione di Satana, si finisce per apparire poco seri e credibili; e privi di argomenti fondati.

Inoltre, dov’è finito lo spirito del Lingotto? Quello che aveva portato Veltroni a promettere:

Basta. Dobbiamo farla finita con lo scontro feroce e con i veleni, con le polemiche che diventano insulto. Il Paese di tutto questo è stanco, non ne può più. E da tempo non perde occasione per dirlo. Per dire che non vuole una politica avvolta dall’odio, dove l’altro è un nemico, dove i problemi reali finiscono in un angolo o vengono affrontati con soluzioni temporanee”.

Voltiamo pagina. Gettiamoci alle spalle un modo di intendere i rapporti tra maggioranza e opposizione che non porta a nulla. A nulla, se non a far male all’Italia”.

Voltiamo pagina. La politica può essere diversa. Non c’è niente, tranne la nostra volontà , che impedisca la costruzione di un modo di intendere i rapporti basato sulla civiltà , sul riconoscersi reciprocamente”.

Voltiamo pagina. Facciamo in modo, per la prima volta da quindici anni, che non si formino più schieramenti “contro” qualcuno, ma schieramenti “per” affrontare le grandi sfide dell’Italia moderna”.

Che la nostra diventi la società del rispetto, dell’apertura, del dialogo. Si può essere in disaccordo senza essere nemici. Si può far vivere una politica in cui si ammetta serenamente la possibilità che l’altra parte possa anche aver ragione. Una politica in cui ci si scontri duramente su programmi e valori, ma capace di convivenza e rispetto istituzionale. Nessuno occupi, mai più, il Parlamento repubblicano sventolando giornali e striscioni”.

L’Italia deve recuperare in pieno, e il Partito democratico anche a questo deve servire, il senso di un’appartenenza comune, il senso profondo di essere una nazione. Una nazione unita. Un solo popolo. Una sola comunità . Non ci sono due Italie, c’è un’Italia sola. Non c’è un “noi” e non ci sono “gli altri”, quando si parla degli italiani”.

Ecco, il sottoscritto a queste parole aveva creduto. Il sottoscritto pensava davvero che con la nascita del Pd la sinistra sarebbe “diventata democratica”, e avrebbe “accettato” le regole delle democrazie liberali (che di certo non contemplano la criminalizzazione dell’avversario e la qualificazione del medesimo quale Hitler, Videla, Mussolini e via discorrendo). Il sottoscritto, al pari di milioni di altri italiani, aveva creduto che con la “svolta del Lingotto” in Italia si sarebbe attivato un meccanismo assolutamente virtuoso; il seguente: i due partiti principali – Pdl e Pd – si contendono l’elettorato, perché sono accomunati da valori e da istanze liberali; e se vince l’uno e non l’altro, in una determinata competizione elettorale, è solo perché esso è stato capace d’intercettare meglio gli umori del Paese (e, quindi, la maggioranza dei consensi).

Il sottoscritto, ancora, aveva creduto al fatto che il Partito democratico sarebbe riuscito ad incarnare un’alternativa “liberal”: progressista, di certo; ma neanche lontanamente vicina alle istanze comuniste o post-comuniste. Insomma: qui si pensava che, finalmente, in Italia sarebbe nato un partito di sinistra sul modello del New Labour di Blair: serio, affidabile, credibile, liberale in economia, non ideologizzato, e altamente competitivo; un partito che avrebbe potuto seriamente insidiare il primato del Popolo della Libertà, perché capace d’intercettarne i consensi.

E invece?

E invece ci si trova a fare i conti con un partito che non ha identità e anima. Un partito che non ha idee e progetti per lo sviluppo e il futuro della Nazione. Un partito che quando prende posizione, il che è già un miracolo, non fa altro che ripetere ciò che i comunisti sostenevano 30 anni fa: no al Nucleare e no alla liberalizzazione dell’acqua (sai che novità!). Guardate la seguente tabella.

Negli Usa ci sono 104 centrali atomiche; in Francia (a due passi da noi), 59; in Giappone (territorio altamente sismico) ce ne sono 53; nella Federazione russa, 31; nel Regno Unito, 19; in Germania, 17; in Spagna, 8. Adesso osservate quest’altra tabella che ci dà contezza del numero di centrali nucleari attualmente in costruzione.

In Cina sono in via di realizzazione 34 nuove centrali; in Giappone, 13; in Gran Bretagna, 4; in India 23; in Francia, una; in Russia, 8; negli Stati Uniti di Barack Obama, 11.

Domanda: tutte queste nazioni sono governate da pazzi che vengono votati da pazzi? O forse sono governate da persone che affrontano con serietà – e ragionevolezza – il problema dell’approvvigionamento energetico, e che sanno benissimo che le “fonti rinnovabili”, ad oggi almeno, non sono in grado di mandare avanti un paese, perché troppo costose e – soprattutto – troppo poco produttive?

