Ma il programma di Renzi è davvero liberista?

Partiamo dal giudizio che Carlo Stagnaro, su Chicago Blog, ha espresso sui 100 punti del programma di Matteo Renzi:

Dalla Leopolda è uscito quanto di più liberista si possa pretendere da un documento politico nell’Italia di oggi”.

Ecco, sia consentito dissentire ed anche fortemente. E per due ordini di ragioni.

Innanzitutto, perché la parte migliore dei 100 punti, quella più o meno liberista, è null’altro che un copia-incolla di proposte, per di più debitamente annacquate, già presenti in altri programmi di partito (o coalizione). E più precisamente: in quello del Pdl, in quello di Italia Futura (di Montezemolo) e in quello del Terzo Polo.

In secondo luogo, perché il succitato programma, accanto a misure moderatamente liberali, ne prevede altre che di liberista hanno davvero nulla, visto che presuppongono un incremento della spesa pubblica e, dunque, presumibilmente, del prelievo fiscale.

Vediamo, nel dettaglio, quali proposte, liberiste e non, Renzi ha copiato da altri.

Al punto 5 si legge: “Abolizione delle province. Più di 100 province non ce le possiamo permettere. Vanno abolite. Nei territori con almeno 500.000 abitanti si può eventualmente lasciare alle Regioni la facoltà di istituire enti di secondo grado per la gestione di funzioni da loro delegate”.

Trattasi di proposito quanto mai inflazionato e presente nel programma del Pdl (a pagina 24, “Il nostro impegno sarà all’opposto sul lato della spesa pubblica, che ridurremo nella sua parte eccessiva, non di garanzia sociale, e perciò comprimibile. A partire dal costo della politica e dell’apparato burocratico (ad esempio delle Province inutili”), in quello di Italia Futura e del Terzo Polo. Tutti vogliono abolire le Province. A chiacchiere, però.

I punti 11 e 18 si occupano di municipalizzate, di poltrone da ridurre all’interno dei Cda e di privatizzazioni delle medesime; così come anche della necessità di portare il rapporto debito/Pil al 100% in 3 anni, con queste misure: “ i) privatizzazione imprese pubbliche; ii) privatizzazione municipalizzate; iii) alienazione di parte del patrimonio immobiliare dello Stato (il valore di mercato degli immobili di proprietà pubblica è di 380 miliardi; di questi sono ci sono immobili liberi per un valore di 42 miliardi di euro. Questi ultimi, essendo inutilizzati, possono essere venduti subito. Sul resto si veda quello che serve effettivamente al servizio pubblico e l’eccedenza sia liberata e venduta. Creazione di un fondo immobiliare che si occupi della valorizzazione degli asset). iiii) imposta sui grandi patrimoni”.

Ora, il rapporto debito/Pil, nel nostro paese, è al 120%. Immaginiamo, per ragioni di comodità di calcolo, che il Pil resti costante nel prossimo triennio. Per riuscire a portare il summenzionato rapporto dal 120 al 100%, a occhio e croce, le misure indicate dovrebbero garantire introiti per 380 miliardi di euro (se qui non si è fatto male i calcoli). Siccome, però, è improbabile – potremmo anche dire: impossibile – che in soli 3 anni si riesca a dismettere tale quantità di patrimonio pubblico da racimolare la più parte di questo importo, vuol dire che quest’ultimo, in misura preponderante, s’immagina debba provenire dagli incassi della succitata patrimoniale (tertium non datur). La quale, quindi e sempre a occhio e croce, sarà destinata ad essere simile più a quella – pessima – prospettata da Amato/Profumo/Veltroni (e del valore di 400 miliardi), che a quella – diciamo così: moderata, ma non certo meno ripugnante – vagheggiata da Italia Futura e Terzo Polo (e che dovrebbe garantire un gettito di 1 miliardo che deriverebbe da un’aliquota del 5% da applicare ai patrimoni superiori a 10 milioni di euro). Definire tale prospettazione, “liberista”, mi pare oltremodo fuori luogo (diciamo francamente).

