Decreto liberalizzazioni: luci ed ombre

Forse il giudizio più calzante sul decreto liberalizzazioni lo ha espresso il direttore dell’Istituto Bruno Leoni, Alberto Mingardi: «Più che porte e finestre, mi pare che questo decreto spalanchi qualche spioncino». È vero, purtroppo, ma bisogna fare qualche distinzione.

Alcune delle liberalizzazioni “piccole”, definiamole così, sono tutto sommato accettabili: purché rappresentino l’inizio di un percorso. È accettabile ciò che il governo ha deciso e concesso agli edicolanti: il diritto di praticare sconti e vendere qualunque altra tipologia merceologica. È accettabile ciò che il governo ha concesso ai benzinai: il diritto, se proprietari degli impianti di distribuzione, di acquistare da chiunque essi vogliano il 50% del carburante che rivendono (misura che riguarderà, però, soltanto 500 gestori su 25mila); la possibilità di commerciare anche cibi, bevande, quotidiani e periodici, e, nel caso in cui dispongano di una superficie minima di 1.500 metri quadrati (indubbiamente tanti, troppi!), anche tabacchi; la facoltà di associarsi onde acquistare all’ingrosso, a prezzi più vantaggiosi, il carburante, nonché quella di riscattare gli impianti dalle compagnie, previa corresponsione a quest’ultime di un indennizzo. È accettabile, bene o male, anche ciò che il governo ha imposto, per garantire maggiore concorrenza, alle compagnie assicurative in materia di Rc auto: il dovere di fornire informazioni, al cliente, sulle condizioni contrattuali praticate – e sulle polizze offerte – da altre tre compagnie (in modo ch’egli possa scegliere accuratamente ciò che più gli conviene); come è accettabile il fatto che venga data possibilità al cliente di ottenere uno sconto sulle tariffe, qualora acconsenta a dotare la propria vettura di una scatola nera (a spese della compagnia assicurativa). È accettabile, ancora, ciò che il governo ha imposto alle banche (e che non sempre rappresenta una liberalizzazione, però): 1) la creazione di conti corrente di base, che includano un certo numero di operazioni e servizi (come la disponibilità di carte di credito), con costi prossimi allo zero (per venire incontro alle esigenze delle fasce meno abbienti e rendere loro sostenibile quanto deciso in materia di tracciabilità dei pagamenti); 2) la riduzione, entro il primo giugno, delle commissioni sulle transazioni effettuate mediante carta di credito; 3) l’obbligo, nel caso di mutui la cui erogazione sia subordinata alla stipula di una polizza vita, di fornire al cliente informazioni sulle polizze vendute da altre due compagnie assicurative.

Queste misure, che certamente avrebbero potuto essere molto più incisive e liberali, ed infatti ci si augura siano solo un ”antipasto”, senz’altro porteranno qualche beneficio agli italiani, in termini di risparmi, e al Paese, in termini di maggiore concorrenza. Resta da capire, però, perché non si sia concessa – giusto per fare un esempio – anche ai supermercati la possibilità di vendere la benzina (in taniche).

