Finalmente s’ode qualcosa di destra: “Tagliare la spesa pubblica per abbassare le tasse. Ne va del nostro futuro”

Meno male che Gianfranco c’è:

““Noi vogliamo un’Italia con meno tasse e meno burocrazia, un’Italia che dia più spazio a chi assume il rischio d’impresa, a chi si assume il compito di produrre lavoro e benessere: noi vogliamo un’Italia, insomma, che dia più spazio al privato e meno allo Stato: un’Italia con più privato e meno Stato!”. Parole e musica di Silvio Berlusconi. Da applausi. Era il 6 febbraio 1994. Una frase che se ripetuta oggi, dinanzi a una platea di elettori del Pdl, probabilmente riscuoterebbe gli stessi applausi. E proprio qui sta il problema. Oggi, anno del Signore 2010, la situazione non è cambiata. La pressione fiscale era al 44,7 nel 1994. Oggi è al 43,2% (dati Istat). La riforma fiscale di cui parlava Tremonti nel bellissimo Libro Bianco del 1994 non c’è stata nel ’94-’95, né nel 2001-2006, né nell’attuale Legislatura.

Il momento, ci dicono tutti, non è dei più semplici. Vero. La Grecia è vicina, e non solo geograficamente. Il debito pubblico italiano è il più alto d’Europa, il 115,8% del Pil contro una media dell’Eurozona pari al 78,7% e dell’Ue a 27 del 73,6%.

Eppure, per far ripartire l’economia non c’è niente di meglio di un taglio delle tasse. Il “tax cut” di George W. Bush, realizzato dopo la recessione del 2001 (causa 11 settembre), ha aiutato e non poco l’economia USA, che è cresciuta vertiginosamente anno dopo anno: +2,2% nel 2002, +3,1% nel 2003 e +4,4% nel 2004. Tassi di crescita che in Italia non vediamo da decenni. Si dice che l’America è in crisi nera e che l’Italia ha retto meglio degli USA la crisi finanziaria (pur perdendo 5 punti di PIL nel 2009). Vero. Ma ricordiamoci anche che negli ultimi 20 anni il “Sistema Italia” – oggi osannato – camminava mentre l’economia USA (e parte di quella europea) correva.

“Meno tasse” non è solo uno slogan. È anche un elemento di “giustizia sociale”: se il 5% più ricco dei contribuenti USA pagava nel 1980 il 35% del gettito totale dell’imposta sul reddito, nel 1990, grazie allo storico taglio delle tasse operato da Ronald Reagan, il suo contributo era passato al 49%. E lo stesso accadde dopo la riforma Kennedy. In Italia, solo l’1% dei contribuenti dichiara più di 100.000 euro l’anno. E il peso del fisco ricade quasi esclusivamente sulle spalle del “ceto medio” produttivo. Che vota in gran parte per il Pdl.

Per tagliare le tasse bisogna necessariamente tagliare le spese (almeno in Italia). Non è facile. Ogni euro di spesa pubblica “ingrassa” interessi consolidati. Non solo, ma se non si fanno tagli importanti alle spese dello Stato, si rischia di avere un “tesoretto” che consentirebbe solo un taglio delle tasse “timido”, come quello che facemmo nel 2006. Eppure c’è chi, come Gianfranco Fini, insiste: “Contesto chi dice: non possiamo fare le riforme economiche di tipo liberale perché se le facciamo non riusciamo a tenere insieme il consenso ampio (che raccoglie il Pdl)”.

E come ci ricorda oggi Mario Baldassarri, Presidente della commissione Finanze del Senato, su E Polis, il codice “genetico” del Pdl è sostanzialmente la riforma fiscale. E per realizzarla, ammonisce Baldassarri, bisogna “ridurre la spesa e gli sprechi per poi ridurre le tasse” (Gianmario Mariniello, continua su Generazione Italia).

E’ proprio vero ciò che dice Valium Feltri: Fini e i suoi uomini sono null’altro che comunisti!

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18 Responses to "Finalmente s’ode qualcosa di destra: “Tagliare la spesa pubblica per abbassare le tasse. Ne va del nostro futuro”"

  • Francesco (Francio) says:
  • Sergio says:
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  • camelot says:
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