Non c’è futuro per Futuro e Libertà. Se non all’interno del Pdl

L’Italia è un paese del Terzo Mondo, in ultima istanza, per due ragioni: perché ha un sistema economico da socialismo reale, e infatti dal Fascismo ad oggi è cambiata poco o punto; e perché vive sotto la curatela di uno stato estero, Città del Vaticano.

L’una e l’altra cosa si traducono in un deficit elevatissimo di liberalismo che fa di noi il fanalino di coda dell’Europa intera: cresciamo, da oltre un decennio, meno di qualunque altra nazione; e il cittadino, quando gli va bene, è trattato come un suddito, e quando gli va male, quale schiavo (naturalmente, c’è anche chi è contento di essere trattato come un servo: essere sodomizzati, d’altra parte, per taluni ha un suo perché).

Per uscire da questa impasse, avremmo bisogno di alcune cosette piccine picciò: una destra che facesse davvero la destra e fosse, dunque, liberale, reaganiana e thatcheriana; una sinistra che facesse davvero la sinistra – quella del Terzo Millennio, non certo quella del 1848 – e che si preoccupasse, pertanto, di sposare in pieno la battaglia liberale dei diritti civili; un sistema istituzionale imperniato attorno al “premierato forte” (il presidenzialismo non piace agli italiani: lo considerano un’anticamera del Fascismo); una legge elettorale di stampo maggioritario a turno unico, con obbligo di primarie stabilito per legge; un sistema politico fondato su due soli partiti che s’avvicendassero alla guida della Nazione (gli altri, eventualmente, potrebbero restare all’opposizione perpetua in Parlamento).

Avessimo queste cosette appena elencate, diverremmo il Paese del Bengodi: i governi riuscirebbero ad assumere decisioni rapide ed efficaci, di modo da fronteggiare ogni scenario, anche il più fosco, nei modi e nei tempi più opportuni; il merito sarebbe considerato una virtù (e non un vizio) e verrebbe valorizzato in ogni modo; le corporazioni sarebbero ridotte allo stremo e non ingesserebbero più il Paese e la sua economia; gli imprenditori non sarebbero più considerati da taluni “sterco del demonio” e da talaltri “capitalisti sfruttatori del lavoro altrui”, e potrebbero così operare ancor di più per il bene della Nazione, senza invece essere vessati; l’Individuo (o la persona) acquisterebbe finalmente dignità, e potrebbe liberarsi dalla prigionia cui novant’anni di socialismo reale, dal Fascismo ad oggi, l’hanno costretto; i poveri non sarebbero più considerati una “merce proficua” – la cui proliferazione incentivare, perché più poveri ci sono più “voti” ottengono certe Chiese – e ci si darebbe da fare non solo per dar loro l’elemosina, come sempre e solo hanno fatto certe Parrocchie, ma anche perché non gli fosse più preclusa alcuna opportunità, compresa quella – si pensi un po’! – di diventare ricchi (la piena valorizzazione dell‘Individuo è il balsamo più efficace per espungere la povertà da ogni dove); divorziare in sei mesi non sarebbe più soltanto un legittimo auspicio, perché le leggi sarebbero finalmente fatte senza seguire i desiderata di una potenza estera le cui smanie, in ultima istanza, non differiscono in alcun modo da quelle dell’Iran di Ahmadinejad; l’Italia, forte di due soli partiti che s’avvicendano al governo, sarebbe retta da politiche liberali (diversamente non potrebbe essere), e dunque tornerebbe a crescere al ritmo di un 3% all’anno, senza fare nemmeno un euro di deficit (o di debito); i figli non sarebbero più considerati quali oggetti da fabbricare perché con il loro lavoro paghino la pensione ai padri; i padri non potrebbero più comportarsi in modo irresponsabile, campando alle spalle dei loro figli, e riversando solo su quest’ultimi l’onere – necessario e benedetto – della flessibilità del lavoro; i medesimi, inoltre, non potrebbero più permettersi di andare in pensione da bambini (a 59 anni), fottendosene del fatto che così facendo i loro figli non potranno mai farlo; etc. etc..

Tutto ciò premesso, il problema è che questo scenario, verso cui sembrava – sia pur molto lentamente – ci si stesse incamminando, è saltato per aria d’improvviso: causa litigi tra Silvio e Gianfranco.

E d’improvviso l’Italia è tornata in prossimità del precipizio da cui c’eravamo allontanati nei primi anni ‘90, e da cui si scorgono, cupe e minacciose, le stesse nubi che allora insidiavano il Belpaese: instabilità politica; pluripartitismo spinto; indecisionismo; pulsioni keynesiane; assenza di qualunque vagito liberale e liberista. Insomma: si vede tanta – ma propria tanta – merda all’orizzonte.

