Riforma del lavoro: pochissime luci e troppe ombre

Solo un breve commento perché, per ora, su alcuni punti non sono chiari tutti i contorni della riforma.

Senza tanti giri di parole: la riforma del lavoro “sfornata” da Elsa Fornero, spiace dirlo, è, complessivamente, pessima; e, in tema di “flessibilità in entrata”, va nella direzione opposta a quella che sarebbe stato giusto seguire.

Le ombre

Innanzitutto, la stretta sui contratti a termine – che avrà luogo decurtandone il numero, incrementandone il costo (per le aziende) ed inasprendo i controlli per verificarne la corretta e non fraudolenta applicazione (da parte degli imprenditori) –, riducendo la flessibilità in entrata finirà con l’avere, certamente, ricadute assai negative sull’occupazione (e, dunque, sull’economia). E questo perché assumere, mediante i succitati contratti, costerà molto di più alle imprese. Chi è disoccupato, dunque, e rispetto ad oggi, avrà minori probabilità di trovare un impiego; e, nel Meridione d’Italia, inevitabilmente finirà, ancor più, con l’essere assunto in nero (soprattutto nelle piccole imprese).

In secondo luogo, ma qui le cose non sono ancora chiare perché i giornali hanno scritto tutto e il suo esatto contrario, il nuovo sussidio di disoccupazione (a carattere universalistico), denominato Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego), graverà pesantemente sui bilanci delle imprese (soprattutto le piccole): pare, infatti, debbano essere solo queste, e non anche i lavoratori e lo stato, a farsene carico economicamente. La qual cosa potrebbe scoraggiarle dall’incrementare il numero dei dipendenti (incentivandole a fare ricorso a tecnologie capital intensive); o spingerle, al pari delle modifiche sui contratti a termine, ancor più a delocalizzare. Visto che sono già torchiate, in modo ignobile, dal Fisco (che arriva a togliere loro anche il 68% di ciò che guadagnano).

La riforma, inoltre, non consentirà al Paese di uscire più rapidamente dalla crisi. Al contrario, ne prolungherà la portata nel tempo: considerato il più lento riassorbimento della disoccupazione (che provocherà) e l’aggravio atteso di costi per le imprese (che ne diminuirà la competitività).

Le luci

Il giro di vite sui contratti a termine garantirà maggiori tutele, rispetto alla situazione attuale, a coloro che verranno assunti con quei contratti; ed eviterà loro di subire troppi abusi e soggiacere ad intollerabili forme di “caporalato”.

Le modifiche all’articolo 18, senza dubbio, poi, sono la parte migliore della riforma: senza ledere alcun diritto dei lavoratori, esse consentiranno alle imprese di non dover più “sposare a vita” un dipendente.

Cosa sarebbe stato necessario fare per renderla una buona riforma

Si consideri il seguente grafico, elaborato nel 2008 dall’Ocse, e come lo ha commentato, sul proprio blog, il professore – nonché senatore del Pd – Pietro Ichino (non proprio un pericoloso iperliberista). Si parla di flessibilità in uscita e in entrata:

Fonte: Ocse, 2008 (da allora la nostra posizione, lungi dal migliorare, è ulteriormente peggiorata) – Sull’asse verticale la percentuale media mensile di passaggi dallo stato di occupazione a quello di disoccupazione sul totale degli occupati; sull’asse orizzontale la percentuale media mensile di passaggi dallo stato di disoccupazione a quello di occupazione, sul totale dei disoccupati

«Il grafico riportato confronta i mercati del lavoro dei 14 maggiori Paesi dell’OCSE. A un estremo – in alto a destra – quello statunitense, con i suoi 60 disoccupati su 100 che ogni mese trovano un lavoro e i suoi 4 occupati su 100 che ogni mese lo perdono senza trovarne subito un altro (…). In un angolino in basso a sinistra l’Italia, dove la mobilità è tutta interna all’area degli occupati: chi è disoccupato ha meno chances che in qualsiasi altro Paese: solo 6 su cento ogni mese riescono a ritrovare un lavoro; mentre per converso anche i (pochi) occupati italiani rischiano meno che in qualsiasi altro Paese di uscire da tale loro condizione.

Questa incomunicabilità tra l’area della disoccupazione e quella dell’occupazione è la causa principale di un poco invidiabile primato italiano: il tasso di disoccupazione di lunga durata (…)».

Si consideri, ancora, un altro grafico, questa volta elaborato da Eurostat (ed utile a sfatare una leggenda metropolitana: quella secondo cui in Italia esisterebbero più lavoratori precari, con contratti a tempo determinato, che in qualunque altro paese europeo o mondiale), prelevato da quest’articolo di Les Echos.

Bene. Tutto questo per dire alcune semplici cose: se si fosse voluta varare una riforma del lavoro adatta al ciclo economico negativo che stiamo attraversando, si sarebbe dovuto rendere temporaneamente (diciamo per un lustro) ancora più flessibile, e dunque precario, il mercato del lavoro in entrata; aumentando, e non diminuendo (com’è stato fatto), il numero dei contratti a termine (meglio, molto meglio, la precarietà della disoccupazione. Su questo credo non possano esserci dubbi). In questo modo si sarebbe facilitata la ripresa economica del Paese e garantito un più rapido riassorbimento della disoccupazione.

Superata la crisi, a quel punto la riforma elaborata da Elsa Fornero sarebbe potuta divenire operativa. Non senza, però, alcuni correttivi (utili a renderla un po’ meno indigesta): del sussidio di disoccupazione, l’Aspi, avrebbero dovuto farsi carico anche lo stato, soprattutto per i lavoratori a basso reddito, e i dipendenti “più agiati”, con la stipula di una polizza assicurativa, e non solo le imprese (come, ripeto, pare previsto dalla riforma); per tutte le tipologie di licenziamento ex articolo 18 si sarebbe dovuto prevedere esclusivamente l’indennizzo; invece di rendere più costosi i contratti a termine, in ultimo, ci si sarebbe dovuti limitare a renderne ancora più vantaggiosa, economicamente parlando, la trasformazione in contratti a tempo indeterminato.

Detto ciò, il progetto messo a punto dal Ministro del Welfare, un progetto indiscutibilmente molto (troppo) di sinistra (ancorché riformista), smantella buona parte della Legge Biagi: la medesima che ha garantito occupazione, ancorché precaria, anche quando il Pil cresceva poco (o niente). Mai dimenticarlo.

In bocca al lupo ai disoccupati, soprattutto meridionali, con l’auspicio che non restino tali a vita (a causa di questa riforma).

Aggiornamento del 22 marzo.

L’unico che abbia scritto cose sensate su questa riforma è Nicola Porro.

Aggiornamento del 24 marzo.

Per avere più informazioni, si legga: 1) Contratti flessibili più difficili Aumentano i contributi. Nuovi adempimenti per le imprese; 2) Più protetti disoccupati e occupati.

Da leggere anche i commenti, in linea con quanto qui si è scritto, di Giuliano Cazzola e dell’economista Michele Tiraboschi (intervistato assieme a Tito Boeri, Pietro Garibaldi ed altri).



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18 Responses to "Riforma del lavoro: pochissime luci e troppe ombre"

  • Fabio G. says:
  • camelot says:
  • Fabio G. says:
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