Indignados, linguaggio ed intenzioni illiberali

Nel film Palombella Rossa, ad un certo punto, Nanni Moretti dice: “Chi parla male, pensa male”. Sacrosanto: il linguaggio, infatti, non è solo il modo mediante il quale noi comunichiamo agli altri “il nostro mondo”, il nostro punto di vista, ma è anche lo strumento mediante il quale noi comprendiamo – cioè rappresentiamo a noi stessi – “il mondo”, ciò che ci circonda. Se parliamo male, dunque, rappresentiamo non correttamente, innanzitutto a noi stessi, le cose.

Lo aveva capito perfettamente anche Benedetto Croce (e, prima di lui, molti altri ancora): “Non c’è intuizione senza espressione”. Se non riesci a spiegare una cosa, innanzitutto a te stesso, vuol dire che non l’hai capita. E quando questo avviene, è imputabile al linguaggio. Il quale è una gabbia che imprigiona il pensiero; e, come tutte le gabbie, più “tende ad infinito”, più è “largo ed ampio”, e meno limita. Ma il linguaggio, come vedremo in seguito, è anche menzogna, mistificazione (non corretta rappresentazione dei fatti, appunto): cioè strumento mediante il quale figurare in modo distorto talune cose onde spingere le persone a temerle, ad esempio.

Ecco. Il problema politico principale del nostro paese, anche se sembrerà una provocazione o un’esagerazione, è costituito dalla non corretta rappresentazione, che i media e la politica fanno, di talune cose. Dal pessimo linguaggio che viene adoperato per descriverle.

Ad esempio. Lor signori antidemocratici tutti – bolscevichi, fascisti e fondamentalisti religiosi –, quando devono denunciare i guasti del Paese, tendono ad attribuirne la responsabilità essenzialmente a due fattori: la cosiddetta Società (o Sistema) ed il cosiddetto Mercato; e ne parlano come se l’uno e l’altro fossero due Enti che sovrastassero le persone ed imponessero a quest’ultime determinate scelte; come se fossero due Mostri piovuti da Marte che, in forza di poteri sovrannaturali, condizionassero negativamente le loro vite.

Bene. Iniziamo col dire a lor signori che né la Società (il Sistema) né il Mercato esistono; almeno per come essi sono soliti descriverceli.

La prima, ad esempio, non è altro che una semplice sommatoria di Individui. Quindi, quando si afferma “la società (il sistema) condiziona gli uomini”, parlandone come se essa ne prescindesse, come se non fosse costituita dai medesimi, non si fa altro che rappresentare male le cose. Più correttamente, infatti, si dovrebbe dire: “la maggioranza degli Individui, con il proprio comportamento, condiziona la minoranza”. Una ovvietà.

Ma perché non lo si fa? Semplice. Perché farlo, significherebbe comunicare a ciascuno di noi ciò che questi mai vorrebbe sentirsi dire: “Tu che lamenti i guasti provocati dalla Società (dal Sistema), sappi che di quest’ultima fai parte e che, quindi, sei causa di quegli stessi. Invece di prendertela con qualcun altro, dunque, prenditela con te stesso. Invece di chiedere a qualcun altro di essere “migliore” – più corretto, più onesto, più morigerato ecc. ecc. –, chiedilo a te stesso. Tu, al pari di chiunque altro, infatti, sei parte dei problemi che lamenti”.

Allo stesso modo, il cosiddetto Mercato, null’altro è se non “libera interazione economica tra Individui”. Quando – il più delle volte mentendo due volte, perché quasi sempre è la sua assenza a creare disfunzioni – si dice “il Mercato genera problemi”, più correttamente si dovrebbe asserire: “Gli Individui, liberi di agire economicamente, procurano, talvolta, nocumento a se stessi”. Una ovvietà.

E perché mai non lo si fa? Per le stesse ragioni suesposte: perché è meglio far credere alle persone ch’esse non siano parte dei problemi di cui si lamentano. Così che sia più facile a certuni, tutti e solo antidemocratici, proporre soluzioni liberticide senza farle apparire tali.