Inoltre, la privatizzazione di immobili, partecipazioni societarie e municipalizzate è prevista, tale e quale, nel programma con cui il Pdl ha vinto le elezioni nel 2008 (e che è rimasto lettera morta), in quello di Italia Futura e in quello del Terzo Polo.

Al punto di 19 si parla di riforma delle pensioni. È prevista anche nel programma di Casini/Fini/Rutelli e in quello di Montezemolo.

Al punto 22 c’è il miglior copia-incolla che offra il programma renziano. Infatti vi si legge: “Abolizione dell’IRAP. Finanziare l’abolizione dell’imposta con il taglio dei sussidi alle imprese”.

Ecco, codesto proposito, Renzi deve averlo maturato di recente guardando Porta a Porta (dove la cosa è stata proposta, addirittura, dal noto economista di Scuola Austriaca, Bruno Vespa) o leggendo, più probabilmente, il programma scritto da Mario Baldassarri per il Terzo Polo (che contiene la medesima proposta ed è anteriore al suggerimento del conduttore televisivo di cui sopra). Fa d’uopo rilevare, inoltre, che anche quella gran presa per il culo che ha nome “programma del Popolo della Libertà”, include la promessa – e che promessa! – di abolire l’Irap. A pagina 4, per l’esattezza: “Graduale e progressiva abolizione dell’IRAP, a partire dall’abolizione dell’IRAP sul costo del lavoro e sulle perdite”.

Al punto 27 si parla di liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Cosa che, come noto, il governo in carica ha provato a fare; è prevista nel programma del Pdl e in quello del trio neocentrista ed in quello dell’ex manager Fiat. Nulla di nuovo sotto il sole.

Al punto 30 si prospetta la necessità di ridurre il numero delle leggi. Esattamente quanto ha provato a fare, fallendo clamorosamente, l’attuale esecutivo.

A pagina 16 del programma del Pdl si legge: “rafforzamento della competizione tra atenei, premiando qualità e risultati”. Mentre al punto 31 del programma renziano si postula: “è possibile creare una competizione (…) tra un’università e l’altra, insomma all’interno di ciò che rimane pubblico. Quando l’offerta di un servizio pubblico specifico è al di sotto non solo della media, ma degli standard previsti per quel settore, bisogna trovare il modo di penalizzare il responsabile della struttura o addirittura la struttura nel suo complesso. Allo stesso modo, quando in uno specifico servizio, sia per il modo in cui il servizio viene condotto, sia per i risultati ottenuti, la situazione è di grande eccellenza bisognerà trovare il modo di premiare, economicamente e non solo con riconoscimenti, i responsabili e le strutture medesime”. Praticamente il medesimo brodino. Venghino signori, venghino.

Al punto 35 si parla di superamento del precariato attraverso il ricorso al cosiddetto contratto unico a tutele progressive. Ed è quanto prevedono anche i programmi di Casini e Montezemolo.

Al punto 36 si fa riferimento alla necessità di creare un sistema di ammortizzatori sociali a carattere universalistico (il che, come tutti sanno, ha un costo oltremodo elevato). Cosa che è prevista anche nel programma del Pdl a pagina 6 (“Riforma degli ammortizzatori sociali secondo i principi contenuti nel “Libro Bianco” del professor Marco Biagi”), oltreché in quelli del Terzo Polo e di Italia Futura.

Il punto 87 prevede venga introdotto il cosiddetto – e costosissimo, oltreché inutile (per gli incapienti, ad esempio) – quoziente familiare, esattamente come fa il programma del Pdl a pagina 8. Naturalmente, Renzi non ci dice dove andranno reperiti gli 8 miliardi (almeno) che servono a metterlo all’opera.

