Nel 2013, e rispetto al 2010, la spesa corrente crescerà di altri 33 miliardi di euro. E le tasse di 108

La classe politica nostrana, quando annuncia tagli alla spesa corrente, ricorre sempre al medesimo trucco. Profittando della scarsa alfabetizzazione macroeconomica degli italiani, spaccia per veri e propri tagli ciò che, alla fine, altro non è se non una riduzione del saggio di crescita della spesa.

Facciamo un esempio del tutto ipotetico ed immaginiamo che oggi, anno Domini 2012, lor signori politici c’informino che nell’anno a venire, il 2013, essi taglieranno la spesa corrente del 10%.

Ora, nel fare annunci come questo, essi puntualmente omettono di dirci che interverranno su una precedente decisione in base alla quale, poniamo caso, in quello stesso anno, nel nostro esempio il 2013, la spesa corrente avrebbe dovuto registrare un incremento del 30%.

Ecco, se si taglia del 10% un incremento di spesa del 30, vuol dire solo che si riduce l’entità di codesto incremento; e che la spesa, nel nostro esempio, alla fine crescerà del 20% (anziché del 30 come precedentemente deliberato). Questa operazione è ciò che lor signori chiamano “tagli alla spesa corrente”.

Nei paesi normali, invece, quando i politici dichiarano che – poniamo caso – nel 2013 taglieranno la spesa del 30%, significa che, in quell’anno, la spesa sarà decurtata in valore assoluto di 30 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Il che vuol dire che se essa ammonta a 100 nel 2012, l’anno successivo arriverà ad essere pari a 70. Questo, e solo questo, è un vero taglio alla spesa corrente.

Tutto questo sproloquio semplicemente per dire che, mentre negli altri paesi si è usata l’accetta negli ultimi anni e per tagliare davvero la spesa corrente, e oggi se ne vedono i frutti (è il caso del Regno Unito dove Cameron ha di recente deliberato un taglio delle imposte), da noi, al massimo, si è fatto ricorso alle forbicine per le unghie ed esclusivamente per rallentarne la crescita. La nostra spesa corrente, infatti, continua a correre a briglia sciolte.

Lo ha raccontato, qualche giorno fa, e more solito, il sempre ottimo Mario Baldassarri (economista e Presidente della Commissione Bilancio del Senato):

«Abbiamo annunciato per tanti anni tagli di spese che in realtà non sono mai stati fatti veramente, perché si trattava di tagli rispetto ad un fantomatico aumento tendenziale (non si sa come stimato). Il risultato è che, rispetto ai dati del 2010, gli ultimi disponibili, la spesa corrente, anche dopo le due manovre di Tremonti e quella di Monti, salirà nel 2013 da 739 miliardi a 770 miliardi, con un aumento di 33 miliardi, mentre quella per investimenti scenderà da  54 a 39 miliardi, con un taglio di 14 miliardi, cioè di quasi il 30%. E poi ci si lamenta della mancanza d’infrastrutture! Nel frattempo, tra il 2010 ed il 2013, le tasse saliranno di ben 108 miliardi, passando da 722 a 830 miliardi. Di questi, ben 71 miliardi serviranno per azzerare il deficit pubblico, mentre gli altri continueranno a finanziare una spesa che, pur frenata, è sempre in aumento (…).

Se noi esaminiamo il complesso della spesa pubblica secondo una classificazione economica (cioè stipendi, pensioni, interessi, acquisti, investimenti e contributi) invece che secondo il tradizionale sistema funzionale basato sui grandi aggregati quali sanità, scuola, difesa ecc, vediamo che due voci in particolare sono completamente fuori controllo: gli acquisti ed i contributi. Gli acquisti, in particolare, negli ultimi anni sono passati da 85 a 140 miliardi, di cui circa la metà riguardano la sanità, mentre i contributi viaggiano intorno ai 40-42 miliardi l’anno e nessuno è mai riuscito ad intaccarli».

Ecco, allora, le proposte; sempre le stesse e sempre inascoltate, ahinoi:

«Quando in una famiglia c’è un momento di crisi i risparmi si fanno sull’ammontare delle spese dell’anno precedente e non su quelle che sarebbe stato bello fare quest’anno! Se andiamo a vedere nei dettagli le spese per gli acquisti, cresciute come si è detto tra il 2004 ed il 2009 del 50%, potremmo ben fissare per il 2012 ed il 2013 un obiettivo di riduzione, rispetto ai livelli del 2009 del 10%, cosa normale in qualsiasi azienda che deve ridurre i costi per far fronte alla concorrenza. Si avrebbe in questo modo un risparmio compreso tra i 15 ed i 20 miliardi all’anno. Se poi si esamina la voce riguardante i contributi in conto corrente e quelli a fondo perduto (erogati alle aziende, ndr), si scopre che dei 40 miliardi complessivi, 14 riguardano FS, Anas e trasporto pubblico locale, 17 sono contributi erogati direttamente dalle Regioni e 11 quelli dello Stato. La nostra proposta è quella di trasformare questi contributi in credito d’imposta che sarebbe utilizzato solo dalle imprese che sono veramente vitali e non da quelle che, intascata una parte del contributo, poi svaniscono nel nulla. Secondo un recente studio solo il 3% delle imprese che hanno avuto questi fondi dopo 5 anni sono ancora attive. In tal modo, senza toccare i soldi che vanno agli enti pubblici, si potrebbe avere un risparmio di 20-25 miliardi. Dopo aver verificato l’effettiva consistenza di questi risparmi collocandoli in un fondo, con 40 miliardi si potrebbero ridurre le tasse sui lavoratori e sulle imprese di almeno 30 miliardi lasciandosi un ulteriore margine per rafforzare l’obiettivo di azzeramento del deficit pubblico nel 2013».

L’andamento della spesa pubblica complessiva, in Italia, dal 1951al 2010.

L’ammontare della spesa pubblica rispetto al Pil nei principali paesi Ocse.



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