Nel Paese si apra una seria discussione sul Federalismo fiscale

Da mesi, in questo stramaledetto paese, si discute di sesquipedali minchiate: una volta si tratta dell’appartamento di Monte-Carlo; un’altra del toupet di Silvio o della sua satiriasi.

Da mesi gli italiani sono ostaggio di un “discorso pubblico” pregno di nichilismo: la classe dirigente del Paese, infatti, sembra non avere interesse alcuno per i problemi della gente (chiedo scusa per la demagogia), né per le questioni più elementari. Il lavoro, la crisi economica, la contrazione del Pil e l’aumento della disoccupazione, pare non interessino ad alcuno. Nemmeno all’opposizione parlamentare che su queste questioni, invece, dovrebbe martellare un giorno sì e l’altro pure, onde mostrarsi credibile quale alternativa di governo.

Ci si sta facendo del male, e nemmeno poco. Sembra quasi che ci si voglia suicidare; che ci si sia rotti le palle di campare, e che non si abbia altra aspirazione se non quella di farla finita. Meglio se in modo cruento. Certo, è iniziato il crepuscolo del berlusconismo e il Cav. ha già lasciato intendere che “venderà cara la pelle” ed applicherà il “muoia Sansone con tutti i Filistei”, prima di abbandonare il proscenio. Ma c’è il Paese, Domine Iddio. Di questo ci si deve occupare.

Chi ne descrive i problemi e li analizza? Chi si prende cura di risolverli?

La nomenklatura italica è vittima di un venefico cupio dissolvi: in questo istante sembra costituita da tossicodipendenti, a tal punto “fatti“, da non rendersi nemmeno conto di stare a camminare sulle sabbie mobili. Ride in modo sguaiato e balla. Ma sprofonda. E noi con essa.

Centinaia, forse migliaia, gli imprenditori che dall’inizio della crisi si sono suicidati. Centinaia di migliaia, le persone che da sera a mane si sono trovati senza un lavoro. Due, forse addirittura tre, le generazioni di italiani che pagheranno sulla propria pelle il prezzo della crisi.

E la politica cosa cacchio fa? Nulla. O peggio: discute di cose che, lungi dall’aiutarci ad uscire dalla crisi, ne potrebbero prolungare gli effetti; condannando una parte del Paese, segnatamente il Meridione, a sprofondare ancor più nel pantano. Mi riferisco al Federalismo fiscale.

Da due anni a questa parte, da quando cioè è stata presentata la Bozza Calderoli, non si è mai assistito ad un vero dibattito sul tema. Non lo si è visto sui giornali; non lo si è visto in Parlamento; non lo si è visto nei talk show politici. Niente di niente. Come se il Federalismo fiscale fosse una robetta insignificante; una misura come le altre; e non già una riforma passibile di mandare a gambe all’aria il Paese.

Innanzitutto, esso è irrimediabilmente recessivo, e per due ragioni: si accompagnerà ad una riduzione sostanziosa della spesa pubblica, e ad un aumento della pressione fiscale locale.

Ora, come sanno anche gli studenti del primo anno di un corso di laurea in Economia, il taglio della spesa pubblica produce sempre effetti depressivi; per “sterilizzare” i quali, è opportuno esso sia accompagnato ognora da una riduzione delle tasse (o almeno da serie liberalizzazioni).

Sempre come sanno finanche gli studenti del primo anno di un corso di laurea in Economia, il combinato disposto di tagli alla spesa pubblica e aumento della tassazione (sia pure solo locale), produce un solo effetto: la recessione.

Domanda: è opportuno adottare una misura recessiva quando è in atto una drammatica crisi economica, quale quella che stiamo vivendo? È opportuno correre il rischio di prolungare la crisi?

Ancora.

Esiste uno studio sull’impatto macro-economico del Federalismo fiscale? Qualcuno lo ha mai realizzato?

Voglio ricordare solo che Tremonti, un paio d’anni fa, ebbe a dichiarare:

Nell’attuazione del federalismo terremo conto di questo vincolo esterno, ovvero il contesto di crisi. L’obiettivo del governo è che il federalismo non costituisca un fattore di intensificazione e prolungamento della crisi”.

Come altrove ho già scritto: siccome Tremonti ha affermato che “l’obiettivo del governo è che il federalismo non costituisca un fattore di intensificazione e prolungamento della crisi”, vuol dire che la riforma in oggetto ha tutte le potenzialità per esserlo.

Se è così, ed è così, allora perché nessuno lo dice? Perché nessuno chiede che l’entrata in vigore del Federalismo fiscale venga rinviata? Perché nessuno suggerisce di accordare la preferenza al rilancio dell’economia, alla crescita, da realizzarsi mediante una riduzione delle tasse finanziata (ovviamente) da tagli di spesa? Perché nessuno dice che ad un malato occorre dare una cura ricostituente (meno tasse), e non una cura debilitante (più tasse)?

La ragione è solo una: se il Parlamento non approva il Federalismo fiscale, o ne ritarda l’entrata in vigore (prevista per il 2013), la Lega farà cadere il governo e si andrà ad elezioni anticipate. Ma quest’ultime non le vuole alcuno: non il Pd; non Futuro e Libertà; non l’Udc; né una parte sostanziosa di peones del Pdl (che ha bisogno di restare in carica cinque anni per accedere al vitalizio parlamentare).

E allora ritorniamo a monte: la nostra classe dirigente sta dimostrando di essere assolutamente priva di senno. Se davvero il Federalismo dovesse rivelarsi, all’atto pratico, una misura recessiva (anche solo per il Meridione), a farne le spese, infatti, sarebbero tutti. Anche gli stessi politici. I quali verrebbero travolti da moti di piazza fors’anco cruenti.

Il Palazzo si fermi, dunque, prima che sia troppo tardi. E i suoi inquilini, così come quelli che lavorano per la carta stampata, inizino a discutere di questa riforma seriamente: valutandone in modo approfondito tutti i pro e i contro.

Il Paese ha bisogno di uscire dalla crisi. Non di restarvi per vent’anni.

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12 Responses to "Nel Paese si apra una seria discussione sul Federalismo fiscale"

  • Simone82 says:
  • camelot says:
  • Simone82 says:
  • camelot says:
  • daniele burzichelli says:
  • camelot says:
  • bruno says:
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