Oltre la soglia dell’85-90%, il debito pubblico frena la crescita

Partiamo dalla seguente tabella (pubblicata qualche giorno fa da Claudio Cerasa e contenuta in un documento elaborato, in nome e per conto di Matteo Renzi, dall’imprenditore Davide Serra).

Ebbene, com’è di tutta evidenza, il nostro Pil cresce meno di quello medio dei paesi Ocse, dal 1983. Ovvero da 30 anni.

Questo dimostra alcune semplici cose:

1) Le politiche keynesiane, il ricorso al deficit spending e l’incremento continuo della spesa pubblica (corrente e in conto capitale), che all’epoca (negli anni ’80) erano la bussola dei governi che guidavano il Paese, non garantiscono affatto una crescita sostanziosa e, soprattutto, buona, ovvero stabile, non drogata e duratura; all’opposto, esse, prima o poi, com’è accaduto a noi, diventano la ragione prima del declino economico di una nazione (per le ragioni che verranno esposte in seguito);

2) La sovranità monetaria accompagnata dalla svalutazione competitiva della propria valuta, che oggi in tanti invocano, prima o poi, si riverbera negativamente sul Pil provocandone la contrazione; com’è accaduto a noi prima di entrare nell’Euro (e questo sfata tante leggende metropolitane);

3) Il debito pubblico, che taluni eccentrici (si legga alla voce: Paolo Barnard e affini) considerano una variabile positiva o al massimo “neutra”, capace cioè di influenzare in modo buono il Pil o di non produrre effetti negativi sullo stesso, e che è il portato (è bene ricordarlo sempre) di politiche keynesiane, prima o poi, strozza la crescita economica e brucia posti di lavoro.

Tutto questo per diverse ragioni.

Innanzitutto, la spesa pubblica, questo dice buona parte della letteratura economica e dell’evidenza empirica, ha rendimenti marginali decrescenti. Ovvero: man mano che aumenta, come ha raccontato anche Pietro Monsurrò in un recente paper dell’Istituto Bruno Leoni, ne diminuiscono gli effetti benefici (e crescono, invece, quelli negativi):

«La spesa pubblica è necessaria per produrre beni e servizi pubblici. Dunque, come per tutti i beni economici, è possibile affermare che può avere effetti inizialmente positivi per bassi livelli di spesa che man mano si riducono con l’aumentare di questa, fino a diventare trascurabili (in altre parole, la spesa pubblica ha rendimenti marginali decrescenti). D’altra parte, la spesa pubbli­ca implica un certo livello di tassazione o di debito pubblico che può danneg­giare la crescita e la stabilità economiche. Esiste quindi un livello di spesa ottimale oltre il quale i benefici sono superati dai costi ed è dunque economi­camente vantaggioso tagliare».

Ecco. L’Italia, il “livello di spesa ottimale oltre il quale i benefici sono superati dai costi” (ovvero la pressione fiscale necessaria a finanziare quel livello di spesa), l’ha superato da un pezzo. Carta canta.

Come si può appurare, e se si esclude la Francia dove raggiunge la soglia del 56%, l’Italia è l’unica nazione di un certo peso ad avere la spesa pubblica al 52% del Pil.

Ridurne l’ammontare, inoltre, è cosa più che praticabile. Visto che la più parte di essa, come di recente hanno evidenziato Giavazzi ed Alesina, non serve a finanziare il cosiddetto “stato sociale”:

«Stato e amministrazioni locali spendono ogni anno (dati del 2010 e senza contare gli interessi sul debito) circa 720 miliardi. Togliamo i 310 miliardi che vanno in pensioni e spesa sociale: ne restano 410. Una riduzione del 20 per cento di queste spese, senza alcun taglio alla spesa sociale, consentirebbe di risparmiare 80 miliardi e di ridurre la pressione fiscale di 10 punti».

Va poi aggiunto che a quell’importo (720 miliardi) si deve sommare ciò che si spende per interessi sul debito: 85 miliardi (nel 2012). Una somma enorme e che, per di più, toglie risorse che potrebbero essere impiegate più proficuamente (ad esempio in investimenti in ricerca). E qui veniamo all’oggetto del post.

Il nostro debito pubblico è da decenni che ha superato il livello di guardia, ovvero il livello oltre il quale non è più sostenibile e produce danni al sistema-paese rallentandone la crescita. E, però, ciò non crea allarme sociale. Nessuno, fatta eccezione di Oscar Giannino & C., ne invoca l’abbattimento mediante privatizzazioni (e dire che abbiamo attivi patrimoniali del valore di 1.800 miliardi che, se fossero alienati, consentirebbero di estinguere quasi tutto il debito).

Nei talk show politici, da Piazza Pulita a Ballarò, da L’Ultima Parola a Tg3 Linea Notte, divenuti oramai null’altro che roba per coprofagi, ad esempio, non se ne parla mai: si preferisce fare demagogia e populismo a buon mercato; attaccando ora Monti ora i ricchi (che, secondo certuni, sarebbero colpevoli semplicemente del fatto d’esistere), ora l’Europa ora la tecnocrazia internazionale, ora le banche ora il Mega Complotto Demo-Pluto-Giudaico-Massonico che sarebbe alla base di tutti i nostri problemi economici.

Ebbene, quest’ultimi, oltreché da una eccessiva tassazione necessaria a finanziare una spesa pubblica elefantiaca, dipendono dall’elevato livello del debito pubblico. Non avessimo questo e quella, staremmo quasi da Dio.

Sul debito. Ricerche e studi econometrici, condotti sui paesi Ocse dal 1980 al 2010, evidenziano come esso non debba mai superare la soglia dell’85-90% in rapporto al Pil. Lì dove avviene, come nel nostro caso (dove supera il 120%), la ricchezza nazionale si contrae, ogni anno, di 0,10-0,15 punti percentuali. Ecco, il nostro debito ha superato quel livello dalla seconda metà degli anni ’80: per effetto delle politiche keynesiane, allora portate avanti dai governi di centrosinistra in carica, degli alti tassi d’interesse e dell’iper-inflazione dovuta alla svalutazione competitiva della lira (tutte cose che certuni, si legga sempre alla voce: Paolo Barnard e affini, vorrebbero riportare in auge).

A causa dell’elevato debito, abbiamo perso, in termini di minore crescita (lucro cessante), in tutto questo tempo, svariate diecine (forse centinaia) di miliardi di euro. Inoltre, come hanno scritto Vito Tanzi, Andrea Monorchio e Gianni Toniolo nel paper Centocinquant’anni di finanza pubblica in Italia, non solo è indubbio che «un debito elevato spinge verso l’alto tassi di interesse e pressione fiscale», ma esso «obbliga spesso a ridurre il volume degli investimenti pubblici in ricerca e infrastrutture» e «nel lungo andare minaccia il welfare state, con potenziali effetti disgreganti sulla compagine sociale». A pagarne il conto, dunque, sono soprattutto i cosiddetti poveri.

Ecco, se i signori della Rai (da Floris a Paragone) e soprattutto quelli della politica vogliono apparire seri, devono iniziare a parlare, un giorno sì e l’altro pure, di abbattimento del debito pubblico mediante privatizzazioni.

Altrimenti fanno solo demagogia e populismo a buon mercato.

Roba che può piacere, come detto, al massimo ai coprofagi.



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5 Responses to "Oltre la soglia dell’85-90%, il debito pubblico frena la crescita"

  • camelot says:
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