Formattare il Pdl e ridefinirne l’identità ripartendo dallo spirito del’94

In questi giorni, il Pdl sta celebrando diversi congressi provinciali: i primi dalla sua fondazione. E ciò va accolto con estremo favore: la democrazia, anche all’interno di un partito, è sempre cosa buona e giusta (per dirla à la Max Catalano).

Tuttavia, ciò che sembra del tutto assente in queste assise, almeno a chi le osserva dall’esterno, è un dibattito serio ed approfondito sull’identità da conferire al partito; sul progetto che si vuole portare avanti; sulla idea di società di cui ci si intende fare promotori. Aspetti nient’affatto secondari e che, anzi, dovrebbero essere alla base di qualunque discussione politica, degna di questo nome, essendone il sale, e da cui nemmeno la scelta di un segretario provinciale dovrebbe mai prescindere. D’altra parte, se in un congresso si appoggia Tizio, anziché Caio, per ragioni diverse dalla condivisione delle sue posizioni, vuol dire che lo si fa semplicemente per interesse: perché si pensa di ricavarne vantaggi (poltrone, cariche ecc. ecc.). E se la politica si riduce a questo, soprattutto in una fase in cui l’antipolitica gode di grande popolarità, si scava la fossa da sola.

Ma il punto non è solo questo.

Il ceto dirigente del Pdl, a qualunque livello, se vuole sopravvivere, ha il dovere di affrontare il tema del profilo identitario del partito. E per due ragioni: 1) innanzitutto, perché in questa legislatura ha dato pessima prova di sé, governando male il Paese come mai aveva fatto prima, e compiendo scelte contrarie ai valori di cui, almeno a chiacchiere, si era sempre dichiarato strenuo difensore (si veda alle voci: 100 miliardi di tasse approvati e plurime norme da Stato di Polizia tributaria varate); dimostrando, con ciò, di non avere alle spalle una solida ed univoca cultura politica di riferimento, un ancoraggio ideologico chiaro e robusto, e, perciò, rivelandosi succube delle bizze pseudo-intellettuali di taluni socialisti d’accatto, che, nel volgere di nemmeno tre anni, con pervicace sadismo hanno snaturato la fisionomia identitaria del centrodestra, con fatica edificata in più di tre lustri, sfregiandola, a tal punto, da renderla irriconoscibile; 2) in secondo luogo perché, se fino a ieri l’altro si poteva fare affidamento sulle doti “magiche” del Cavaliere, che tutte le carenze supplivano, da domani questo non sarà più possibile: si verrà votati non più perché si è il “partito di Berlusconi”, ma per il programma che si presenterà, per il progetto di cui ci si farà promotori, per le idee ed i valori che si andrà a difendere; e tutto questo dovrà essere all’altezza delle aspettative degli italiani di destra e di centrodestra, i quali, negli ultimi diciassette anni, e l’ultima volta obtorto collo, per disperazione (come ebbe cura di evidenziare, su Il Sole 24 Ore, all’indomani del voto del 2008, D’Alimonte) hanno votato Berlusconi non perché vittime di qualche suo incantesimo o per altre ed incomprensibili ragioni, ma solo perché si aspettavano che realizzasse quanto andava loro promettendo: meno tasse, meno burocrazia, meno stato, più libertà. In poche parole: quella Rivoluzione liberale che in Europa era stata attuata da Margareth Thatcher e in America da Ronald Reagan.

Lo hanno votato, per tutto questo tempo, solo per questa ragione. Non perché infilasse un sondino nell’orifizio anale di ogni cittadino (come, a tutti i costi, parevano intenzionati a fare taluni suoi maggiordomi, in questa legislatura). Non perché incrementasse a dismisura le tasse (come ha fatto). Non perché riducesse i già pur bassi indici di libertà economica del Paese (idem come sopra). Non perché ingaggiasse improbabili crociate contro la Ru486, o perché si mettesse a sponsorizzare le tesi codine e dichiaratamente anti-liberali di personaggi di nullo spessore accademico (oltreché intellettuale) quali la cattolicista Angela Pellicciari.

