Tremonti vuole ridurre le tasse? Come no! Con gli studi di settore le ha aumentate del 18% agli artigiani

Questione fiscale, questione essenziale: a tal punto, che per ben tre anni, lor signori della maggioranza hanno fatto finta ch’essa non esistesse. Furbi.

Questione fiscale, questione essenziale: a tal punto, che lor signori della maggioranza, dopo aver rimediato sberle, negli ultimi quindici giorni, a destra e a manca e proprio per averla lungamente ignorata, hanno finalmente deciso di affrontarla. Peccato abbiano scelto di farlo nel peggiore dei modi: ovvero seguitando a prendere per il culo gli italiani.

Vediamo perché.

Innanzitutto, il socialista di Dio, Julius Evola Tremonti, nel giro di una settimana ha presentato ai connazionali ben due proposte di riforma fiscale; e, ciò che è peggio, l’una profondamente diversa dall’altra: a riprova del fatto che, evidentemente, il succitato Gran Fallocefalo sia stato preso alla sprovvista; che, fino al giorno prima, non avesse alcuna intenzione di muoversi per ridurre il carico fiscale (ma va’!); e che quindi abbia dovuto, in fretta e furia, inventarsi qualcosa pur di assecondare il Satiro di Arcore ed il Buzzurro di Pontida e conservare, così, la poltrona di Quintino Sella. L’unica cosa che gli stia a cuore, naturalmente.

La prima proposta è stata presentata dal suo Portavoce Ufficiale: Oscar Giannino. Il quale, pur essendo un liberista convinto, ha un’incomprensibile, e del tutto irrazionale, infatuazione intellettuale per il summenzionato anti-liberista; che ricambia concedendogli, in anteprima, talune informazioni.

Sicché, l’ex Dirigente nazionale del Partito Repubblicano Italiano – uno dei sei soggetti politici che hanno portato il nostro debito pubblico ad essere il terzo al mondo ed il primo in Europa; mai dimenticarlo! -, giusto una settimana fa, prima con un servizio televisivo realizzato per Porta a Porta, e poi – il giorno successivo – con un articolo redatto per Panorama, ci ha presentato ed annunciato la Buona Novella. Ovvero la prima Gran Minchiata Fiscale partorita dalla mente – se così si può definire – dell’avvocato tributarista di Sondrio.

Eccola descritta in pillole.

Riduzione di tre punti percentuali, dal 23 al 20%, dell’aliquota riguardante i redditi fino a 15.000 euro. Valore dell’operazione: all’incirca 13,7 miliardi.

Dove trovare la copertura finanziaria?

Presto detto. Agendo sull’Iva: portandone l’aliquota generale dal 20 al 21%, e quella preferenziale – che grava ad esempio sul turismo – dal 10 all’11%. L’uno e l’altro furto, pardon aumento, frutterebbero 6,7 miliardi di euro. Cui si dovrebbero aggiungere, evidentemente, altri quattrini: 1,7 miliardi derivanti dall’armonizzazione del prelievo sulle rendite finanziarie (sic!), e 5 miliardi da procurarsi riducendo il numero delle detrazioni, deduzioni ed analoghe altre operazioni cui hanno diritto persone fisiche e giuridiche.

Naturalmente, la succitata pseudo riforma, ove tradotta in fatti, lascerebbe inalterato il livello attuale della pressione fiscale. E, in più, allargando la base imponibile, con ogni probabilità porterebbe alle casse dello stato molti quattrini in più.

Come salutarla, dunque? Con un fragoroso: vaffanculo!

Ma non basta.

Ospite, due sere fa, di Ballarò, il segretario della Cgil, Susanna Camusso, ha fornito alcune cifre sugli effetti che produrrebbe la riforma. Innanzitutto, la riduzione dell’aliquota dal 23 al 20%, per i percettori di redditi fino a 15.000 euro annui, si tradurrebbe in uno sconto fiscale annuo di 400 e passa euro. E però, visto che sarebbe accompagnata da un aumento dell’1% dell’aliquota generale Iva, il guadagno “netto” per i contribuenti interessati si ridurrebbe a 200 e passa euro annui. All’incirca 15 euro al mese in più (in busta paga). Non proprio un cospicuo bottino.

