Giannino: «Aboliremo l’Irap, ridurremo il cuneo fiscale e in 5 anni taglieremo di 80 miliardi le tasse» (1.927 euro ad italiano)

Oscar Giannino, ieri l’altro, con una missiva indirizzata al Corriere della Sera, ha spiegato i dettagli del programma della lista che capeggia, Fare per Fermare il Declino, non più parlando solo e soltanto di “punti di Pil” (di spesa, tasse e debito) da falcidiare, ma anche facendo riferimento (e finalmente) a qualcosa di ben più concreto: il danaro. Quello che si ricaverebbe privatizzando beni e partecipazioni societarie in possesso dello stato, come il Nostro propone di fare per abbattere lo stock di debito pubblico e risolvere uno dei nostri più gravosi problemi; quello che guadagnerebbero (in termini di minori tasse da versare all’Erario) gli italiani se lo votassero e facessero entrare in Parlamento.

E allora vediamoli, questi numeri. Non prima, però, di aver fatto due brevi premesse. La prima è che questo post non può considerarsi esaustivo. Pertanto si consiglia di visionare, per le necessarie integrazioni, il programma completo di Fare. Quanto alla seconda, eccola di seguito esposta.

L’Italia ha infiniti problemi, è noto a tutti. Ma tre sovrastano tutti: 1) Un debito pubblico eccessivo, il secondo in Europa ed il terzo al mondo per consistenza, che ci costa 70-80 miliardi l’anno in interessi; 2) Una spesa pubblica complessiva, in rapporto al Pil, troppo elevata e che ha pochi eguali al mondo; 3) Una pressione fiscale asfissiante, e che è tale proprio perché deve finanziare un livello elefantiaco di spesa pubblica. Se non si abbatte lo stock di debito, mediante privatizzazioni, l’Italia continuerà ad essere esposta alle turbolenze dei mercati finanziari e a sprecare 70-80 miliardi l’anno che, invece, potrebbero essere impiegati più proficuamente (ad esempio in investimenti in scuola, ricerca ed infrastrutture). Se non si decurta significativamente la spesa corrente, con tagli selettivi e mirati, non si potrà abbattere la pressione fiscale. Se non si abbatte la pressione fiscale, non si potrà mai e poi mai rilanciare l’economia e l’occupazione.

La ragione per cui Giannino ha deciso di fondare, assieme ad altre persone, Fare per Fermare il Declino è proprio quella di risolvere, innanzitutto, questi tre problemi. Vediamo come.

Lo stock di debito pubblico, secondo il Nostro, deve essere ridotto di 210 miliardi in 5 anni; onde portarlo, in rapporto al Pil, ad un livello accettabile ed in linea con quello delle nazioni virtuose.

I 210 miliardi verrebbero così reperiti: 105 vendendo immobili pubblici, 90 alienando quote di capitale delle società controllate dallo stato, 15 dalle concessioni. E, attraverso queste dismissioni, diverrebbe possibile risparmiare all’incirca 10 miliardi annui (in interessi).

È importante rilevare due cose. La prima è che in Europa, dall’inizio della crisi, financo i socialisti hanno posto in essere privatizzazioni per ridurre il proprio debito: è avvenuto, ad esempio, col predecessore di David Cameron, il laburista Gordon Brown, ch’ebbe a vendersi letteralmente anche i ponti (e molto altro ancora); ed è avvenuto, poi, col predecessore di Mariano Rajoy, quel José Luis Rodríguez Zapatero tanto amato dalla sinistra nostrana, ch’ebbe a privatizzare taluni aeroporti e la società di gestione della lotteria nazionale. Fuori dai confini italici, dunque, le privatizzazioni sono viste come uno strumento ordinario di politica economica.

In Italia, invece, dove i pregiudizi e le superstizioni ideologiche di matrice catto-comunista sono assai radicati, si guarda alle privatizzazioni con estrema, ed ingiustificata, diffidenza. Per superare la quale, ed arriviamo alla seconda cosa meritevole di segnalazione, Giannino propone una road map inattaccabile per procedere alla dismissione di asset pubblici: «occorre pensare a veicoli di mercato, incardinati in ordinamenti diversi da quello italiano, che consentano risposte certe su tempi e impugnative, e gestiti tramite gara da grandi attori del mercato».

Dunque, i processi di alienazione non devono essere gestiti dai soliti, ed opachi, baracconi pubblici nostrani, ma da soggetti giuridici – veicoli di mercato – operanti in altre nazioni, riconosciuti quali enti affidabili e dotati di prestigio internazionale, non solo per rendere assolutamente trasparenti tutte le vendite, che devono avvenire mediante gara, ma anche per facilitarne le procedure ed i tempi di attuazione.