Niente di tutto ciò. Anche perché la “maggioranza silenziosa” che per tutti questi anni lo ha appoggiato, non è reazionaria o clericale (non traspare da alcuna rilevazione demoscopica); non è costituita, in prevalenza, da bigotti o fondamentalisti religiosi; non è ossessionata dai temi che stanno a cuore agli omofobi-omosessuali come Carlo Giovanardi (dietro ogni omofobo ci cela sempre un omosessuale represso). La maggioranza silenziosa che lo ha plebiscitato, è costituita soprattutto da due categorie di soggetti, che rappresentano altrettante avanguardie: gli imprenditori e gli operai.

A questa gente interessa un paese dinamico, giovane, brioso, in crescita. Un paese nel quale sia possibile “realizzarsi”; nel quale non siano un miraggio, e men che meno un peccato, l’arricchimento personale e l’elevazione sociale. Un paese che offra, a tutti e soprattutto alle persone di talento, opportunità. Ché la vita non può – né deve essere – afflizione, sofferenza ed “espiazione del peccato originario”.

Perché mai Cipputi si sarebbe acconciato a votare il Pdl, sennò? Per continuare a farsi un culo così in fabbrica? Per continuare a non avere possibilità alcuna di riscatto?

Neanche per idea. Lo ha fatto, come gli appartenenti a molte altre categorie di lavoratori, perché era persuaso che Berlusconi incarnasse e garantisse il cambiamento; che fosse intenzionato a ribaltare il paradigma ideologico-culturale che, sin dagli albori della Repubblica, aveva sempre ispirato le scelte di politica economica del Paese: quello catto-social-comunista. Lui e gli altri chiedevano un cambio di passo e radicale.

Chiedevano fossero santificati, a rendere la nostra democrazia vera e dignitosa, e non ancora e sempre disprezzati e calpestati, l’Individuo e la Libertà. L’Alfa e l’Omega di ogni civile consesso d’Occidente. E ciò che lo differenzia dal mondo islamico: lì dove la legge dello stato è quella religiosa; il cittadino è null’altro che uno schiavo e una pecora che deve assecondare i dettami della Fede; lo stato si fa braccio secolare di Dio ed impone a tutti, con la spada ed il diritto positivo, il suo volere (praticamente il progetto di talebani quali Sacconi, Roccella e Quagliariello).

Chiedevano che l’idea, innanzitutto cristiana, della sacralità della persona e della sua intangibilità, avesse modo di tradursi in politiche che effettivamente mettessero ogni singola persona nella condizione di poter essere, se capace, artefice del proprio destino e libera, fottutamente libera, di gestirsi; e non più succube delle vessazioni, degli abusi e delle soperchierie della Malefica Bestia, del Gran Tessitore di Complicazioni, del Memento Pati (all’occorrenza longa manus ed articolazione secolare di Santa Romana Ecclesia), cioè del Leviatano.

Chiedevano che la povertà non fosse più una perpetua condanna. E che ad essa si provasse a porre rimedio, se non termine, non come sempre e solo avevano fatto gli aderenti a certe Chiese, i comunisti e i cattolicisti democristiani, con l’”elemosina di Stato”, cioè con la redistribuzione fatta in nome dell’egualitarismo e della Compassione, che toglie al ricco, i soldi, e al povero, invece, la dignità – perché lo fa sentire compatito ed inferiore; e se c’è una cosa che manda in bestia la gente umile, è proprio quella di essere fatta oggetto di carità.

Chiedevano, anche qui, un ribaltamento del paradigma politico-culturale. Una vera rivoluzione copernicana. Chiedevano “libertà eguale”: di accedere, al pari di altri più fortunati, al nastro di partenza, quello stesso che il destino aveva impedito loro di osservare se non da lontano, e solo questo. Di poter gareggiare. Ché la vittoria, se ne fossero stati degni e capaci, se la sarebbero aggiudicati da soli e senza aiuto di nessuno.

