Le imprese bocciano la riforma del lavoro Fornero. E, a causa della stessa, licenziano

Nel commentare la riforma del lavoro, all’indomani del suo varo da parte del Consiglio dei Ministri, qui si fu lapidari:

Se non contenesse alcune modifiche, peraltro minime, all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quella messa a punto dalla giuslavorista gauchista Elsa Fornero non potrebbe ch’essere qualificata come una riforma di estrema sinistra. Siccome le contiene, però, è giusto venga definita altrimenti: una pessima riforma di sinistra.

È pessima perché di sinistra. È di sinistra perché parte dall’assunto che le tutele da accordare al singolo dipendente abbiano più importanza della creazione di posti di lavoro. È di sinistra perché riduce, drasticamente, la cosiddetta flessibilità in entrata (il precariato), considerandola il male assoluto (e cancellando, de facto, la Legge Biagi grazie alla quale circa 3 milioni di persone hanno trovato un’alternativa alla disoccupazione: un impiego). È di sinistra perché, ingiustificatamente, vessa le imprese con nuovi e più gravosi adempimenti burocratici e con oneri fiscali aggiuntivi (tanto gli imprenditori sono sporchi capitalisti e li si può torchiare come e quanto si voglia: mica pagano già il 68% di tasse, contro il 48 dei loro colleghi tedeschi). È di sinistra, in ultimo, perché, invece di tenere conto della “realtà fattuale”, delle ragioni che spingono le imprese ad assumere e a creare ricchezza, piega la medesima realtà ai propri Dogmi.

Con la conseguenza, come altrove dettagliatamente spiegato, ch’essa genererà maggiore disoccupazione, soprattutto nel Meridione d’Italia. E, quindi, nuova ed ulteriore povertà. Come sempre e solo fanno le “ricette” di sinistra (a meno che non ricalchino, pedissequamente, quelle di destra).

Ecco. A poco più da un mese dalla sua entrata in vigore, la Riforma Fornero ha già prodotto i risultati qui pronosticati: bruciando migliaia di posti di lavoro.

A darne conto, il quotidiano economico Italia Oggi:

«La riforma Fornero non supera il primo esame del mercato del lavoro. A un mese dall’entrata in vigore della legge n. 92/2012 non si registrano progressi sul piano occupazionale, anzi diminuiscono i contratti a progetto e la maggior parte dei lavoratori a chiamata, dopo la fine del periodo transitorio, non saranno confermati. Le rilevazioni fatte dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro su un campione significativo di studi professionali non lasciano dubbi: gli imprenditori non credono alle novità in materia di lavoro (…).

Un primo importante dato che emerge dall’indagine statistica è che nel 93% di piccole aziende si è bloccato l’avvio di contratti a progetto. Il blocco si è registrato anche nelle grandi aziende per il residuo 7%. Al momento, queste aziende non hanno avviato rapporti di lavoro con altri contratti (…).

Sempre sul lavoro intermittente, il 54% del campione dei consulenti del lavoro intervistati dichiarano che i datori di lavoro assistiti, al termine del periodo transitorio, risolveranno definitivamente il contratto con i propri lavoratori incompatibili con la nuova legge».

Tutte cose ch’era facile prevedere, naturalmente.

Il punto, allora, è questo. Coloro che, un giorno sì e l’altro pure, ripetono come un mantra ossessivo quanto sia necessario, anche nella prossima legislatura, continuare l’attività riformatrice (non ridete!) avviata dal governo Monti: a cosa si riferiscono?

A questa pessima riforma del lavoro che renderà disoccupati diecine di migliaia di giovani? Alle vagonate di miliardi di nuove tasse che il Bocconiano ha introdotto?

Sarebbe gradita una risposta.

Possibilmente, seria.



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8 Responses to "Le imprese bocciano la riforma del lavoro Fornero. E, a causa della stessa, licenziano"

  • paolo says:
  • camelot says:
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