Giannino, poi, nella missiva indirizzata al quotidiano di Via Solferino, ha indicato altre due obiettivi prioritari di Fare per Fermare il Declino: tagliare, in cinque anni, la spesa pubblica di circa 96 miliardi di euro (6 punti di Pil) ed abbattere la pressione fiscale di almeno 80 miliardi (5 punti di Pil).

Il primo obiettivo, quello di mettere a dieta lo stato, è propedeutico al secondo, se non si taglia la spesa corrente non si possono ridurre le tasse, e serve anche a conseguire, e a mantenere, il pareggio di Bilancio, cosa che l’Italia si è impegnata a fare con l’Unione europea, senza incrementare ulteriormente, e come invece vorrebbero Bersani e Monti (e Berlusconi), il prelievo fiscale.

Tagliare la spesa di circa 96 miliardi, in un quinquennio, significa ridurla in media di 16 miliardi ogni anno; producendo effettivi cumulativi. Il primo anno essa verrebbe falcidiata di 16 miliardi; il secondo, di altri 16, che, però, si sommerebbero a quelli del primo anno consentendo un risparmio complessivo di 32 miliardi; e così per gli anni successivi. Fino ad arrivare, a regime, dopo un lustro, ad un risparmio di spesa, appunto, pari ai succitati 96 miliardi annui. Ciò che consentirebbe all’Italia di avere un livello di spesa pubblica complessiva, in rapporto al Pil, prossimo a quello delle nazioni europee e mondiali più prospere (è il caso, ad esempio, della Germania e degli Stati Uniti d’America, come si può evincere dal grafico di seguito riportato); e, quindi, una pressione fiscale, necessaria a finanziarla, ben più bassa di quella attuale e tale da incentivare, in modo stabile e duraturo, la ripresa economica e la crescita occupazionale.

Il Bilancio dello stato è gravido di capitoli al cui interno è possibile rinvenire ingenti, e vergognosi, sperperi di risorse. Il più noto è quello della cosiddetta “spesa per consumi intermedi”. Di cosa si tratta? Presto detto.

La Pubblica amministrazione, per svolgere la propria attività, abbisogna ad esempio di penne, risme di carta, cartucce contenenti inchiostro, stampanti, buste, matite e affini. Bene. Per comprare queste merci, i burocrati dello stato non badano a spese: d’altra parte, il danaro che impiegano non è il loro, ma quello del contribuente. Il risultato, come si può appurare leggendo i dati contenuti in questo post, è che, nella stragrande maggioranza dei casi, ogni bene acquistato dallo stato viene pagato anche 10 volte in più del suo prezzo di mercato. Tutto ciò è tollerabile? Nient’affatto.

Per questa ragione, Giannino propone di tagliare di 2 punti di Pil in 5 anni (32 miliardi circa) le «spese generali e i consumi intermedi della pubblica amministrazione, riorganizzando profondamente su piattaforme telematiche gli acquisti e con un taglio generale ai costi della politica».

Acquistare in modo centralizzato i beni di cui ha bisogno la PA, facendo maggior ricorso alle banche dati Internet onde individuare i migliori offerenti, consentirebbe di risparmiare 1 miliardo nel 2013, ed importi anche maggiori nel 2014 e nel 2015, e di realizzare economie di spesa nell’ordine del 3,7% annuo (sui costi attualmente sostenuti dallo stato).

Va sottolineato, inoltre, che, tra il 1995 e il 2000, «la spesa per consumi intermedi è stata in media pari al 6,8% del PIL. Tale rapporto ha raggiunto il 7,2% nel 2000 ed è poi esploso fino all’8,6% nel 2011».

Un altro capitolo su cui è doveroso intervenire, anche se annunciarlo è oltremodo “impopolare”, ma tutto ciò che è impopolare fa sempre e solo rima con serietà, è quello della cosiddetta spesa pensionistica. Il perché è presto detto.

Tra il 1990 ed il 2010, il nostro Pil nominale è cresciuto del 121%; la spesa cosiddetta primaria, invece, è lievitata del 152% (per dirla in modo banale: in quell’arco di tempo, le nostre spese, in termini percentuali, sono cresciute più dei nostri guadagni). E la parte del leone l’ha fatta proprio la spesa previdenziale: che ha registrato un’impennata del 183%.

Giannino, su questo punto, propone di congelare l’indicizzazione (il recupero dell’inflazione) delle pensioni sopra i 2.500 euro calcolate col metodo retributivo (che riguardano appena lo 0,4% della popolazione in quiescenza), in modo da contenere l’incremento della spesa pensionistica, nel prossimo triennio, all’1,9% annuo contro il 2,6% medio previsto attualmente dal governo. L’intervento garantirebbe altri 2 punti di Pil, circa 32 miliardi di euro, di risparmi in un lustro.

