Non è successo niente. A parte il fatto che Silvio ha deciso di suicidarsi

Poche considerazioni e veloci, ché il sottoscritto va di fretta (c’è da preparare il bagaglio).

L’evento traumatico che si è consumato ieri – la dura censura nei confronti di Gianfranco Fini e il deferimento di Bocchino, Briguglio e Granata ai probiviri del PdL – è destinato a cagionare a Berlusconi e al suo esecutivo danni più che benefici. E ciò, per alcune semplici ragioni.

Innanzitutto, la pattuglia finiana in Parlamento è più consistente di quanto si potesse immaginare solo qualche giorno fa. Dunque se Berlusconi pensava che, una volta liberatosi dei finiani, il suo esecutivo non avrebbe avuto problemi, dovrà ricredersi.

In secondo luogo, cacciare Fini e i suoi uomini – oltreché illiberale, stalinista e ridicolo – è decisamente inutile: al Presidente della Camera, infatti, non può di certo essere imputato il fatto che il governo stia facendo una politica economica da centrosinistra moderato, e cioè pessima. Non può essergli rimproverato il fatto che Tremonti non voglia abbassare le tasse, e che abbia varato una manovra economica assai consistente anche per reperire i danari necessari a mettere all’opera il Federalismo fiscale (il cui costo stimato varia da alcuni miliardi, forse 8, ad un massimo di 100); né può essergli addossata la responsabilità del fatto che con la Finanziaria si sia introdotta la norma comunista che stabilisce che il contribuente sia colpevole fino a prova del contrario, in caso di contenzioso tributario; o che non siano state abolite le Province, al contrario di quanto promesso in campagna elettorale; né che non si siano fatte la riforma delle pensioni e le privatizzazioni. Niente di tutto ciò può essergli imputato.

A Fini può essere rimproverato solo di essersi adoperato perché la legge del Pdl sul testamento biologico – bocciata finanche dalla stragrande maggioranza degli elettori del centrodestra – fosse affossata. Così come può essergli addebitato il fatto di essersi speso acciocché il Ddl-intercettazioni non arrivasse a tradursi in un bavaglio per la stampa, e in una limitazione seria alla lotta alla Mafia. Queste, e solo queste, sono le colpe di Fini. E agli occhi di molti elettori del centrodestra è probabile non appaiano come tali.

Certo, spesse volte il Presidente della Camera ha rotto un po’ le palle con la questione della “cittadinanza breve” agli extracomunitari. Ma è difficile ritenere che parlare – ripeto: parlare – di una qualsivoglia questione possa rappresentare un crimine o un atto poco rispettoso dell‘Esecutivo. Né può essere utile il richiamo al fatto che nel programma del PdL l’argomento non fosse contemplato: se è per questo, in esso non era nemmeno previsto che noi si introducesse la norma comunista che ha invertito l’onere della prova per i contribuenti (e che farà perdere un sacco di voti tra gli imprenditori) o la “tracciabilità dei pagamenti“; così come non era nemmeno previsto che noi, si narra liberali e liberisti, si arrivasse ad aumentare le tasse, e per di più – manco fossimo una coalizione cattocomunista – ai “ricchi” (si veda alla voce: Robin Hood Tax).

Inoltre, Berlusconi, con l’espulsione dei finiani, si è infilato in un classico cul de sac.

Innanzitutto, ora i finiani avranno molta più influenza – per non parlare del potere di veto – sul governo. Come usa dire: faranno il bello e il cattivo tempo. Quindi alzeranno la voce perché l’Esecutivo, al contrario di quanto sin qui fatto, rispetti il programma elettorale. Segnatamente su due punti: l’introduzione del quoziente famigliare e l’abbassamento delle tasse (cose su cui il finiano Mario Baldassarri, invano, ha battagliato per due anni; e per mesi Generazione Italia ha martellato). E tutto ciò, agli occhi degli elettori, si tradurrà in questo: Fini e i suoi uomini hanno a cuore la riduzione delle tasse e la Rivoluzione liberale; Berlusconi e i suoi, no. Bell’autogol, Silvio, non c’è che dire!

Ancora.

In autunno sono previsti due eventi che potrebbero minare la stabilità dell’Esecutivo e aprire le porte ad un governo tecnico: il pronunciamento della Consulta – atteso tra settembre ed ottobre – sulla costituzionalità del legittimo impedimento (che, giova ricordare, protegge Berlusconi dai processi a suo carico); e la possibilità che si renda necessaria una nuova manovra correttiva (da vararsi tra ottobre e novembre, e dell’entità di 25 miliardi).

Ecco, affrontare questi due eventi, con una maggioranza risicata, è un problema serio. Anche perché sarà difficile che la Lega accetti il varo di ulteriori tagli e consistenti.

Elezioni anticipate, per uscire dall‘impasse?

Neanche per sogno! E per alcune ragioni.

Innanzitutto, Napolitano – che ha il potere di sciogliere le Camere – non le vuole: se il governo in carica dovesse cadere, dunque, egli si darebbe da fare per farne nascere un altro. E i numeri in Parlamento ci sarebbero (e già ci sono).

In secondo luogo, la crisi economica non permette neanche di prendere in considerazione l’eventualità del ricorso anticipato alle urne: i mercati finanziari e le società di rating, infatti, farebbero pagare molto cara la cosa, al nostro paese.

In terzo luogo, va ricordato che da questa legislatura, per maturare il diritto alle pensione, i parlamentari – i peones – hanno bisogno di restare in carica per cinque anni (e non più per due anni, sei mesi e un giorno). Devo aggiungere altro?

Sì, giusto una cosetta: è difficile prevedere quando, ma la rottura tra Fini e Berlusconi certamente si ricomporrà. È nell’interesse del Pdl e del centrodestra; sempreché si voglia continuare a vincere le elezioni.

State sereni, dunque, ché non è successo niente (a parte il suicidio di Berlusconi).

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63 Responses to "Non è successo niente. A parte il fatto che Silvio ha deciso di suicidarsi"

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