L’eccezione italica e la fuga dalla realtà. Ovvero: i nostri mali sono il debito, le troppe tasse e l’eccessiva spesa pubblica. Non l’Euro

L’Italia, da sempre, rappresenta un unicum a livello europeo e mondiale: gravida, com’è, di problemi che si trascina dietro da decenni. Senza mai porvi rimedio.

La crisi economica internazionale, nata negli Usa per effetto di un eccesso di indebitamento privato dovuto ad una politica monetaria troppo (e troppo a lungo) espansiva, si è limitata ad aggravarli, quei problemi, non certo a crearli.

Eppure, molti italiani tendono ad attribuirli ad essa, all’ingresso nell’Euro e alla politica, non proprio conciliante nei confronti delle nazioni “euro-deboli”, della Germania. Insomma, essi opinano, se abbiamo le pezze al culo, se cresciamo poco, se la disoccupazione è alta, se le tasse ci massacrano, se i salari rispetto a quelli percepiti altrove sono più bassi, è tutta colpa della crisi, dell’Euro e della Germania. Noi non abbiamo alcuna responsabilità.

Naturalmente, si tratta di valutazioni prive di qualunque fondamento empirico e, soprattutto, frutto di una vergognosa autoindulgenza: quanto ci sta capitando è solo colpa nostra e dobbiamo prenderne atto. Non c’è un solo indicatore, che sia uno, d’altra parte, ad evidenziare il contrario.

Partiamo allora con un elenco, che non ha certo la pretesa di essere esaustivo, dei nostri principali “mali”: 1) Un elevato debito pubblico; 2) Una spesa pubblica complessiva in rapporto al Pil troppo voluminosa; 3) Una eccessiva pressione fiscale; 4) Indici di libertà economica troppo bassi (che scoraggiano, o quanto meno non favoriscono come altrove, l’intrapresa economica, la creazione di ricchezza e di posti di lavoro); 5) Troppe leggi e troppa burocrazia (che ostacolano, anch’essi, l’intrapresa e sono la ragione prima dell’alta corruzione presente nel nostro paese). (Infiniti altri se ne potrebbero enumerare, ma questo post non può avere la voluminosità della Divina Commedia).

Iniziamo con una tabella (qui la si può vedere ingrandita), elaborata sulla base di dati raccolti dalla Banca Mondiale, dalla quale può evincersi l’andamento del Pil italiano, dal 1990 al 2010, e di quello dei principali paesi europei e mondiali.

Ecco. Si prenda in considerazione l’anno 1998, quando l’Euro materialmente non esisteva ancora. Il Pil nostrano crebbe dell’1,4%; quello francese, del 3,4; quello spagnolo, del 4,5; quello svizzero, del 2,6; quello del Portogallo, addirittura, del 5; quello della perfida Germania, del 2%.

Ora, il nostro Pil, nell’arco di tempo preso in considerazione (1990-2010), è cresciuto meno di quello di altre nazioni quasi ogni anno. Se si considera il periodo 1998-2008, esso ha registrato, come evidenzia la medesima tabella, una crescita media dell’1,2%, contro una crescita europea media del 2,6. Nello stesso arco di tempo, il Pil dei Paesi Bassi è cresciuto in media del 2,6, come quello del Regno Unito; quello dell’Irlanda ha registrato un incremento medio del 5,8%; quello della Germania, dell’1,6; quello della Francia, del 2,1; quello della Spagna, del 3,5; quello del Portogallo, dell’1,9. Se invece analizziamo l’andamento medio del Prodotto Interno Lordo dal 1990 al 2010, vediamo che in Italia è cresciuto in media dell’1%; nei Paesi Bassi, del 2,4; nel Regno Unito, del 2%; in Irlanda, del 5,1; in Svizzera, dell’1,5; in Germania, dell’1,7; in Francia, dell’1,6; in Spagna, del 2,6; in Portogallo, dell’1,9. (In seguito appureremo, grazie ad un altro grafico, come il nostro Pil cresca meno di quello medio dei paesi Ocse addirittura dal 1983).

