Angelino Alfano, la lavagna bianca

Berlusconi, come noto, ha deciso di reagire alla débâcle elettorale nominando Angelino Alfano quale segretario nazionale del Pdl. Una mossa dettata soprattutto, ma non solo, dalla volontà di recapitare un tempestivo messaggio agli elettori: abbiamo capito la lezione che avete voluto darci in cabina elettorale; ne faremo tesoro, e, per dimostrarvi che siamo intenzionati a cambiare marcia, il sottoscritto ha provveduto a nominare un baldo giovane alla guida del partito; il quale, presto o tardi, prenderà anche il mio posto al vertice del centrodestra.

Ciò detto, aver scelto Alfano, a parere di chi scrive, è stato un errore. E per diverse ragioni.

Innanzitutto, sebbene abbia indubbia competenza, sia indiscutibilmente preparato ed abbia talune doti di pregio – un buon eloquio ed ornato, nessun complesso d’inferiorità nei confronti dei “compagni” ed una discreta attitudine a difendere, con validi argomenti, le scelte e le ragioni dell’esecutivo in carica -, Alfano è del tutto privo di alcuni attributi indispensabili ad un vero leader: 1) non ha carattere, determinazione e personalità, e non è sicuro di sé; 2) non ha la benché minima idea di quale fisionomia conferire al partito; 3) non ha le physique du rôle; è privo di fascino e, per di più, è siciliano (il che, per le ragioni che in seguito spiegheremo, rappresenta un problema serio); 4) in più, pare considerare il compromesso al ribasso, da buon democristiano qual è, come un valore, e non come un disvalore politico per antonomasia – il principale cancro che affligge il nostro sistema partitico, impedendogli di modernizzare il Paese.

Diversi episodi dimostrano quanto l’attuale Ministro della Giustizia sia privo di carattere, determinazione e personalità. Per ovvie ragioni di brevità, tuttavia, ci si limiterà a considerare quelli che, a nostro avviso, appaiono i più rilevanti.

Iniziamo.

Qualche tempo fa, Alfano ha varato un provvedimento che qui non si è esitato a definire come il migliore approvato dall’attuale esecutivo in questa legislatura: la media-conciliazione obbligatoria. Uno strumento validissimo per ridurre i tempi della giustizia civile. Peccato però che, qualche settimana dopo la sua entrata in vigore, il titolare di Via Arenula abbia ceduto alle fortissime pressioni della potente lobby forense, più che mai ostile alla media-conciliazione, e si sia detto disponibile a stravolgerne il contenuto onde depotenziarla e renderla del tutto inutile. Una Waterloo.

Ecco. Una delle prime cose che fece Ronald Reagan, da Presidente degli Stati Uniti, fu licenziare 11.345 controllori di volo che, da mesi, stavano creando non pochi problemi alla nazione con una serie di scioperi. Un’iniziativa che, giusto qualche mese fa, aveva minacciato di voler adottare, trovandosi in una situazione analoga, finanche il premier socialista spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero. Questo, piaccia o meno, significa essere leader. E di questo tipo di persone, determinate e risolute, che lo si capisca e gradisca o meno, ha bisogno il Paese. Non di pusillanimi microbi che facciano del compromesso al ribasso la “stella cometa” del proprio agire politico.

Servono uomini, non bimbi. Donne o maschi con gli attributi, e non bebè che si calino le braghe dinanzi alla prima difficoltà o alle pressioni asfissianti della lobby di turno. A meno che non si pensi che la fine del “bipolarismo muscolare”, da molti evocata, debba concretarsi nella trasformazione del Pdl in una novella Democrazia cristiana, che, per non dare troppi dispiaceri alla sinistra ed ai sindacati (non sia mai detto!), faccia un cazzo – niente – di utile e di destra per la Nazione, limitandosi solo e soltanto a “galleggiare”. Se questo è l’obiettivo, l’anodino Angelino Alfano va più che bene. Anzi: è perfetto. Se si vuole un leader, viceversa, si deve guardare altrove (e reclutarlo mediante primarie).

