Governo tecnico, subito, o per noi sarà la fine

Se ci si trova nella condizione in cui siamo; se Berlusconi, ieri, è stato costretto ad impegnarsi a rassegnare le dimissioni subito dopo l’approvazione della Legge di Stabilità, è solo perché il suo esecutivo ha disatteso tutte le promesse elettorali. Si fosse attenuto al programma, il Cavaliere, avesse privatizzato a manetta e liberalizzato, come in campagna elettorale s’era impegnato a fare, oggi navigheremmo in tutt’altre acque: avremmo già dismesso buona parte del patrimonio pubblico, e immobiliare e mobiliare, proprio come richiesto dalla Bce (e il nostro debito pubblico sarebbe più contenuto); e avremmo aperto alla concorrenza, mediante liberalizzazioni, molti segmenti di mercato, con effetti benefici, e di lungo periodo (strutturali), sulla crescita della nostra economia (e, di riflesso, sulla sostenibilità del nostro disavanzo).

Berlusconi, Bossi e Tremonti, invece, si sono comportati come degli autentici puttani; invece di fare una politica economica improntata ai principi liberal-conservatori, ne hanno fatta una di centrosinistra (come in Italia solo il sottoscritto e Stefano Magni hanno denunciato dall’inizio di questa legislatura); hanno messo le mani nelle tasche degli italiani, arrivando a chiedere loro 100 miliardi di nuove tasse, e, per di più, invece di ridurre la spesa pubblica corrente in modo per davvero sostanzioso, come qualunque governo di centrodestra avrebbe fatto, si sono adoperati affinché la stessa continuasse a crescere: di 26 miliardi di euro, prima, e di 36 miliardi con le ultime due manovre economiche.

Se ci si trova nella condizione in cui siamo, inoltre, è anche perché una pletora di cazzoni, stabilmente impiegati nelle redazioni dei quotidiani cosiddetti di centrodestra, invece di stimolare a dovere e dal primo giorno della legislatura l’esecutivo in carica, intimandogli di attenersi scrupolosamente al programma elettorale, si è adoperata solo e sempre per sostenerlo, qualunque cosa esso facesse, anche la più ripugnante e nefasta: ora arrivando ad occultare notizie, ad esempio, come il varo di talune misure da Stato di Polizia Tributaria degne del peggior duo Prodi-Visco (il “solve et repete”, l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il redditometro, lo spesometro, la tracciabilità dei pagamenti); ora giustificandone l’inazione se non addirittura lo “sfondamento a sinistra”, l’attuazione di politiche socialdemocratiche. Se tali fallocefali si fossero comportati diversamente, da veri amici e non da servi; se avessero pungolato e non puntellato – sempre e comunque, “a prescindere” – l’esecutivo e la sua maggioranza, il programma elettorale del Pdl sarebbe stato attuato e oggi non ci si troverebbe in un mare di merda. Perché questo è il paradosso, e lo ripeto: siamo sotto attacco degli investitori esteri perché non abbiamo (ancora) tradotto in fatti le richieste della Bce; ma quest’ultime, per ironia della sorte, sono in tutto e per tutto eguali agli impegni elettorali contenuti nel Programma del Popolo della Libertà.

Se ci si trova nella condizione in cui siamo, ancora; se da due giorni lo spread tra Btp e Bund s’impenna senza requie, è solo perché agli investitori esteri, che possiedono i nostri titoli del debito, non piace e rassicura l’ipotesi che noi si possa andare ad elezioni anticipate. E questo perché, sondaggi alla mano, è certo che in quel caso al governo finirebbe una coalizione, il cosiddetto centrosinistra, di cui essi non si fidano (anche perché le forze politiche che la compongono, non riescono ad accordarsi nemmeno su un programma minimo di governo).

Se ci si trova nella condizione in cui siamo; se gli investitori temono l’avvento al potere del centrosinistra, è perché sono perfettamente consapevoli del fatto che tale coalizione mai potrebbe attuare le misure liberiste richieste dalla Bce: privatizzazioni, liberalizzazioni, riforma dell’età pensionabile, tagli draconiani alla spesa pubblica corrente, interventi sul mercato del lavoro onde renderlo più flessibile in uscita, inserimento in Costituzione dell’obbligo di pareggio di bilancio (e conseguente addio al bolscevismo keynesiano incarnato dal deficit spending).

Se ci si trova nella condizione in cui siamo, è perché tutta la nostra classe politica appare inaffidabile e, dunque, inadatta a fronteggiare la crisi economica in atto, perché maledettamente statalista e dirigista e per nulla liberale: intimamente intrisa, com’è, di cultura cattocomunista e solidal-egualitaristica – a sinistra, al centro come a destra -, e per nulla incline ad incidere col machete sulla spesa pubblica, il nostro vero problema, perché è grazie a quest’ultima ch’essa vive, compra voti e si aggiudica il governo della Nazione.

Ecco, se non fosse chiaro, gli investitori esteri ci stanno chiedendo a gran voce solo una cosa: date vita ad un esecutivo tecnico, presieduto e formato solo da liberali, che dia seguito alle richieste della Banca Centrale Europea; altrimenti vi faremo fare la fine della Grecia.

Che i nostri politici, tutti, lo capiscano. Ed in fretta.



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14 Responses to "Governo tecnico, subito, o per noi sarà la fine"

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