Perché il nostro paese è cresciuto meno di altre nazioni europee? Forse può aiutarci a rispondere il seguente grafico, redatto sulla base di dati Istat (si legga a pagina 63).

Ecco. Come dovrebbe essere di tutta evidenza, la pressione fiscale italiana è più alta di quella media europea dal 1998; e, soprattutto, di quella media dell’area Euro (con la sola eccezione degli anni 2000 e 2005). Lo mostra anche meglio, almeno in parte, quest’altra tabella Istat (che, però, prende in considerazione solo il periodo 2003-2007).

Se si esclude la Francia, altra nazione del socialismo reale, l’Italia (lo si può appurare leggendo questo documento a pagina 25), tra i principali paesi europei, è quello che ha fatto registrare la più alta pressione fiscale.

Ma perché da noi è così esoso, il Fisco? Lo si deve ai contribuenti infedeli che sottraggono ad esso, come dice Bankitalia, tra i 120 e i 190 miliardi l’anno (più probabilmente, 140)? Solo in piccolissima parte.

La responsabilità principale del livello abnorme della nostra tassazione dipende da altro. Come mostra questo grafico, pubblicato da The Economist, contenente dati elaborati dal Fondo Monetario Internazionale e dall’Ocse.

Ecco. La spesa pubblica complessiva italiana in rapporto al Pil, dal 1870 al 2009, è quasi sempre stata maggiore di quella riscontrabile in quasi tutte le altre nazioni.

Nel 1990, ad esempio, essa era pari al 53,4% del Pil. Mentre in Germania raggiungeva il 45,1; nel Regno Unito, il 39,9; negli Usa, il 33,3; in Giappone, il 31,3; in Germania, il 45,1; in Spagna, il 42; in Francia, il 49,8; in Canada, il 46. Nel 2009, ultimo anno preso in considerazione dal grafico, in Italia essa era pari al 51,9% del Pil; negli Usa di Obama s’attestava al 42,2; in Germania arrivava al 47,6; in Spagna al 45,8; nel Regno Unito al 47,2. Solo in Austria, Belgio, Francia e Svezia era superiore alla nostra.

Per gli anni successivi al 2009, possiamo ricorrere ad un’altra tabella, sempre pubblicata da The Economist.

A questo punto, grazie ad un paio di grafici estrapolati da un paper redatto da Pietro Monsurrò per l’Istituto Bruno Leoni, e che non necessitano di commenti, possiamo visualizzare l’andamento della spesa pubblica, dal 1990 al 2010, in due singoli comparti: sanità e previdenza (in quest’ultimo ambito, il secondo grafico mostra anche i dati della Germania, della Francia, della Spagna e del Regno Unito).

Dalle informazioni sin qui prese in considerazione, quale morale possiamo trarre? Che l’Italia cresceva meno di altre nazioni europee anche prima di entrare nell’Euro, e questo perché ha sempre avuto una pressione fiscale eccessiva in quanto eccessiva è sempre stata la spesa pubblica (in rapporto al Pil) ch’essa ha dovuto foraggiare. D’altra parte, le tasse servono a questo: a finanziare la spesa; e, se troppo alte, è una ovvietà à la Max Catalano, soffocano la crescita. Carta canta.

Passiamo ad altro ed occupiamoci del debito; del suo andamento negli ultimi decenni e della dinamica relativa alla spesa per interessi. E, per farlo, consideriamo innanzitutto una tabella, realizzata grazie a dati Istat ed Ocse, che ci mostra congiuntamente l’andamento del nostro Prodotto Interno Lordo, in rapporto a quello medio dei paesi Ocse, e quello del debito pubblico, dal 1975 al 2011.

Da essa si evince, senza tema di smentita, che il nostro Pil cresce meno di quello medio dei paesi Ocse addirittura dal 1983. Vale a dire da 30 anni (si legga a pagina 3). E questo, ahinoi, non solo a causa delle ragioni sin qui evidenziate, l’alto ammontare della spesa complessiva e l’asfissiante pressione fiscale, ma anche in virtù dell’elevato debito pubblico; il quale, lì dove superi la soglia dell’85-90%, provoca una contrazione della ricchezza prodotta dell’ordine di 0,10-0,15 punti percentuali all’anno. Il perché l’hanno spiegato Vito Tanzi, Andrea Monorchio e Gianni Toniolo nel paper Centocinquant’anni di finanza pubblica in Italia: «un debito elevato spinge verso l’alto tassi di interesse e pressione fiscale»; «obbliga spesso a ridurre il volume degli investimenti pubblici in ricerca e infrastrutture» e «nel lungo andare minaccia il welfare state, con potenziali effetti disgreganti sulla compagine sociale».

