Più che “Verso la Terza Repubblica”, verso il Gattopardismo

Negli ultimi due anni, i retroscenisti si sono occupati non poco di sondare e decriptare le reali intenzioni politiche di Luca Cordero di Edwige Fenech; arrivando a postulare, in modo pressoché unanime, che il suo obiettivo fosse quello di creare un nuovo soggetto politico, moderato e liberal-liberista, capace di rimpiazzare la creatura berlusconiana, in evidente affanno, e di ereditarne i consensi e la collocazione. Ma sbagliavano.

Ieri, e dopo una gestazione né facile né breve, la Partoriente col Ciuffo Scarmigliato ha finalmente dato alla luce l’erede. Solo che, in sala parto, nessuno ha udito freschi vagiti terzo-repubblicani; piuttosto, gli astanti sono stati assaliti da miasmi, chissà quanto inattesi, primo-repubblicani.

Le istanze liberali a far da paravento, la cosiddetta società civile a simulare novità, non sono riuscite ad occultare le reali intenzioni dei partecipanti: immettere sul mercato elettorale un prodotto fortemente ancorato alla tradizione del “cattolicismo rosso”, profondamente impastato di socialismo solidarista (sia pur venato, qua e là, di un po’ di liberalismo light) e pregno, per di più, di confessionalismo codino sui temi eticamente sensibili. Lo scopo: affossare definitivamente il bipolarismo, il regime dell’alternanza, riportare in auge una versione riveduta e corretta tanto del “primo centrosinistra storico” quanto del “pentapartito”, suggellare un’alleanza strutturale con le forze della sinistra, dal Pd al Psi di Nencini, rendere nuovamente “bloccata” (o “blindata”), come usava dire ai tempi della Prima Repubblica, la democrazia, cambiare il minimo indispensabile il Paese e garantire la sopravvivenza di certi interessi ed equilibri.

A disvelare i propositi, ancor più delle dichiarazioni degli intervenuti, la presenza, tra i “padri” della nuova creatura, delle Acli e della Cisl. Il peggio del peggio.

Si deve alle Acli, o meglio al loro più illustre rappresentante politico, Mariano Rumor, l’introduzione, nel nostro ordinamento, di quello scandalo che va sotto il nome di “baby pensioni”. Bambini, poco più che trentenni, mandati in quiescenza dopo appena 14 anni, 6 mesi ed un giorno di lavoro, onde ottenerne la gratitudine perpetua in cabina elettorale (si legga alla voce: compravendita di voti mediante spesa pubblica). Un cadeau che, ancora oggi, ci costa 9,46 miliardi l’anno; e che, secondo la Confartigianato, in quarant’anni c’ha fatto dissipare 149 miliardi di euro.

Si deve ancora allo strenuo impegno delle Acli, regressiste e reazionarie come poche altre strutture politico-sindacali, l’affossamento, mediante Referendum, del Nucleare e della liberalizzazione dei servizi idrici locali. A tal proposito, è divertente il fatto che, ieri, il loro Presidente, Andrea Olivero, intervenendo abbia detto che è vitale per il Paese mettere al bando i populisti. Ovvero: i Leghisti, Grillo e Di Pietro.

Ecco. I succitati populisti, ai Referendum sul Nucleare e la liberalizzazione dell’acqua, proprio perché populisti, hanno votato esattamente come ogni ossequioso iscritto alle Acli, ivi incluso lo stesso Andrea Olivero, naturalmente. Quando si dice: il bue che dà di cornuto all’asino.

E, a causa del populismo becero ed analfabeta delle Acli, e di milioni di italiani, il Belpaese continuerà ad essere l’unica nazione al mondo a non avere centrali atomiche (a tutto danno delle classi meno abbienti della popolazione, i cosiddetti poveri che lor signori dicono di voler tutelare, che continueranno a pagare l’energia il 30% in più che in qualunque altra parte dell’orbe terracqueo).

Sempre in tema di populismo, e regressismo, val la pena sottolineare come, su alcuni temi, le posizioni delle Acli, al pari di quelle della Cisl, collimino perfettamente con quelle della Lega (ed anche del Pdl), di Forza Nuova e di altri soggetti politici populisti e dall’identità – come dire? – non proprio liberale (diciamo francamente); anzi, fortemente vandeana e demaistriana (per la gioia di Andrea Romano, immaginiamo). I temi in oggetto sono tutti quelli eticamente sensibili: dalla Ru486 al riconoscimento giuridico delle coppie gay; dalla fecondazione assistita al testamento biologico. Su questi argomenti, lor signori delle Acli la pensano esattamente come Roberto Fiore, di Forza Nuova, e Calderoli e Borghezio della Lega (caro direttore Polito). Una faccia, una razza.

A che non si dica che qui si postulano cose non vere, di seguito il comunicato stampa delle Acli sulla diffusione della pillola anticoncezionale di cui sopra:

«Come per tanti mali della sub-cultura attuale, bisogna ‘prevenire’ per risolvere i problemi. E ciò significa educare all’amore, al senso della persona, a un esercizio responsabile e non arbitrario della sessualità, un grande tesoro da custodire e non da sperperare o consumare in una dimensione solo corporea. Ma è difficile prevenire gli aborti se il contesto generale della cultura va nella direzione opposta».

