Un paese cattocomunista

La più parte dei lavoratori dipendenti ha una busta paga, mangia e dorme, grazie alle imprese private.

La più parte del nostro Pil, della ricchezza che produce questo stramaledetto paese, è frutto dell’attività delle imprese private.

Finanche la fama e la gloria di cui noi si gode in tutto l’orbe terracqueo derivano prevalentemente dal genio e dal talento di chi fa impresa. Eppure, nonostante ciò, gli imprenditori – in questo schifo di nazione – sono considerati poco più che escrementi: soggetti cui sia giusto riservare ogni genere di umiliazione.

D’altra parte, esistono chiese che lucrano consensi – e sopravvivono – solo grazie alla povertà della gente: se per assurdo tutti riuscissero ad emanciparsi dall’indigenza e ad essere fautori esclusivi del proprio destino, quelle chiese chiuderebbero i battenti, perderebbero fedeli, e non avrebbero più potere né utilità. Dunque ben vengano limitazioni, “lacci e lacciuoli”, vessazioni e quanto possa essere d’ostacolo all’intrapresa: meno è facile creare ricchezza, e più difficilmente si potrà levare dalla strada chi è disoccupato, e per ciò solo bisognoso di cure caritatevoli e compassione. Amen:

Se l’Italia non cresce, il motivo c’è ed è evidente. Siamo un paese bloccato, stretto da vincoli che tagliano le gambe alla libertà d’impresa, ostacolano la produzione di ricchezza e l’innovazione. È colpa della pubblica amministrazione « ipertrofica», di un fisco che drena risorse eccessive. Per voltare pagina sono urgenti le riforme, innanzitutto della Pa, un taglio alla spesa pubblica improduttiva e al carico fiscale.

Basta guardare le classifiche: siamo il paese meno libero d’Europa. Le nostre imprese hanno una libertà pari a 35, sotto la media Ue, che è 57, e a distanza siderale rispetto al paese più libero, l’Irlanda, (74). Siamo ultimi, con 31, nella libertà dal fisco; ultimi, con 18, nella regolazione; penultimi, prima della Grecia, nella libertà d’impresa. Dove facciamo meglio è nelle regole del mercato del lavoro, con 48 (ma sempre sotto la media).

È uno dei motivi perché la crescita arranca, con un gap che ci divide dalle aree europee più dinamiche e anche dalla media. Dal 2000 al 2009 siamo cresciuti sempre un punto in meno rispetto alla media della Ue a 27: noi +0,6, gli altri +1,6. Fatto 100 il Pil italiano all’inizio del 2000, l’Italia ha chiuso il 2009 con un Pil a 106, stesso livello del 2003; l’Europa 117 (come nel 2006). A mettere in evidenza questi numeri è lo studio preparato dall’Istituto Bruno Leoni per il Centro studi Confindustria (…).

Sulla pressione fiscale il nostro piazzamento è pessimo, per imprese e persone: l’aliquota marginale sul reddito d’impresa è del 33%, contro una media europea del 23,5; la pressione fiscale media sui profitti è del 22,9% contro un 12% comunitario. Per gli individui l’aliquota massima è del 43% a fronte del 35,7 medio nella Ue. Abbiamo cinque scaglioni rispetto ad una media di tre.

A tutto ciò si aggiunge la burocrazia: per pagare le imposte ci vogliono in media 360 ore all’anno, mentre in Europa ne bastano 254 e in Lussemburgo 58 (…)” (Nicoletta Picchio, Istituto Bruno Leoni).

E c’è chi si preoccupa del semi-presidenzialismo!

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9 Responses to "Un paese cattocomunista"

  • Tony says:
  • camelot says:
  • Giancarlo says:
  • Simone82 says:
  • francisc says:
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