Inoltre, il succitato incremento dell’Iva cagionerebbe danni vari. Per ragioni di brevità ne considereremo uno soltanto. Molti italiani hanno redditi talmente bassi da essere esonerati dall’obbligo di versare tasse all’Erario. Queste persone non solo non riceverebbero nemmeno un euro in più, ma, all’atto di effettuare acquisti, e a causa dell’aumento dell’aliquota generale Iva, risulterebbero addirittura penalizzate (rispetto ad oggi). Rendo?

Passiamo alla seconda Gran Minchiata Fiscale ipotizzata dal causidico domiciliato a via XX Settembre.

Essa avrebbe i seguenti obiettivi: accorpare le imposte oggi gravanti sul contribuente onde ridurne il numero a 5; rimodulare le aliquote Irpef (Ire) e portarne il numero a 3, dalle attuali 5 (con la riforma, i percettori di redditi fino a 26.000 euro sarebbero assoggettati ad un’aliquota del 23%; quelli con redditi tra 26.001 e 33.500 euro sarebbero gravati da un’aliquota del 33%; quelli con redditi tra 33.501 e 100.000 euro sarebbero salassati da un’aliquota del 39%; più un contributo del 4% che graverebbe sui percettori di redditi superiori a 100.000 euro).

L’operazione Gran Minchiata Fiscale n.2 costerebbe 15-20 miliardi di euro; e, a detta de il Corriere della Sera, sarebbe finanziata soprattutto disboscando, e di molto, la selva delle infinite deduzioni (et similia) di cui oggi beneficiano i contribuenti nostrani.

Naturalmente, siccome Tremonti non è un liberal-conservatore, ma un dannatissimo socialista, anche la summenzionata Minchiata Fiscale n.2 dovrebbe lasciare inalterato il livello attuale della pressione fiscale; e, dilatando la base imponibile, portare più palanche nelle casse del Leviatano.

Quale giudizio riservarle? Un altro fragoroso: vaffanculo!

Ma non basta. Perché il Gran Fallocefalo di via XX Settembre -, lo stesso che da tre anni lavora indisturbato, notte e giorno, per logorare Silviuccio nostro onde prenderne il posto alla guida del cosiddetto centrodestra -, siccome è oltremodo furbo ed intelligente, nonostante sia un settentrionale, per sodomizzare meglio il Satiro di Arcore (quale nemesi!), non solo ha presentato le due Gran Minchiate gattopardesche – cambiano tutto perché nulla cambi -, ma ha rivisitato anche gli importi degli studi di settore che si applicano a chiunque faccia impresa.

Con quali effetti?

Ce lo facciamo raccontare da Mario Pozza, presidente degli artigiani di Treviso (oggi intervistato da Libero):

È successo che una settimana fa, in vista delle imminenti scadenze fiscali sono arrivati i nuovi calcoli per gli studi di settore”.

Le nostre simulazioni hanno portato a risultati veramente deludenti. Nonostante gli impegni presi dal ministro le tasse quest’anno non solo non scenderanno ma tenderanno a salire”.

Del 18%. Sul reddito medio della categoria che è di 45mila euro vuol dire un aggravio che si avvicina ai 2.400 euro. Se questa è la maniera con cui Tremonti mantiene le promesse stiamo proprio freschi”.

Ecco, se Tremonti continuerà ad agire in questo modo, nella prossima legislatura a Palazzo Chigi siederanno Vendola e Bersani.

Auguri (e buona patrimoniale a tutti).

P.S. Per tagliare le tasse è “sufficiente” fare quanto proposto da Mario Baldassari.



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27 Responses to "Tremonti vuole ridurre le tasse? Come no! Con gli studi di settore le ha aumentate del 18% agli artigiani"

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