Siglato l’accordo sul nuovo Trattato Ue: al bando le politiche social-comuniste

Una giornata importante, quella di ieri: 25 paesi europei hanno dato il proprio benestare al trattato economico denominato Fiscal Compact, di cui avevamo parlato qualche tempo fa, contenente nuove regole di bilancio. Due in particolare.

Innanzitutto, i sottoscrittori s’impegnano a rispettare, e a rendere vincolante, il principio del pareggio di bilancio, introducendolo nella propria Carta fondamentale. In secondo luogo, le nazioni con elevato debito s’impegnano a ridurlo, di un ventesimo l’anno, fino a quando esso non avrà raggiunto il 60% in rapporto al Prodotto Interno Lordo. Tutto questo, evidentemente, avrà conseguenze economiche e politiche assai rilevanti.

Innanzitutto, stabilire che le finanze di uno stato debbano essere in pareggio, salvo casi eccezionali e pena il pagamento di un multa pari allo 0,1% del Pil, significa mettere fuori legge le politiche economiche keynesiane. Significa proibire, innanzitutto, il cosiddetto deficit spending: nessuna nazione potrà più stimolare l’economia mediante incrementi di spesa pubblica finanziati, appunto, in deficit, né potrà indebitare le generazioni future. Entrate ed uscite dovranno essere in equilibrio e si potrà spendere solo ciò che si ha: una vera e propria rivoluzione copernicana destinata a cambiare anche gli equilibri politici europei.

Nessuna forza politica comunista, o socialista massimalista, potrà più candidarsi alla guida di una nazione del Continente: se vincesse le elezioni, infatti, dovrebbe porre in essere provvedimenti economici liberali (sai che tragedia!) e, dunque, contrari alle proprie tesi; e se invece decidesse di assecondare queste, e di non rispettare i principi del Fiscal Compact, condannerebbe il proprio popolo al pagamento d’ingenti sanzioni economiche.

L’altro punto previsto dal nuovo Trattato Ue è ancora più oneroso, e, soprattutto per noi italiani, che abbiamo il secondo debito pubblico d’Europa (per consistenza), avrà ripercussioni economiche e politiche di rilievo: il fatto che si debba falcidiare di 1/20 l’anno lo stock di debito, significa necessariamente che si dovrà mettere mano, finalmente, al capitolo delle privatizzazioni. Sarebbe impensabile, infatti, ridurre l’indebitamento ricorrendo a nuove tasse: non solo perché il contribuente italico è già oltremodo tartassato, e versa al Fisco in media il 46% (a tanto ammonta la nostra pressione fiscale), ma perché l’obiettivo che ci si è impegnati a raggiungere richiede il recupero di circa 40-45 miliardi di euro l’anno per due decenni (se il Pil resta immutato, naturalmente). Somme imponenti. E che solo dismettendo parte dell’immesso patrimonio pubblico, che ammonta a 1.800 miliardi di euro, potrebbero essere reperite senza condannare il Paese ad una recessione drammatica come quella del ’29.

Ecco. Tutto questo significa che la politica, a sinistra come a destra, dovrà reinventarsi e farsi necessariamente liberale, piaccia o meno.

Significa, tanto per capirci, che Vendola non potrà mai far parte di alcuna coalizione di governo: le sue proposte politiche, in pratica, ieri sono state dichiarate fuori legge (al pari di quelle di Stefano Fassina).

Significa, altresì, che l’Italia, checché ne pensino i democristiani à la Casini, dovrà dotarsi di un sistema politico bipartitico: con una sinistra ed una destra rispettivamente à la Blair (o à la Zapatero) e à la Thatcher, e finalmente nelle condizioni di poter governare senza sottostare ai ricatti di forze politiche alleate ed anti-mercatiste. Il che vuol dire, quindi, che anche la Lega non potrà più far parte di una coalizione di governo.

Significa, ancora, che è finita la pacchia per milioni di italiani: quelli che oggi campano alle spalle dei propri connazionali, costando agli stessi svariati miliardi di euro l’anno – si pensi a chi lavora nei quotidiani, tutti e sempre finanziati coi soldi del contribuente (in modo diretto o indiretto), ai dipendenti di Camera e Senato (che guadagnano più dei signori della Casta), agli amici dei politici assunti nelle municipalizzate (perennemente in perdita per garantire loro un posto di lavoro), alle persone assunte mediante raccomandazioni nella PA, a chi percepisce finanziamenti dallo stato perché produce film ritenuti, da qualche mentecatto, di “rilevante interesse pubblico” (come quelli dei fratelli Vanzina, tanto per intenderci), a chi lavora negli Enti pubblici di “natura artistica”, tipo i teatri, ostinandosi ad incrementarne i debiti perché dedito a rappresentare spettacoli che fanno talmente schifo che nessuno va a vederli (ma che puntualmente sono allestiti da amici; e qualcuno dovrà pure sfamarli, e che cazzo!) –, ebbene, tutta questa gente, a cominciare da certo parassitume “benecomunista” de sinistra che oggi riesce a sbarcare il lunario solo facendosi mantenere dagli operai e dai pensionati, dovrà finalmente guadagnarsi di che vivere come fanno tutti gli altri. Con il sudore della fronte e senza pesare sulle casse dello stato: ché soldi non ce ne sono più.

È finita la festa.

P.S. Naturalmente, prima che i politici (e i giornalisti) nostrani capiscano la portata di quanto è stato deciso ieri, passeranno anni. L’italiano medio, invece, se tutto va bene, lo capirà tra una diecina di lustri.



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20 Responses to "Siglato l’accordo sul nuovo Trattato Ue: al bando le politiche social-comuniste"

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