In questo contesto stercorario, la parte del leone, duole dirlo, rischia di farla proprio Futuro e Libertà. Che è un’ottima intuizione di Fini, senza dubbio. Ma che, altrettanto certamente, come progetto politico non può avere alcuna possibilità di riuscita se il suo sbocco non è quello di diventare una corrente, auspicabilmente maggioritaria, in seno al Popolo della Libertà.

In tempi non sospetti, correva l’anno 2006, qui si scriveva che Fini sarebbe diventato il “capo” della corrente laica e liberale del futuro partito unico del centrodestra (“Fini sarebbe il Leader naturale dell’aria laica (…) potrebbe divenire il “capo” di quel vasto drappello (che dal mio punto di vista rappresenta il meglio del centrodestra italiano) che va da Antonio Martino a Benedetto della Vedova. Da Stefania Prestigiacomo a Marco Taradash. Da Alfredo Biondi a la Malfa“). Che poi era precisamente ciò che Fini bramava diventare, e ciò che, a suo avviso, gli avrebbe consentito di succedere a Silvio alla guida del centrodestra. Tra l’altro, all’atto di fondazione del Pdl, tra l’uno e l’altro c’era un preciso accordo in tal senso: a Gianfranco fu garantita la successione (poi, come sappiamo, Silvio s‘è rimangiato la parola data).

Il fatto è che l’idea che Fini coltiva da sempre, e che qui si condivide, è quella di riportare in auge lo spirito del ‘94 che Berlusconi, giorno dopo giorno, è venuto tradendo. Né più, né meno.

Questa idea, questo progetto, però, diventa realizzabile solo a patto che si guidi un partito di oltre il 30%, e non si debba scendere a compromessi nelle alleanze. Non a caso egli, nel centrodestra, è quello che più di tutti s’è speso perché fosse approvato il Referendum Segni-Guzzetta che avrebbe introdotto nel nostro paese il bipartitismo.

Il progetto di Fini, fino al divorzio con Silvio, era costruire l’Italia bipartitica. Questa era la Terza Repubblica ch’egli aveva in mente (al pari di Veltroni). Questo era il Futuro vero e di Libertà che immaginava per il Paese.

Poi le cose sono andate come sappiamo: è stato espulso dal Pdl per aver osato parlare; Silvio gli ha scagliato contro i rottweiler di Libero e de Il Giornale, onde annichilirlo o quantomeno ridurlo a brandelli; e via discorrendo.

E però, nonostante tutto ciò, Fini non può permettersi di pensare che le sue idee e la sua persona possano avere un futuro se non all’interno del Popolo della Libertà.

Il Terzo Polo, infatti, è una venefica trovata. Venefica per l’Italia, s’intende.

Cosa mai ci si può fare con il Partito di Dio, ovvero l’Udc? Un’alleanza per disciplinare – che ne so – in modo laico il “fine vita” o le unioni civili? Ma scherziamo????

Cosa mai ci si può fare con il Partito di Dio, ovvero l’Udc? Un’alleanza che, non solo a chiacchiere (pratica nella quale Casini è molto versato), rivolti il Paese come un pedalino rimettendone in moto l’economia e spingendolo lungo un binario liberale e liberista? Ma scherziamo?????

Cosa mai ci si può fare con il Partito di Dio, ovvero l’Udc? Un’alleanza per abolire le Province, senza le quali Casini e quelli come lui (ovvero Bossi), non conterebbero una beneamata mazza?

Ci si può aspettare la costruzione del futuro della Nazione da un partito che, essendo erede non pentito della Dc, ha contribuito a distruggere – assieme ai socialisti, ai repubblicani, ai socialdemocratici, ai comunisti e ai finti liberali del Pli – l’economia del nostro Paese, creando il terzo debito pubblico al mondo? Ma scherziamo????

La destra che Fini ha in mente – e che è anche la mia – può venire a vita solo in un sistema bipartitico. Quello in cui a governare ci sia un solo partito, e non una coalizione in cui, alla fine, si sia costretti a mediare su tutto, per poi non approdare ad un bel niente. Fini lo sa (e per questo ha sostenuto il succitato Referendum).

Il futuro suo e delle sue idee, come quello di questo paese, è legato al bipartitismo. E quindi al Popolo della Libertà (senza la Lega).

A questo si deve lavorare: ad una “ricucitura” che consenta a Fini di rientrare nel Pdl per divenirne il Presidente e rifondarlo. Al di fuori di questa ipotesi, non c’è Futuro e Libertà.

Per il Paese, innanzitutto.

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35 Responses to "Non c’è futuro per Futuro e Libertà. Se non all’interno del Pdl"

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