Altre liberalizzazioni “piccole” sono meno soddisfacenti per il semplice motivo che da esse ci si attendeva molto di più: ai commercianti al dettaglio (e non solo), e già con il decreto salva-Italia, è stato concesso di tenere aperti i negozi senza dover più soggiacere ad alcun limite orario, e questo è molto positivo ed incrementerà un minimo il nostro Pil, però non gli si è attribuita anche la possibilità – salvo in casi particolari (come quello delle “vendite abbinate”) – di praticare sconti e saldi a proprio piacimento (com’era previsto nella prima bozza); cosa che avrebbe avuto effetti benefici sulle loro vendite e sulla nostra economia (speriamo qualcuno voglia rimediare a questo, presentando un apposito emendamento per liberalizzare saldi e sconti); le farmacie, il cui numero verrà incrementato di 5.000 unità (all’incirca il 22%), potranno gestire con maggiore libertà gli orari di apertura e praticare sconti sui farmaci e su qualunque altro prodotto esse commercializzino; sempre in tale ambito si è deciso che i medici, quando prescrivono ai pazienti l’uso di un particolare medicinale, debbano nella ricetta anche includere la seguente frase: “o farmaco equivalente se di minor prezzo”; e questo per far risparmiare il consumatore, nonché il Servizio Sanitario Nazionale, favorendo la diffusione dei cosiddetti farmaci “generici”. La cosa che più delude, invece, è la mancata liberalizzazione della vendita dei farmaci della cosiddetta “Fascia C”, che continueranno a non poter essere acquistati anche al supermercato o nelle parafarmacie. Allo stesso tempo, il governo avrebbe potuto liberalizzare ulteriormente la vendita di taluni farmaci da banco, ad esempio le aspirine, consentendone la commercializzazione anche ai tabaccai.

Passiamo, adesso, alle liberalizzazioni che deludono (e che, in alcuni casi, nemmeno sono liberalizzazioni).

In materia di taxi si è stabilito che l’Autorità delle reti debba decidere quante nuove licenze rilasciare e per quali città. Questo, se tutto va bene, avverrà tra sei mesi. Campa cavallo.

Quanto ai notai si è deciso di incrementarne il numero, la pianta organica, di 500 unità. Ma non si vedrà nulla prima di un anno. Inoltre, il governo nulla ha fatto per spezzarne il monopolio su alcune pratiche che, per creare maggiore concorrenza e ridurne il costo, avrebbero potuto essere attribuite anche ad altri soggetti (avvocati, commercialisti ecc.).

Le due liberalizzazioni più importanti contenute nel decreto, quella relativa alla separazione proprietaria della Snam-Rete gas da Eni e quella dei servizi pubblici locali, lasciano un po’ di amaro in bocca: la prima, perché è rinviata di sei mesi e subordinata al varo di un decreto del Presidente del Consiglio (anche qui, dunque: campa cavallo); la seconda, invece, perché, sebbene stabilisca che il principio valevole come regola debba essere quello della gara (per l’affidamento di un servizio), lascia in vita il cosiddetto in-house; e questo, come scrive Lucia Quaglino su Chicago Blog, non risolve alcuni problemi: innanzitutto, perché il ricorso ad esso, l’affidamento diretto, in base al decreto, richiedeun papere obbligatorio ma non vincolante all’antitrust”, quindi i Comuni potranno fregarsene e continuare a fare ciò che loro fa più comodo; in secondo luogo, perché vi è un ulteriore problema legatoalla possibilità di ricorrere a tale assetto organizzativo per cinque anni (post 2012) se l’azienda nascesse dalla fusione di altre gestioni, così che ci sia un unico gestore del servizio in un determinato ambito: la ratio di tale deroga è quella di creare e sfruttare le economie di scala che si verrebbero così a creare, ma di fatto nessuno può sapere quale sia la dimensione aziendale ottimale, siano una o più società che forniscono il servizio”; in ultimo, perchéancora troppo forte (…) è il ruolo dei comuni, che dovrebbero emettere una delibera ricognitiva di tutto ciò che deve rimanere nel pubblico, mantenendo un conflitto di interessi senza uscita che amplia, allarga e giustifica ogni forma di ulteriore seppur ingiustificato intervento pubblico”; va aggiunto, però, che è anche previsto che le cosiddette aziende speciali rientrino nel patto di stabilità interno, e questo dovrebbe scoraggiare i Comuni ad usarle come schermo dietro al quale nascondere debiti.

Mancano poi, e questa è la nota più dolente del decreto, interventi riguardanti la rete ferroviaria (su cui si è deciso giusto qualcosina), le Poste e l’Enav.



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12 Responses to "Decreto liberalizzazioni: luci ed ombre"

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