Al punto 74 si legge: “Istituire gli “affitti di emancipazione”. Sul modello spagnolo, vengono istituiti gli “affitti di emancipazione” per i giovani che escono di casa. Si tratta di approntare un’offerta pubblica di “housing”, di appartamenti da dare in affitto a un prezzo ragionevole e per un tempo limitato ai giovani che cercano di uscire di casa, che vogliono sposarsi e non trovano casa, che si muovono dalla propria residenza per motivi di lavoro”.

Ecco, qualunque cosa siano codesti “affitti di emancipazione”, almeno al pirla che qui scrive fanno venire in mente una cosa soltanto: più spesa pubblica (come tante altre proposte del programma renziano, in parte già menzionate). E, tra l’altro, non rappresentano nemmeno una proposta particolarmente inedita visto che qualcosa di molto simile, rimasta lettera morta, è prevista anche nel programma del Pdl, a pagina 11 (““bonus locazioni” per aiutare le giovani coppie e i meno abbienti a sostenere l’onere degli affitti”).

Va anche detto che il programma di Renzi, a parte lì dove parla della necessità di razionalizzare la spesa sanitaria (mediante il ricorso ai cosiddetti costi standard che, tuttavia, può significare qualunque cosa: anche aumento della spesa complessiva, Luca Ricolfi docet) e di chiudere gli ospedali con una capienza inferiore ai 100 posti letto (punto 42), non sembra prendere troppo in considerazione la questione liberista per antonomasia e che è il principale problema nostrano: l’eccesso di spesa pubblica, e in valore assoluto e in rapporto al Pil. Cosa che, invece, viene considerata, anche se troppo moderatamente, sia nel programma del Pdl che in quello del Terzo Polo, dove si fa riferimento a tagli, talvolta anche significativi, alla spesa corrente.

Per concludere. I 100 punti di Renzi, più che “quanto di più liberista si possa pretendere da un documento politico nell’Italia di oggi”, come ha detto Stagnaro, a me sembrano quanto di meno social-comunista ci si possa attendere da un aspirante leader del centrosinistra italico. Che è un’altra cosa.

E, tuttavia, il problema è sempre uno: come potrà mai privatizzare e liberalizzare alcunché, o tagliare significativamente la spesa corrente e riformare le pensioni, Gian Burrasca Renzi, se si allea col comunista Vendola?

Attendiamo una risposta. Possibilmente credibile. Ché di pifferai magici, venditori di fumo ed incantatori di serpenti non abbiamo bisogno.

Basta ed avanza quello che, ancora per poco (si spera), è domiciliato a Palazzo Chigi (per non parlare di Casini e Fini).

P.S. Inoltre, i 100 punti sembrano quasi trascurare il Mezzogiorno d’Italia; per la Giustizia civile, che è un problema serissimo e che frena gli investimenti esteri nel nostro paese, non si propone alcunché di significativo o serio; manca qualunque riferimento alla “separazione delle carriere” (nella Giustizia penale); e, cosa più grave, non si propone di introdurre in Costituzione l’obbligo di pareggio di bilancio (come prescritto dalla Bce). Vengono in rilievo, però, tre cose positive (soprattutto perché del tutto assenti in qualunque altro programma): l’abolizione del valore legale del titolo di studio (che ricordavo fosse presente anche nel programma del Pdl e invece non c’è, o quantomeno non l’ho trovato), il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto e il passaggio dallo jus sanguinis allo jus soli.

Aggiornamento del 6 novembre.

Il professore Luca Ricolfi, sulla proposta di ridurre il rapporto debito/Pil dal 120 al 100% in tre anni: “Il ragazzo ha una minima idea di che cosa significhi ridurre il rapporto debito-Pil di 20 punti in 3 anni? Fa circa 120 miliardi all’anno. Non si può dire una cosa così senza specificare chi paga, e come si fa a non provocare una recessione drammatica, da cui magari usciremo fra 5-6 anni, giusto quando un eventuale governo Renzi avrà finito il suo mandato“.



Tags: , ,

7 Responses to "Ma il programma di Renzi è davvero liberista?"

  • Paolo says:
  • camelot says:
  • Gino says:
  • camelot says:
  • Alan says:
Leave a Comment