In secondo luogo, Alfano non ha mai esplicitato quale sia la propria posizione su qualsivoglia questione politica di rilievo. Non hai mai detto, ad esempio, quale tipo di politica economica abbia in mente: se sia un liberista o se, invece, prediliga l’intervento dello stato in economia (come il socialista di Dio, Tremonti). Se ritenga prioritario l’obiettivo di ridurre le tasse ed introdurre due sole aliquote (al 23 e al 33%) o se, invece, l’attuale sistema tributario, altamente sfavorevole al ceto medio, gli sia gradito. Non ha mai detto se sia favorevole o contrario al testamento biologico. Se accetti o meno le unioni civili anche gay. Se ritenga opportuno innalzare l’età pensionabile (da noi la più bassa d‘Europa). Se ritenga necessario tagliare, e di parecchio, la spesa sanitaria. Se sia favorevole all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (una delle cause del “nanismo” delle imprese nostrane). Se voglia introdurre il cosiddetto “contratto unico” per i neo assunti. Se voglia adoperarsi per creare un sistema universalistico di ammortizzatori sociali. Se sia favorevole o meno alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni. Se voglia abolire il valore legale del titolo di studio. Se sia intenzionato ad offrire alle famiglie, mediante apposito bonus economico, la reale possibilità di scegliere se mandare i figli alla scuola pubblica o a quella “libera” (voi bolscevichi la chiamate: paritaria). Insomma, ed infiniti altri esempi si potrebbero fare, non abbiamo la più pallida idea di quale sia il progetto politico che ha in mente il Guardasigilli. E questo, converrete, è un problema serio: soprattutto perché ad ignorarlo è finanche lui.

Sappiamo, però, e la cosa non ci fa affatto piacere, ch’egli crede compito di un segretario/leader sia guidare una forza politica in cui: “Chi assume decisioni deve farlo in modo che tutti ci si possano riconoscere”.

Ecco. Questa è una risposta, ed una visione, da politicante della Prima Repubblica; da chi ritiene che suo compito sia solo e sempre mediare; da chi pensa di operare come se non ci fossero il bipolarismo ed una legge elettorale di tipo maggioritario.

Nei sistemi bipolari come il nostro, il segretario del principale partito di una coalizione – che, ipso facto, è anche il candidato premier della medesima -, non “assume decisioni (…) in modo che tutti ci si possano riconoscere”; le assume sulla base di un mandato, conferito dall’Assemblea congressuale, a realizzare uno preciso programma e non un altro diverso (quando non addirittura: opposto). Precisamente ciò che è mancato in questi diciassette anni (e, in particolar modo, in questa legislatura).

Se in tutto questo tempo la coalizione berlusconiana non è riuscita a fare la Rivoluzione liberale, infatti, è anche perché si è troppo dovuto mediare ed accontentare tutti; acciocché, in ogni scelta, ciascuno vi si potesse riconoscere.

All’opposto, e visti gli errori già fatti, oggi avremmo bisogno di altro; di una situazione nella quale un segretario di partito venisse scelto non perché ha leccato il culo a diecine di delegati congressuali, onde accaparrarsene il voto in cambio dell’apertura a qualche loro istanza (come avveniva nella Prima Repubblica), ma perché ha presentato un progetto finalmente chiaro e definito in ogni sua parte. Un progetto di Paese, coerente, in ogni suo punto, ed organico. Ed avremmo bisogno che questo segretario di partito venisse veramente selezionato: cioè che al cittadino fosse data la possibilità di scegliere, mediante primarie, tra più opzioni programmatiche. Avremmo bisogno di sapere che se Tizio diventa segretario del partito farà davvero la Rivoluzione liberale perché gli elettori, alle primarie, lo hanno votato proprio per questo motivo; perché lui gli si è presentato dicendo: “Amici miei, io chiedo il voto per fare la Rivoluzione liberale. Chi è contrario alla stessa, dunque, non mi voti. Ma chi lo fa, sappia che in futuro non sentirò ragioni, non mi piegherò a richieste opposte a quelle per cui oggi chiedo il voto, e l’attuerò in ogni sua parte”.