In soldoni, i tagli di spesa proposti da Fare, nel triennio a venire, e rispetto alle previsioni del governo in carica, ammontano a 12,2 miliardi di euro nel 2013, 24,5 miliardi nel 2014 e 39,6 miliardi nel 2015.

Allo stesso modo, Fare per Fermare il Declino propone di ridurre parte dei sussidi erogati a fondo perduto ai grandi gruppi industriali. Sussidi censiti dal professor Francesco Giavazzi in qualità di consulente del governo Monti. Parliamo di 10 miliardi di euro su cui far calare la scure.

Questi tagli garantirebbero la possibilità di ridurre le tasse per un ammontare di almeno 80 miliardi di euro all’anno (a regime, ovvero alla fine del quinquennio). Stiamo parlando di 1.927,71 euro ad italiano.

Come nel caso dei tagli alla spesa, affermare di voler ridurre le tasse di almeno 80 miliardi in un lustro (5 punti di Pil), significa questo. Il primo anno si taglierebbero le imposte in media di 16 miliardi; il secondo, di altri 16, che, come nel caso prima accennato, si sommerebbero a quelli del primo anno garantendo agli italiani “guadagni”, in busta paga, per 32 miliardi; e così negli anni a venire. Fino a quando, dopo un quinquennio, le tasse per i contribuenti si ridurrebbero di 80 miliardi all’anno. 80 miliardi che, è bene ribadirlo, sarebbero integralmente coperti da tagli alla spesa pubblica.

Questa sforbiciata riguarderebbe tutti gli italiani, senza distinzione di censo o altro: lavoratori dipendenti, professionisti, pensionati ed imprese. Nessuno escluso. E, per usare le parole di Giannino, comporterebbe «l’abolizione totale dell’Irap e un energico abbassamento del cuneo fiscale, lo scandalo per il quale sull’impresa italiana media gravano 22 punti di total tax rate più di quella tedesca, 32 più di quella britannica».

Allo stesso modo, per il leader di Fare per il Fermare il Declino, questa riduzione d’imposte dovrebbe essere finalizzata anche a ricentrare «il Welfare sulle vere vittime della crisi, giovani, donne, disoccupati di lungo periodo». In questo modo: «A parità di reddito realizzato e di lavoro offerto, per chi ha minor anzianità contributiva vanno fortemente diminuite pressione fiscale e contributiva».

Attraverso l’abolizione dell’Irap, un balzello che non ha eguali al mondo e che integra un’autentica vergogna nazionale, e la forte riduzione del cuneo fiscale, per imprese e lavoratori, nonché con le detassazioni a favore di giovani e donne, l’Italia potrebbe finalmente tornare ad essere un paese “normale”. Crescendo a ritmi sostenuti, alleviando le sofferenze di chi oggi versa in condizioni di grave disagio economico anche perché tenuto a versare troppe tasse pur avendo un reddito contenuto, rendendo più semplice e proficua l’intrapresa economica e favorendo, in tal modo, gli investimenti e le assunzioni (soprattutto degli outsider: giovani, donne e disoccupati di lungo periodo).

Naturalmente, l’Italia, grazie a queste misure, non diverrebbe il Bengodi. Questo è certo. Ma, con queste ed altre riforme (sempre proposte da Giannino) – dalle liberalizzazioni alla creazione di un sistema di ammortizzatori sociali a carattere universalistico; dagli investimenti in ricerca e scuola al miglioramento dell’offerta universitaria; dall’abolizione del valore legale del titolo di studio alla privatizzazione della Rai; dall’abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti a quella dei contributi (diretti ed indiretti) all’editoria (e tanto altro ancora) – , potrebbe affrontare il futuro con maggiore speranza. Ritornando, magari, ad essere un paese vivo e prospero; e dove la concorrenza e la libertà divenissero finalmente di casa e il merito fosse valorizzato e premiato. Germogliando e producendo frutti.

Innanzitutto per gli “ultimi”: quelli che, non avendo santi in Paradiso, possono fare affidamento solo sulle proprie capacità.

«Il mercato è innanzitutto per i figli di nessuno, non per i figli di papà».

Altre informazioni sul programma di Fare per Fermare il Declino, qui.

Leggere anche: L’eccezione italica e la fuga dalla realtà. Ovvero: i nostri mali sono il debito, le troppe tasse e l’eccessiva spesa pubblica. Non l’Euro.



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21 Responses to "Giannino: «Aboliremo l’Irap, ridurremo il cuneo fiscale e in 5 anni taglieremo di 80 miliardi le tasse» (1.927 euro ad italiano)"

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