Lor signori antidemocratici, infatti, bramano controllare l’esistenza degli Individui; privare i medesimi delle libertà di cui godono per Diritto Naturale; imporre loro la propria visione della vita: condizionarne i comportamenti, insomma, e correggerne i difetti (o meglio: ciò che essi considerano tali). Va da sé, però, che per fare tutto ciò essi non possano presentarsi ai succitati e dire loro “per risolvere i vostri problemi è necessario annientarvi e rendervi schiavi; limitare le vostre libertà fondamentali perché, nell’utilizzarle, talvolta siete maldestri e vi fate male”; e che pertanto ricorrano alle manipolazioni del linguaggio su descritte per non far capire agli Individui dove essi vogliano andare a parare. Così, invece di dire “vogliamo limitare le vostre libertà economiche”, essi affermano “vogliamo limitare il Mercato”.

Fa tutto un altro effetto, non vi pare? La sostanza, il concetto, non cambia; ma la forma/rappresentazione – il modo di figurare quella stessa sostanza, manipolandola –, sì. E lo stesso discorso, naturalmente, vale per la Società (il Sistema).

Tutto ciò posto, vediamo di rappresentare correttamente quanto hanno richiesto gli Indignados; valutandolo, però, in modo diverso da come qui si è già fatto qualche giorno fa, e partendo dal punto di vista, ovviamente qui condiviso, di Piero Ostellino:

“Gli indignati – che, a Roma, marciavano pacificamente «per la rivoluzione», cioè per un cambiamento radicale, ancorché non violento, della democrazia rappresentativa e per l’abbandono del capitalismo e del mercato – sono stati sopraffatti e sconfitti dalla violenza di una minoranza che crede di fare la rivoluzione infrangendo vetrine, distruggendo Bancomat e bruciando automobili. Che piaccia o no, i disordini romani sono stati il tragico, ma concettualmente logico, superamento-completamento dell’illusione della rivoluzione senza violenza. Che è una contraddizione in termini. La «rivoluzione pacifica» è il riformismo; che non sogna cambiamenti palingenetici, l’uomo nuovo, il trionfo del Bene, ma si limita a realizzare ciò che è realisticamente possibile; per il quale – per dirla con Bobbio – «la sovranità non è del popolo, ma dei singoli individui in quanto cittadini»; e che scende raramente in piazza. La violenza romana non ha sanato la contraddizione ma, estremizzandola e radicalizzandola, l’ha rivelata e denunciata. La rivoluzionein quanto sovvertitrice dei rapporti sociali e dell’Ordinamento giuridico esistenti, allo scopo di instaurarne altri e diversinon è «pacificamente» conciliabile con la realtà effettuale, bensì solo con quella immaginata, per la semplice ragione che non c’è sistema giuridico che preveda, e giustifichi, la propria distruzione”.

Tradotto. I cosiddetti Indignados, siccome rifiutano il nostro modello di Società, il nostro modo – occidentale – di vivere e di essere semplicemente noi stessi, Individui (cui non sarà mai possibile pervenire alla Perfezione, ringraziando Iddio); siccome rifiutano il Mercato, altresì, cioè il fatto che noi si goda di libertà economiche (invero già assai limitate) grazie alle quali al massimo c’è consentito di far male a noi stessi (siamo pur sempre esseri sommamente Imperfetti, ringraziando Iddio); ecco: lor signori, pur avendo ad avviso di taluni le migliori e più pacifiche intenzioni, in realtà sono, al pari dei black bloc, personcine niente affatto ammodo, perché vorrebbero comunque sovvertire radicalmente il sistema di regole che, liberamente, abbiamo scelto di darci.

E però, siccome sono furbacchioni (o non troppo fessi), e mica possono venirci a dire “vogliamo togliervi le libertà ed i diritti di cui godete, e rimpiazzarli con la nostra bella Dittatura”, allora attaccano, come gli altri antidemocratici summenzionati, il Mercato e la Società (il Sistema). I quali, però, e come detto, non esistono: perché essi, in realtà, vivono grazie a Noi; siamo Noi.

Gli Indignados vogliono correggere il Legno Storto: la nostra sommamente imperfetta Natura.

Proprio come Stalin, Hitler e Mussolini.

Ma questi, almeno, lo dicevano chiaramente.



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