Allora vediamolo, ‘sto maledetto debito pubblico; grazie a due ulteriori grafici: il primo, tratto dal succitato paper dell’Ibl, ci mostra l’andamento del medesimo dal 1990 al 2010; il secondo, realizzato grazie a dati Eurostat, invece, mette a confronto il debito (in rapporto al Pil) di tutte le nazioni europee.

Ecco. Come capirebbe finanche Fassina, i governanti italiani degli ultimi 20 anni, soprattutto quelli di centrodestra, hanno fatto poco o punto per abbattere questo mostruoso moloch e mettere davvero in sicurezza i nostri conti pubblici.

I politici dell’una e dell’altra parte, inoltre, hanno allegramente dissipato il cosiddetto “dividendo” dell’Euro. Che cos’è, codesto dividendo? È ciò che abbiamo guadagnato/risparmiato, in termini di minori interessi sul debito, a seguito della ratifica del Trattato di Maastricht e (soprattutto) dell’ingresso nella moneta unica (l’Euro). A voi la tabella, tratta dal medesimo paper dell’Ibl, che mostra “geometricamente” quanto sia diminuito, negli ultimi anni, il tasso d’interesse medio sul servizio al debito (prendendo, come riferimento, il periodo 1990-2010).

Ecco. Se in certune trasmissioni televisive, penso ad esempio a L’Ultima Parola, si facesse per davvero informazione, e dunque si mostrassero grafici e tabelle (e numeri, soprattutto) come quelli qui riportati, e non propaganda a sostegno di superstizioni e tesi fallimentari, quelle keynesiane; se nelle medesime trasmissioni, inoltre, si raccontasse che, grazie a Maastricht e all’Euro, non solo abbiamo risparmiato qualche centinaio di miliardi di euro (forse addirittura 700), in termini di minori interessi sul debito (il “dividendo” di cui sopra dissipato dai politici), ma abbiamo anche pagato meno i mutui e i crediti di finanziamento, grazie al calo generalizzato degli interessi e dell’inflazione; se invece di dar la parola a fattucchiere, shampisti, stregoni, geometri e ragionieri che favoleggiano di complotti demo-pluto-giudaico-massonici o teorizzano la necessità di uscire dall’Euro (cosa tecnicamente impossibile, perché comporterebbe anche l’uscita dall’Ue da noi co-fondata) e di ritornare alla “liretta”, sì da poter nuovamente ricorrere alla svalutazione competitiva che “infiniti danni addusse” al Paese (come in questo post abbiamo più che sufficientemente dimostrato), si facesse parlare gente competente, ovvero economisti di chiara fama, forse, a ricavarne beneficio, oltre ai cittadini che otterrebbero finalmente qualche dato serio ed attendibile dal “servizio pubblico”, ovvero informazioni preziose e veritiere, sarebbero anche le medesime trasmissioni (e chi le conduce), in termini di maggiore prestigio ed autorevolezza.

I nostri problemi originano, dal primo all’ultimo, dalle scellerate ed autoritarie politiche keynesiane (basate sulla spesa pubblica, sul deficit e sul debito); che, come qui si è evidenziato, lungi dall’aver prodotto maggiore ricchezza, in termini comparativi (ed anche assoluti), ne hanno generata minore; lungi dall’aver incrementato la competitività del Paese, l’hanno ridotta pesantemente.