Chiedevano un’istruzione seria e di qualità; la possibilità di accedere, se indigenti, ad università private come la Bocconi, ma presenti in tutta la Penisola (e frutto di serie privatizzazioni), grazie a borse di studio – versate a fondo perduto, o anticipate, nella forma del prestito rimborsabile, dallo stato – cui avrebbero potuto attingere solo se ne fossero stati degni (grazie a meriti scolastici); faciltà nel fare impresa; meno leggi e burocrazia; chiedevano un sistema di erogazione del credito non più “castale” e riservato solo a chi avesse potuto offrire garanzie reali o personali, ma incentrato sul venture capital e sul private equity.

Chiedevano, ancora, di poter essere trattati finalmente quali adulti. E che lo stato non continuasse a considerarli come dei minus habens, ma che si premurasse – per dirla à la Reagan – solo di proteggerli gli uni dagli altri, e mai e poi mai anche da loro stessi. Chiedevano che cessasse quell’abuso folle chiamato paternalismo. E che nessun legislatore seguitasse a pensarsi intelligente e capace più del comune cittadino, e per questo autorizzato a regolamentargli e organizzargli la vita, e per il suo bene, in ogni minimo dettaglio – e la domenica non puoi comperare il pane o fare shopping: ché ti fa male e poi non vai a messa; e il lunedì non puoi andare dal barbiere: ché ti viene la cervicalgia; e una parte dello stipendio deve esserti mensilmente sottratta (TFR): ché sennò ti spendi tutta la “mesata” e in vecchiaia come fai; e le medicine di fascia C non puoi acquistarle, nonostante l’obbligo di certificazione medica, al supermercato: ché sennò vai in overdose di Viagra e giri col cazzo duro tutto il dì (etc. etc.).

Chiedevano di non dover più sottostare alla mafia dei funzionari comunali corrotti, quelli che ti fan capire che se vuoi il certificato di cui hai bisogno per lavorare, e che sarebbe tuo diritto avere in 24 ore, devi sborsare una mazzetta, altrimenti attendi un mese.

Chiedevano di avere politiche per la famiglia. Vere. Che in busta paga, al padre e alla madre, per dare di che mangiare ai figli e vivere quantomeno dignitosamente, restassero più soldi. Che, perciò, la mafia chiamata Leviatano, quella che le famiglie finanziano con le proprie tasse e che nulla dà loro in cambio, fosse drasticamente messa a dieta; e che il risparmio dovuto alla cura dimagrante fosse loro dato nella forma di minori imposte da versare.

Questo è ciò che chiedevano a Berlusconi. E lo chiedevano a lui, e non ad altri, perché nella storia della Repubblica era stato l’unico ad inserire nell’agenda politica di un partito, il suo, e di una coalizione, il centrodestra, questi temi. Il primo a parlare liberale (se si esclude il Bossi delle origini); il primo a riconoscere dignità ad alcuni diritti naturali, da chiunque altro sempre misconosciuti (i diritti di proprietà); il primo a far annusare qualcosa che profumasse davvero di destra.

Lo hanno votato per questo. Perché questo sembrava essere il suo progetto politico; questa la ragione della sua “discesa in campo”; questa l’identità politica che aveva deciso di dare alle “sua” creatura (il centrodestra).

Il Pdl, dunque, o riprende questi temi, e mette in soffitta qualsiasi proposito di riesumare la Democrazia cristiana, o non vincerà mai più.

Se davvero lo si vuole formattare – come dicono di voler fare alcuni dirigenti del medesimo, a cominciare dal giovane coordinatore nazionale dei Club della Libertà, Andrea di Sorte –, dunque, si riparta dallo spirito del ’94, quello della Rivoluzione liberale e thatcherian-reaganiana, e, nelle assise di ogni ordine e grado, si parli innanzitutto di “identità”. Da subito (ché il tempo è tiranno).

Le idee, il programma, il progetto, la visione della società di cui ci si fa portatori: questo conta, soprattutto.

Il resto è contorno o puro cazzeggio.



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12 Responses to "Formattare il Pdl e ridefinirne l’identità ripartendo dallo spirito del’94"

  • Marco says:
  • camelot says:
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