Più che Verso la Terza Repubblica, verso Rifondazione comunista

Qualche settimana fa, cercando di decifrare l’identità ed il progetto del movimento politico montezemoliano, Verso la Terza Repubblica, soprattutto alla luce dell’adesione ad esso delle Acli, qui si chiosava:

«Le reali intenzioni dei partecipanti: immettere sul mercato elettorale un prodotto fortemente ancorato alla tradizione del “cattolicismo rosso”, profondamente impastato di socialismo solidarista (sia pur venato, qua e là, di un po’ di liberalismo light) (..). Lo scopo: affossare definitivamente il bipolarismo, il regime dell’alternanza, (…) suggellare un’alleanza strutturale con le forze della sinistra, dal Pd al Psi di Nencini, rendere nuovamente “bloccata” (o “blindata”), come usava dire ai tempi della Prima Repubblica, la democrazia, cambiare il minimo indispensabile il Paese e garantire la sopravvivenza di certi interessi ed equilibri (…).

Il blocco montemezoliano, composito ed arlecchinesco al proprio interno, probabilmente è accomunato solo da un intento: garantire talune “rendite di posizione”, taluni privilegi (pubblici e privati), quando si dovrà mettere necessariamente mano al perimetro dello stato, ridefinendone, una volta e per sempre, le competenze, onde uscire dal tunnel della crisi.

È un intento gattopardesco: cambiare il minimo possibile lo stato a che taluni equilibri sistemici e corporativi, consolidatisi in 70 e passa anni di Repubblica, permangano in vita e non abbiano a cambiare. Anche dopo il “terremoto”.

Certo mondo cattolico, d’altra parte, è ben consapevole del fatto che lo stato abbia campato al di sopra delle proprie possibilità e parassitariamente alle spalle dei contribuenti (di certuni, soprattutto); e che l’andazzo non possa più andare avanti. Teme, però, che il Paese possa subire un’evoluzione liberale, e sotto il profilo della politica economica e sotto quello dell’approccio alle questioni eticamente sensibili. E teme che certi valori, incarnati anche da certe parassitarie rendite di posizione, possano essere abbattuti. Per questo intende presidiare il campo: per evitare che ciò avvenga».

Avevamo visto giusto (sai che novità). Lo prova un documento, scoperto dall’amico Ugo Calò, approvato dalle Acli milanesi il 19 novembre scorso; e nel quale si legge:

«Su molti media in questi giorni è stato scritto e detto che le Acli si accingono a dar vita, insieme a molti altri soggetti sociali, ad una nuova formazione politica che intende presentarsi alle prossime elezioni. Il 26 ottobre scorso in un’intervista a La Repubblica, Andrea Olivero, presidente nazionale delle Acli, dichiarava: “noi siamo riformisti. Le Acli lo hanno detto con chiarezza: noi stiamo nello schieramento riformista”. Nel centro-sinistra le Acli si collocano culturalmente ancor prima che politicamente, lo indica l’intera nostra storia: le Acli sono e sono state parte fondamentale del cattolicesimo sociale e democratico italiano (…).

L’eventuale Lista Civica – di cui molto si parla dopo la convention di sabato 17 novembre (molto eventuale, ad oggi, dal momento che non è chiaro né con quale legge elettorale si andrà a votare , né quale sarà l’esito delle primarie nazionali del centro-sinistra) – nascerà solo – sono le parole di Olivero – “per dare al Paese una chance di alleanza di centro-sinistra vera, evitando che il PD si chiuda in se stesso e pensi di essere autosufficiente o che basti l’alleanza con SEL (…)”.
Riteniamo che il tentativo di riconquistare, con un autentico spirito riformista, lo spazio centrale dello schieramento politico ed allearlo con la sinistra possa essere un’operazione utile al Paese (…)
.

Riteniamo inoltre che una operazione di stampo politicistico e di sapore neocentrista sarebbe fuori dal tempo, nonché resa peraltro impraticabile dalla “duttilità” del Partito Democratico, autentico partito di centro-sinistra, perno di un nuovo sistema di alleanze dello schieramento riformatore che si candida a guidare l’Italia dopo Monti, conservando tuttavia il meglio dell’esperienza dell’attuale governo».

Quindi, sebbene lor signori di Verso la Terza Repubblica “ufficialmente” dichiarino di voler dar vita ad un “polo centrista” a sostegno del cosiddetto “Monti bis”, il loro vero intento è quello di allearsi col Partito democratico e costruire uno schieramento catto-progressista che si candidi a «guidare l’Italia dopo Monti, conservando tuttavia il meglio dell’esperienza dell’attuale governo». Che è una cosa ben diversa.

Quale potrebbe essere, allora, l’agenda politica di questo nuovo schieramento catto-progressista? Ce lo dice il Presidente delle Acli, Andrea Olivero (ed anche un simpatico manifesto che ne ricorda un altro, celeberrimo, di Rifondazione comunista):

«Tre obiettivi precisi: dare continuità al ‘modello italiano di welfare’, correggendolo ma non smantellandolo; aprire nuovi spazi per i giovani nell’accesso al lavoro; garantire una più equa distribuzione della ricchezza nel Paese, sostenendo in particolare le famiglie ed i redditi da lavoro.

Si ripristini per tutti il contributo di solidarietà, si abbia il coraggio di inserire una patrimoniale sui grandi beni immobiliari del Paese affinché anche gli evasori abbiano a pagare, almeno in parte (ad avviso delle Acli, dunque, la ricchezza può derivare solo dall’evasione fiscale. Complimenti, ndr)».

Ecco. A coloro che si dichiarano liberali (liberisti e libertari), e che hanno aderito a Verso la Terza Repubblica con grande slancio ed entusiasmo (non ridete), vien da chiedere: cosa ci fate in mezzo a questi catto-comunisti del piffero (per non dire di peggio), tutto sondino, Catechismo della Chiesa e patrimoniale? Non vi sembrano anche peggio dei clerico-fascisti del Pdl o dei nazional-socialisti di Fli, che “conoscete” più che bene?

Errare è umano. Perseverare, però, è da pirla.



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