Questi problemi, che ci trasciniamo dal Ventennio – e che i cattolicisti democristiani, i socialisti e i comunisti hanno aggravato, in più di sessant’anni di Repubblica, perché hanno dimostrato d’essere anche più fascisti, e dunque statolatri e statalisti, dei fascisti stessi – possono essere risolti solo in un modo: facendo per davvero la Rivoluzione liberale. Ovvero: 1) Tagliando la spesa corrente (non quella in conto capitale), col machete, per ridurre le tasse e rilanciare l’economia e l’occupazione; 2) Risparmiando risorse, e ridefinendo il perimetro delle competenze dello stato, mediante riforme cosiddette di sistema –  ad esempio: a) escludendo, dai benefici del Servizio Sanitario Nazionale, chiunque guadagni da 100-120.000 euro in su; b) affidando ai privati la gestione delle carceri; c) privatizzando almeno il 10-20% degli Atenei; 3) Riducendo, in vent’anni, lo stock di debito pubblico, mediante privatizzazioni, di 400-450 miliardi di euro (lo stato ha un attivo patrimoniale, beni e partecipazioni societarie alienabili, del valore di 1.800 miliardi); cosa che ci consentirebbe di risparmiare diecine di miliardi in termini di minori interessi sul debito residuo; 4) Liberalizzando, a manetta, ogni singolo comparto liberalizzabile, onde accrescere la concorrenza e, per questo tramite, il calo dei prezzi delle merci e dei servizi, a tutto beneficio delle classi economiche meno abbienti (innanzitutto); 5) Restituendo in busta paga ai legittimi titolari, ovvero i lavoratori, a partire dal 2017 (quando, cioè, entrerà in vigore la riforma degli ammortizzatori sociali prevista dalla legge Fornero), il cosiddetto TFR (che, secondo il Corriere della Sera, rappresenta un unicum nell’Occidente intero) e che vale 18,6 miliardi di euro lordi, 12 netti; 6) Decurtando drasticamente le leggi della Repubblica, e riscrivendo in italiano comprensibile quelle residue, perché non solo il loro numero appare attualmente abnorme ed ingiustificato (nonostante qualche taglio operato da Calderoli) – come segnalato da Luigi Tivelli in un articolo (dal titolo: La fiera delle leggi) apparso sulla rivista bimestrale Il Mulino (n.5 del 2006): «Quante leggi abbiamo in Italia? Sabino Cassese, competente e bravo ministro del governo Ciampi, nel 1993 ne aveva stimato il numero tra le 100 e le 150 mila. Qualche anno più tardi un suo successore, Franco Bassanini, aveva parlato invece di circa 50 mila leggi in vigore. Il Servizio Studi della Camera dei deputati, pur con le dovute cautele, ebbe a quantificare le leggi in circa 37.000! Queste differenze di dati non spostano i termini della questione: le leggi sono troppe, confuse, e viziate dal gioco della successione nel tempo. Basti pensare che in Francia vi sono poco più di 10 mila leggi vigenti e in Germania meno di 9 mila» –, ma anche perché esso (il numero delle leggi), che tra l’altro scoraggia gli investitori esteri a portare da noi i loro quattrini, assieme all’asfissiante burocrazia è la ragione prima dell’alta corruzione presente nel nostro paese (Tacito, qualche secolo or sono, aveva già capito tutto: corruptissima re pubblica plurimae leges); 7) Accrescendo la libertà economica nel nostro paese, attualmente a livelli degni di una nazione del Quarto Mondo, perché solo grazie ad essa – alla deregolamentazione, alla facilità di commerciare, innovare, fare intrapresa e compravendere – si può avere una ripresa economica durevole ed un tangibile progresso, materiale e non solo, collettivo.

Certo, la Rivoluzione liberale, come mostra il video seguente, non è un pranzo di gala (e men che meno roba da militanti cattocomunisti delle Acli). Ma, se vogliamo una volta e per sempre uscire dalla crisi, la nostra, quella che ci sta uccidendo per consunzione e che è anteriore a quella internazionale che oggi stiamo vivendo, abbiamo solo quella strada. L’unica mai battuta in Italia.



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38 Responses to "L’eccezione italica e la fuga dalla realtà. Ovvero: i nostri mali sono il debito, le troppe tasse e l’eccessiva spesa pubblica. Non l’Euro"

  • MauroLIB says:
  • camelot says:
  • rokko says:
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