Prediche inutili (sparse)

«Se regioni, provincie, comuni devono ricorrere ad entrate proprie, nasce il controllo dei cittadini sulla spesa pubblica, nasce la speranza di una gestione sensata del danaro pubblico. Se gli enti territoriali minori vivono di proventi ricevuti o rinunciati dallo stato, di proventi di cui lo stato ha bisogno per soddisfare ai compiti suoi, o vivono, come accade, addirittura di sussidi, manca l’orgoglio del vivere del frutto del proprio sacrificio e nasce la psicologia del vivere a spese altrui, dell’emulazione nel chiedere sempre e non essere mai contenti, del mettere innanzi sempre nuove querele per i torti del passato, anche di un passato remoto, segnalato talvolta dalla inerzia dei rappresentanti elettivi locali, e nuove rivendicazioni di risarcimenti per l’avvenire».

«In materie economiche, il comandamento primo è quello stesso che si impone nelle materie spirituali. Così come l’uomo libero non concepisce alcun limite alla predicazione della fede religiosa, salvo quelli che sono dettati dalla convivenza degli uomini in società; così come egli non può riconoscere alcun privilegio allo stato, alla chiesa od a privati nell’insegnamento della verità e non riconosce alcun valore alle stampiglie ufficiali apposte ai certificati di studio, così egli non può riconoscere alcun privilegio economico a danno della uguale libertà per tutti di lavorare, di intraprendere, di risparmiare. Liberalismo non vuol dire assenza di vincoli statali, di norme coattive. Dovrebbe oramai essere inutile ripetere ancora una volta che il “liberismo economico”, così come è comunemente ossia volgarmente ripetuto, è un buffo fantoccio, che nessun economista non dico della categoria pantaleoniana di coloro che “la sanno”, che sanno cioè, s’intende, la economia politica e, sapendola sanno di non conoscerne se non una piccola parte e per tutto il resto conoscono la loro ignoranza, nessun economista di quelli che hanno anche soltanto una certa intuizione del contenuto e dei limiti della disciplina da essi coltivata, ha mai fatto proprio. Il liberismo economico è una invenzione sfacciata dei socialisti, dei dirigisti, degli interventisti; e il comandamento del “laissez faire, laissez passer” ha un contenuto limitato, proprio di taluni circoscritti campi dell’operare umano».

«Giova deliberare senza conoscere? Al deliberare deve, invero, seguire l’azione. Si delibera se si sa di potere attuare; non ci si decide per ostentazione velleitaria infeconda. Ma alla deliberazione immatura nulla segue. Si è fatto il conto delle leggi rimaste lettera vana, perché al primo tentare di attuarle sorgono difficoltà che si dovevano prevedere, che erano state previste, ma le critiche erano state tenute in non cale, quasi i contraddittori parlassero per partito preso? Le leggi frettolose partoriscono nuove leggi intese ad emendare, a perfezionare; ma le nuove, essendo dettate dall’urgenza di rimediare a difetti propri di quelle male studiate, sono inapplicabili, se non a costo di sotterfugi, e fa d’uopo perfezionarle ancora, sicché ben presto il tutto diventa un groviglio inestricabile, da cui nessuno cava più i piedi; e si è costretti a scegliere la via di minor resistenza, che è di non far niente e frattanto tenere adunanze e scrivere rapporti e tirare stipendi in uffici occupatissimi a pestar l’acqua nel mortaio delle riforme urgenti».

«La proposizione essere il “liberalismo” antisociale è accettabile solo da chi appartenga alle correnti socialistiche, dirigistiche, corporativistiche e simili; o, senza appartenervi, ne accolga implicitamente i metodi storiografici. Chi invece ritenga essere quelle concezioni e quei metodi lontani dalla realtà e dal vero, e viva nel mondo spirituale del liberalismo, è persuaso che socialismo, dirigismo, corporativismo, statalismo sono essi antisociali, perché cagione di miseria economica, di discordia sociale e di tirannia politica e che il liberalismo promuove invece l’elevazione dei più, la stabilità sociale e la libertà politica».

«L’uomo libero vuole che lo stato intervenga, così come sono sempre intervenuti i legislatori saggi di tutti i tempi e di tutti i paesi. Forseché i codici del diritto privato non danno da millenni norme alle quali i cittadini si devono attenere nelle loro transazioni civili e commerciali, nella loro vita familiare (matrimoni, paternità, filiazione e relativi doveri)? Lo stato interviene per fissare le norme di cornice entro le quali le azioni degli uomini possono liberamente muoversi; non ordina come gli uomini debbono comportarsi nella loro condotta quotidiana».

«Troppo spesso i politici sono persuasi non solo di dover ricercare la verità, ed è persuasione giusta e feconda, ma di conoscere già “quella” verità, “una” verità, e di non poterne tollerare la negazione. E questo è pericolo mortale. Non ha importanza la formula, con la quale l’oracolo conduce gli uomini alla scoperta della verità. Per Rousseau e Robespierre essa prende il nome di “virtù”, per Saint-Simon di religione della scienza, per Hitler di dominio del sangue e della razza, per Marx e Lenin di dittatura del proletariato. Le formule mutano e passano. La dottrina di una verità la quale, scoperta, deve essere riconosciuta ed ubbidita, rimane. La verità vive solo perché essa può essere negata. Essendo liberi di negarla ad ogni istante, noi affermiamo, ogni volta, l’impero della verità».

«Nella costituzione non esiste, e se esistesse farebbe d’uopo modificare, colla procedura indicata nel testo del solenne documento, il comando dannoso, alcuna norma la quale faccia obbligo al cittadino di munirsi di certificati provvisti di bolli più o meno vistosi per dimostrare la propria attitudine ad esercitare un qualsiasi lavoro. Non esiste, perché inutile, avendo lo stato, gli enti pubblici ed i privati ovviamente il diritto di controllare, nel modo che ritengono più opportuno, se all’opinione del cittadino risponde l’attitudine sua effettiva. Dico che la sostituzione della «facoltà» all’«obbligo» di presentare diplomi i quali provino l’attitudine, non è cagione di alcun inconveniente rilevante, ed è fecondo di notabili vantaggi. L’obbligo fa si che tutti i certificati abbiano, se non la realtà, un’apparenza di uguaglianza. Il trenta e lode, qua largito facilmente, ha lo stesso valore legale di quello a stento altrove concesso. Dove è l’interesse alla severità? Quale l’incitamento per scolari e studenti ad iscriversi ed a persistere sino alla fine nella frequenza di istituti severi? Se il possesso di diplomi è volontario, se i diplomi renderanno testimonianza di studi diversi, ognuno avrà interesse a seguire quei corsi e quei maestri i quali per sé dicano il contenuto e il valore degli studi perseguiti».

E in altra sede:

«La frode fiscale non potrà essere davvero considerata alla stregua degli altri reati finché le leggi tributarie rimarranno vessatorie e pesantissime e finché le sottili arti della frode rimarranno l’unica arma di difesa del contribuente contro le esorbitanze del fisco».

Luigi Einaudi

(Continua).



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  • diggita.it says:
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