Ha senso, come pare intenzionato a fare il Pd, promuovere referendum contro la realizzazione di centrali atomiche deliberata dall’esecutivo Berlusconi? E’ la posizione di un partito che vuole risolvere i problemi della Nazione, e soprattutto dei più poveri (che pagano bollette assai salate)? O è quella di chi si limita a fare un po’ di demagogia, sperando di lucrare consensi grazie alle “paure della gente”?

Il ricorso alle “rinnovabili“, se quest’ultime fossero davvero utili, sarebbe sostenuto da tutti. Anche dall’esecutivo in carica. Il problema è che queste fonti energetiche, utili, non lo sono. Vanno bene per gli edifici privati e pubblici, che hanno fabbisogni energetici limitati; ma non per mandare avanti una Nazione di 60 milioni di anime. Comprendere questo, e dichiararlo apertis verbis, significa semplicemente essere onesti e seri.

Ed è questo il punto: la dirigenza del Pd pare non capire che se vuole “essere in partita”, deve iniziare a mostrarsi seria e affidabile; perché se non riesce – non dico ad esserlo, ma almeno – a sembrarlo, difficilmente riuscirà ad interloquire con tutti i segmenti della società e dell’elettorato, a cominciare dai cosiddetti “moderati” (che, nel bene e nel male, decidono sempre l’esito delle votazioni). Quest’ultimi, è noto, rifuggono la demagogia e pretendono null’altro che fatti. Non chiedono la Luna; chiedono di poter campare dignitosamente e di essere amministrati da un ceto politico che affronti i loro problemi con realismo. Costoro sono soffocati e vessati da un fisco che li considera criminali sol per il fatto di non avere le pezze al culo; e se sono imprenditori, vengono spernacchiati sistematicamente dalla sinistra ogniqualvolta essa metta piede nella stanza dei bottoni.

A questi elettori, cosa offre il Pd? Allo stato attuale, niente! E ciò che è peggio, i dirigenti del partito nemmeno si pongono il problema di creare un dialogo con questa parte dell’elettorato.

Il che è un dramma.

Così facendo, infatti, il Pd finirà per regalare la vittoria al centrodestra per i prossimi 20 anni. Senza il voto dei moderati, non si vince. E né ci si può illudere, dopo la funesta esperienza dell’ultimo governo Prodi, di ritornare a Palazzo Chigi sol perché si è rimesso assieme il vecchio caravanserraglio unionista (dai comunisti ai verdi, dai centristi ai socialisti): gli elettori, oramai, hanno imparato la lezione; il caravanserraglio comporta instabilità ed indecisionismo. Non lo voteranno più. Uno stupro fiscale gli è bastato.

E allora ritorniamo allo “spirito del Lingotto” cui prima si è accennato.

Il Pd deve tornare a recuperare la vocazione maggioritaria inaugurata dalla segreteria veltroniana. Deve parlare all’intero Paese (proprio come fa il Popolo della Libertà): all’operaio e all’imprenditore, alla casalinga e al cassintegrato, alla giovane madre e al professionista.

Il Pd deve riuscire a coniugare mercato e progressismo, “meno stato“ e “laicità“: come è riuscito a Blair e a Zapatero. Il “mercato” (meno stato), serve a raccogliere il consenso dei moderati. Il “progressismo” (laicità), invece, serve per continuare a raccogliere i voti degli elettori di sinistra. Qualche esempio.

Noi abbiamo l’unico centrosinistra al mondo che non spende nemmeno una parola – dicasi una – a favore delle unioni civili. E’ mai possibile?

L’elettore di sinistra, orfano del comunismo, vorrebbe almeno che il proprio partito continuasse a battersi per il riconoscimento dei diritti civili.

Se il Pd, senza eccessi laicisti e propositi anticlericali, riuscisse a mettere all’ordine del giorno questo argomento (il riconoscimento giuridico delle unioni civili), magari sollecitando anche una riflessione nell’attuale maggioranza, son sicuro vedrebbe crescere i propri consensi. D’altra parte, anche il 68,7% dei cattolici è a favore del riconoscimento delle coppie di fatto (“Gli italiani e la Chiesa: tra fedeltà e disobbedienza“, Rapporto Eurispes 2006).

Dunque, perché non battere questo tasto? Perché non farsi “paladini” di questa “crociata”?

Allo stesso modo: è mai possibile che il Pd non si batta per introdurre il cosiddetto “divorzio breve”? (tema assai caro alla destra francese).

Naturalmente, di temi laici di cui potrebbe farsi vessillifero il Pd, ne esistono molti altri ancora (ma, per ragioni di brevità, non possono essere qui considerati).

Altra questione: meno tasse e meno stato.