Se questo avvenisse, e se il segretario di quel partito divenisse Premier, forse – e dico: forse – avremmo qualche chance in più di vedere attuata una qualche riforma di sistema. E, visto che in diciassette anni, in questo stramaledetto paese se ne sono fatte solo tre – la riforma Dini (sulle pensioni), la legge Biagi e la Legge Obiettivo (per le grandi opere) -, e poi niente più, forse – e dico: forse – sarebbe arrivato il momento di darci tutti una svegliata e cambiare il passo.

Se invece si applicasse il “modello Alfano”; se il segretario del Pdl, cioè, fosse eletto non perché ha formulato un insieme di proposte chiare e definite, e quindi divisive, all’Assemblea congressuale e ai partecipanti alle primarie, ma perché ha presentato, all’opposto, un programma talmente indefinito, e contenente tutto ed il suo esatto contrario, da star bene a chiunque (“in modo che tutti ci si possano riconoscere”); ecco, un segretario che fosse scelto in questo modo e su queste basi, se divenisse Presidente del Consiglio, secondo voi come governerebbe? In modo risoluto e decisionista? Come Reagan, la Thatcher, Tony Blair, Sarkozy e Zapatero? Uno che avesse accettato qualunque compromesso, pur di diventare segretario di partito, riuscirebbe a farlo? Uno che magari avesse accettato, pur di non scontentare alcuno, che nel proprio programma finissero – esempio iperbolico – e l’introduzione dei prezzi amministrati e l’avvio di politiche iper-liberiste, riuscirebbe a farlo? Ma non scherziamo.

La “ricetta Alfano”, la mediazione fine a se stessa per trovare sempre e comunque un punto di accordo, non è la politica – come usa dire – con la P maiuscola. È la vecchia politique politicienne della Prima Repubblica: sterco del Demonio. E ha già fatto danni ingenti: 1.900 miliardi di euro di debito pubblico. Mai più.

Proseguiamo.

Si diceva in principio della sicilianità di Alfano. Essa potrebbe rappresentare un problema per due ordini di ragioni: innanzitutto, perché è difficile immaginare che all’elettore leghista possa essere facilmente propinato un giovanotto che, non solo ha militato nella Democrazia cristiana (praticamente Satana, per ogni elettore del Carroccio), ma è nato per di più in terra di mafia; in secondo luogo, perché la medesima sicilianità – in un paese come il nostro in cui l’Ingroia di turno apre un’inchiesta di mafia, ogni due per tre, su qualche esponente del centrodestra -, potrebbe ritorcersi contro lo stesso Alfano (e, quindi, contro il Pdl ed il centrodestra).

Più chiaramente. È difficile “mascariare” un siciliano o è la cosa più semplice al mondo? Per dirla à la Max Catalano: è più probabile che si apra un’inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di uno nato ad Agrigento, che non a carico di uno nato a Bologna o Belluno.

Siccome nulla cambierà quando Berlusconi sarà uscito di scena (mettetevi l‘anima in pace, voi che pensate che, tolto di mezzo lui, l‘Italia diventerà un paese normale); siccome certe Procure politicizzate – che non sono certo un’invenzione del Satiro di Arcore -, continueranno a muoversi in modo poco trasparente (per usare un eufemismo), come sin qui hanno sempre fatto; ecco, fare loro un regalo di questo genere, mettere un siciliano alla guida del Pdl e poi magari del governo, mi pare davvero una sesquipedale cazzata (come direbbero a Lugano). Una roba che potrebbe venire in mente solo ad un minus habens come Stracquadanio.

Ritorniamo alla personalità di Alfano (o meglio: alla sua assenza).