«Essendo considerevole il numero di donne decedute dopo aborto chimico con RU486, imprecisata l’incidenza di infezioni gravi, contrasto evidente persino con l’applicazione della Legge 194 dato l’esito che comporta la “privatizzazione dell’aborto” e la solitudine delle donne, bisogna fare di tutto per scongiurare l’utilizzo della pillola abortiva. La vulgata generale degli abortisti è che la pillola sia un contraccettivo d’emergenza. In realtà essa interviene sia prima sia dopo la fecondazione. E’ del tutto evidente che si gioca con le parole per non riconoscere che c’è già vita al momento della fecondazione, ovvero ancor prima dell’annidamento. Per tutte queste ragioni noi saremo sempre al fianco di medici, farmacisti ed infermieri obiettori di coscienza, i quali trovano nel dettato costituzionale e nel codice deontologico un autentico baluardo per le proprie difficili scelte».

Ricapitolando. Lor signori delle Acli, né sui temi economici né su quelli eticamente sensibili, hanno posizioni liberali; hanno governato, direttamente o per interposta persona (e sempre e comunque grazie alla Democrazia cristiana), dalla genesi della Repubblica ad oggi, producendo la totalità dei nostri problemi (assieme ai loro compari socialisti e comunisti): il secondo più consistente debito pubblico in Europa ed il terzo al mondo; il più alto livello di pressione fiscale riscontrabile in qualunque paese dell’orbe terracqueo (e tutti gli altri qui doviziosamente esaminati). Lo stesso può dirsi della Cisl che, tra l’altro, prima di lanciarsi in questa nuova avventura, aveva precedentemente siglato un patto di ferro, assieme alla Uil, con Tremonti e Sacconi; influenzandone le scelte politiche con i risultati, disastrosi, che sono sotto gli occhi di tutti.

Cisl e Acli sono i soci di maggioranza – quelli che hanno i numeri, per essere chiari, ovvero i voti – della creatura montezemoliana, ad oggi denominata Verso la Terza Repubblica, e ne determineranno, come tutti i soci di maggioranza sono sempre soliti fare, le scelte. Sono soci statalisti, dirigisti, codini, populisti, fortemente anti-mercatisti. La loro sottocultura, i loro disvalori, le politiche di cui si sono fatti promotori, hanno ridotto l’Italia in miseria. È sotto gli occhi di tutti. Loro, d’altra parte, hanno governato la Nazione; non certo i liberisti, i liberal-conservatori (che in questo paese mai sono esistiti).

Sono il Male. Che, però, ha la faccia tosta di presentarsi come la Cura.

Il quesito, allora, è questo. Cosa lega gli altri partecipanti  a “Verso la Terza Repubblica”, taluni dei quali abbastanza liberali, alla Cisl e alle Acli? Che c’entra, soprattutto, il riferimento ed il sostegno all’ipotesi di un Monti bis?

C’è una sola spiegazione. Il blocco montemezoliano, composito ed arlecchinesco al proprio interno, probabilmente è accomunato solo da un intento: garantire talune “rendite di posizione”, taluni privilegi (pubblici e privati), quando si dovrà mettere necessariamente mano al perimetro dello stato, ridefinendone, una volta e per sempre, le competenze, onde uscire dal tunnel della crisi.

È un intento gattopardesco: cambiare il minimo possibile lo stato a che taluni equilibri sistemici e corporativi, consolidatisi in 70 e passa anni di Repubblica, permangano in vita e non abbiano a cambiare. Anche dopo il “terremoto”.

Certo mondo cattolico, d’altra parte, è ben consapevole del fatto che lo stato abbia campato al di sopra delle proprie possibilità e parassitariamente alle spalle dei contribuenti (di certuni, soprattutto); e che l’andazzo non possa più andare avanti. Teme, però, che il Paese possa subire un’evoluzione liberale, e sotto il profilo della politica economica e sotto quello dell’approccio alle questioni eticamente sensibili. E teme che certi valori, incarnati anche da certe parassitarie rendite di posizione, possano essere abbattuti. Per questo intende presidiare il campo: per evitare che ciò avvenga.

Similmente, certo mondo delle professioni e della grossa impresa, la cosiddetta società civile, teme – e nemmeno poco – di perdere influenza, potere e rendite quasi monopolistiche. Non può permettersi una società autenticamente concorrenziale e di mercato; né di campare senza sussidi pubblici (ad esempio i 36 miliardi erogati a fondo perduto alle aziende) o protezioni statali.

Cambiare, dunque, ma il meno possibile; il tanto che basta per mandare avanti la barca ed evitare che affondi; e, se certuni devono proprio pagare il conto della modernizzazione del Paese, che siano gli altri, non gli “amici”: questo il proposito delle legioni montezemoliane, da perseguire con Monti perché questi ha dimostrato loro di essere “affidabile e controllabile”.

Non praevalebunt!



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5 Responses to "Più che “Verso la Terza Repubblica”, verso il Gattopardismo"

  • ivan says:
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