E qui bisogna essere chiari: il centrosinistra non tornerà al governo della Nazione fin quando non avrà preso le distanze – e con fermezza – dall’esperienza del governo Prodi; fin quando non si sarà scusato per lo stupro fiscale che quel governo ha inferto ai danni di milioni di italiani (tre punti di pressione fiscale in più in due anni); fin quando non avrà chiarito che quel troiaio è stato il peggiore errore recente ch’esso abbia commesso. Senza questo mea culpa, senza questa presa di distanza, è inutile anche solo considerare l’ipotesi che il Pd e il centrosinistra possano ritornare al governo: perché è impossibile. D’altra parte, se nel Nord Italia la coalizione in questione è politicamente estinta, lo si deve ai risultati economici prodotti dall’esecutivo presieduto dal professore bolognese.

Pertanto, quando un dirigente del Pd, come ha fatto Dario Franceschini, meritoriamente dichiaraDobbiamo recuperare un meccanismo di solidarietà tra generazioni. (…) In una comunità solidale è giusto chiedere ai genitori di lavorare qualche anno di più per dare ammortizzatori sociali e futuro ai loro figli”, lo stesso dovrebbe anche premurarsi di aggiungere: “Per questa ragione, io mi scuso a nome del Partito democratico e del centrosinistra: nella precedente legislatura, infatti, ho sodomizzato molti giovani, in quanto con il mio voto ho contribuito ad approvare la controriforma delle pensioni. La quale, non solo è costata 10 miliardi di euro al contribuente, ma è stata finanziata – in parte – proprio dai giovani, poiché si è incrementato il prelievo contributivo a carico dei lavoratori parasubordinati, altresì noti come precari. Dunque, siccome ho fatto una cosa da pezzo di merda fumante – ho mandato in quiescenza i papà a 58 anni e ho finanziato la manovra con i soldi dei figli -, chiedo umilmente perdono e prometto solennemente che rimedierò, il prima possibile, a tale scellerata decisione”.

Ecco, se un esponente del Pd prendesse in questo modo le distanze dai provvedimenti varati dall’esecutivo Prodi, sarebbe credibile. Non è sufficiente, infatti, dichiarare che bisognerebbe aumentare l’età pensionabile quando, nella precedente legislatura, si è contribuito ad abbassarla. Non è credibile! Suona come un’ulteriore presa per il culo: prima mi sodomizzi e poi dici che non si devono sodomizzare i giovani? Suvvia, un minimo di serietà!

Ancora in tema di tasse.

Matteo Renzi, qualche sera fa, ha punzecchiato Berlusconi e la sua maggioranza dicendo che è da 16 anni che promettono la riduzione delle imposte, ma che finora non l’hanno mai realizzata. Ecco, forse il signor Renzi – di un paio d’anni più giovane del pirlacchione che qui scrive – dovrebbe studiare un po’ di più, e documentarsi meglio.

Con il centrodestra al governo, infatti, la pressione fiscale – nel nostro paese – è sempre diminuita (diciamo francamente); viceversa, con il centrosinistra è sempre aumentata. In particolare, con l’ultimo governo Prodi – che ha introdotto 67 nuovi balzelli – l’imposizione è cresciuta a tal punto (3 punti percentuali in due anni) che l’Italia è divenuta il sesto paese fiscalmente più tartassato al mondo.

Ecco, non sarebbe opportuno che lor signori del Pd – Renzi incluso – iniziassero a chiedere scusa per il salasso fiscale che hanno imposto a milioni d’italiani? Non sarebbe opportuno che prendessero le distanze da provvedimenti che hanno oggettivamente impoverito il Paese e contribuito a soffocarne l’economia?

Ne va della credibilità del Pd e della sua classe dirigente.

Il Paese ha bisogno di una sinistra affidabile; che si mostri capace di coniugare mercato e solidarietà; che riesca a superare i pregiudizi anti-impresa e anti-mercato che sempre l’hanno permeata (pregiudizi che integrano una visione da “Stato etico“: “Le tasse sono bellissime“. Che è un po’ come se si dicesse che è bellissimo essere schiavi!); che rinunci all’utopismo – è impossibile “raddrizzare il legno storto” – e che accetti il confronto con la “realtà”, in nome di un approccio pragmatico ai problemi (l‘immigrazione clandestina, ad esempio, danneggia i poveri più che i ricchi: la sinistra dovrebbe iniziare a capirlo). Solo così, essa apparirà credibile agli occhi degli elettori e potrà essere premiata nelle urne.

Non possiamo – e non vogliamo – rassegnarci all’idea di non avere una sinistra seria e competitiva, nel nostro Paese.

Datevi da fare per costruirla, per favore.

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9 Responses to "Il Pd, ora, si dia un’identità e ritorni allo spirito del Lingotto"

  • Nicolò says:
  • Luca says:
  • Luca says:
  • camelot says:
  • camelot says:
  • Nicolò says:
  • camelot says:
  • daniele burzichelli says:
  • camelot says:
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