Qualche mese fa, si è verificato un episodio, apparentemente insignificante, che ha consentito al sottoscritto di capire molte cose sul carattere del Guardasigilli; di sicuro più di quante non fosse riuscito a comprenderne osservandolo in diecine di apparizioni televisive.

L’episodio è questo. Alfano è ospite di una puntata di Ballarò. Verso la fine della stessa, Giovanni Floris decide, per perfidia o altro, di mostrare al ministro un video contente lo sketch di un comico intento a fargli il verso, ad imitarlo e motteggiarlo. Terminato il video, le telecamere di Ballarò ritornano in studio ed inquadrano il volto di Angelino Alfano. E qui si assiste al peggio: il Guardasigilli ha la fronte completamente imperlata di sudore (non gli era mai capitato); è in evidente stato confusionale, imbarazzato ed in balia delle proprie emozioni (idem come sopra); sembra aver perso completamente il controllo di sé (idem come sopra).

Questo apparentemente piccolo ed insignificante episodio ci dice che: 1) In Alfano residua ancora un po’ di adolescenziale timidezza ed una certa insicurezza personale; 2) Non è in grado di esercitare un controllo completo, soprattutto quando è sotto stress, sulle proprie emozioni; e un leader, invece, dovrebbe essere sempre in grado di farlo; 3) Il Guardasigilli sarà anche bravissimo a difendere qualunque provvedimento ad personam, e cioè riguardante terzi, ma probabilmente, se si trovasse ad essere l’oggetto principale dell’altrui attenzione; se si trovasse, cioè, al centro di una discussione che riguardasse qualche aspetto della propria vita; se fosse fatto oggetto, insomma, di attacchi personali, forse ne uscirebbe con le ossa rotte perché (probabilmente) incapace di conservare, in casi come quello, la lucidità e la freddezza che gli sarebbero indispensabili per farla franca e portare a casa, intatte, la ghirba e la reputazione.

Che cosa accadrebbe, giusto per fare un esempio e ricollegarci a quanto detto sulla sua sicilianità, se si trovasse ad essere indagato per concorso esterno in associazione mafiosa? Riuscirebbe a mantenere il controllo e a restare lucido e calmo? O “entrerebbe nel pallone“, vittima del panico, come gli è accaduto per un’oggettiva cazzata (e questo è il problema!) come quella del video di cui si è parlato?

Se un politico, non un comune mortale, non ha pieno dominio di sé e perde il controllo delle proprie emozioni/reazioni sol perché assiste allo sketch di un comico che lo prende per i fondelli, come potrà mai governare una nazione? Come potrà mai affermarsi su un qualunque avversario?

E se il Di Pietro di turno, in un talk show televisivo in campagna elettorale, conoscendone i punti deboli, lo attaccasse proprio su questioni personali? Come ne uscirebbe? Con la fronte imperlata di sudore ed in evidente stato confusionale? (Più o meno quello che capitò – il 26 settembre del 1960, in un confronto televisivo con John Fitzgerald Kennedy – a Richard Nixon, e che gli costò la Presidenza degli Stati Uniti).

Ecco, a parere del pirla che qui scrive, e per le ragioni esposte, Alfano non ha le caratteristiche per essere il futuro leader del centrodestra.

Può essere, al massimo, un Caronte, un traghettatore. Uno che aiuti il Pdl a restare in piedi, nella fase crepuscolare del berlusconismo, evitandone la “balcanizzazione”. Uno, magari, che aiuti il Pdl a ricucire lo strappo con Gianfranco Fini. Ma niente in più.

Se ci si trovasse ancora nella Prima Repubblica, potremmo definirlo come un “coniglio bianco su sfondo bianco”.

Visto che ci si trova nella Seconda, però, lo definiremo così: una lavagna bianca su cui chiunque può scrivere qualunque cosa.



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15 Responses to "Angelino Alfano, la lavagna bianca"

  • Giancarlo says:
  • camelot says:
  • Giluca says:
  • camelot says:
  • Galahad says:
  • camelot says:
  • galahad says:
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