Il killer

Alla sinistra non sono bastati tre lustri per fare ciò che a lui è riuscito in tre anni. Freddo, lucido, determinato: ha sferrato, uno dopo l’altro, ferali uppercut al mento del Satiro di Arcore; costringendolo, infine, alle corde, sanguinante e malconcio, ed il viso tumefatto. Una furia cieca e, al contempo, invisibile. Spietata e, però, composta, nel suo infierire. Impossibile da contenere o prevenire. Un killer perfetto.

Il tono ieratico; l’argomentare aulico; un volto un po’ così, che mai e poi mai avresti potuto associare ad intenzioni men che commendevoli. Un mantello perlaceo, sotto il quale celare lo stiletto. E poi uno spartito seguito alla lettera, con metodo e disciplina: mai un‘improvvisazione, mai una stecca. Un sentiero, lungo cui incamminarsi, tratteggiato rispettando ferree regole. Quelle della guerra: o vincitori o vinti.

L’intelligenza e la furbizia, come scandaglio e bussola; la presunzione e l’arroganza, come ruggito ad intimorire chiunque ne ostacolasse l’incedere e ne mettesse in dubbio la primazia; le buone letture e i moniti dei vecchi savi, a placar la sete di sangue e a dominarla.

Ha agito nell’ombra, da lontano. Piccoli colpi e ripetuti. Ha fiaccato il nemico e senza mai ucciderlo: a dissimulare il regicidio.

Lo strumento d’offesa prediletto, le leggi di Bilancio. Qui vi ha inserito innumerevoli batteri tossici: norme oltremodo illiberali e che sarebbero risultate indigeste alle costituency del proprio avversario. Tutto finalizzato a renderlo inviso agli occhi di chiunque lo avesse in precedenza votato.

Ad accompagnarlo, sin dal principio, poi, la consapevolezza che agli occhi del cittadino egli avrebbe avuto solo la funzione di custode dei conti pubblici. Se fosse riuscito a traghettare l’Italia, attraverso la tempesta economica internazionale, preservandone l’integrità finanziaria, ne avrebbe tratto enormi benefici. Ma doveva limitarsi a far questo. Ché se avesse anche abbassato le tasse, e di parecchio, se ne sarebbe avvantaggiato il suo nemico. Mai e poi mai.

Anzi. C’era da fare qualcosa in più. C’era da redigere, per sferrare il colpo finale, una manovra economica sì tanto brutta da far apparire il Puzzone in tutto e per tutto eguale al Mortadella. Un’impresa titanica. C’era da infarcirla di tasse e balzelli vari; di addizionali sui veicoli di grossa cilindrata e sulla Rc auto; di ticket sanitari e revisioni degli studi di settore. C’era, insomma, da distruggere diciassette anni di narrazione politico-culturale che avevano sedimentato la convinzione che, tra la destra e la sinistra, qualche differenza esistesse; che, dal punto di vista antropologico, a dividerle c’erano antitetiche visioni sulla funzione dello stato e sull’importanza da attribuirsi al cittadino/individuo/contribuente. C’era da terremotare non solo il Re, ma finanche il trono su cui lo stesso sedeva ed il palazzo in cui dimorava. C’era da fare tabula rasa.

Non prima, però, di essersi garantito un salvacondotto: una scialuppa di salvataggio per attraversare la procella ed approdare, nonostante tutto indenne, su un lido sicuro; da cui, poi, marciare trionfale verso il Potere.

E qui arriva il colpo di classe: lasciare in eredità, al futuro esecutivo di centrosinistra, e come pianificato da tempo, il compito di attuare draconiani tagli alla spesa pubblica. Un modo, più che mai perfido, per impedire alla stessa coalizione di governare il Paese; e per spingerla a chiedere l’aiuto di tutte le forze politiche, presenti in Parlamento, per dar vita ad un Gabinetto di unità nazionale; la cui guida, magari, affidare proprio a lui.

Un capolavoro che non sarebbe riuscito nemmeno ad Andreotti.

P.S. Non è chiaro se la cosiddetta tassa sui Suv, alla fine, sia stata approvata o meno dal Consiglio dei Ministri.



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