Autoritarismo e razzismo: i demoni da cui non riesce ad affrancarsi la sinistra

I problemi del nostro paese sono economici perché politici, politici perché culturali, culturali perché originano da visioni della vita, che poi influenzano le scelte delle nostre classi dirigenti, tutte e solo autoritarie.

Si prenda la sinistra, ad esempio (ma il discorso può essere tranquillamente esteso anche al “centro” e alla sé-dicente destra, che tale poi non è).

Ieri l’altro, la Camusso ha presentato un Piano del lavoro da cui emergono tutti i limiti, politici ed antropologici, della sinistra italiana. Nell’anno Domini 2013, essa mostra ancora di non avere fiducia alcuna, e rispetto, nei confronti dell’Individuo. Ne diffida. Ne ha timore. Di più. Lo considera come l’origine di ogni male, come un “Legno Storto” da raddrizzare e gravido di pulsioni, orride ed egoistiche, da sanzionare. Costi quel che costi.

Per il Segretario della Cgil, infatti, è necessario che lo Stato torni in auge. Che si faccia nuovamente garante della crescita economica, della creazione di posti di lavoro; che definisca, mediante organica pianificazione o programmazione che dir si voglia, lungo quali direttrici di marcia, economiche e sociali, il Paese debba muoversi. Perché lo Stato è infallibile, sostiene la Camusso: tutto conosce e tutto sa. Innanzitutto ciò che è bene per ciascuno di noi.

Puro delirio autoritario. Il medesimo che contrassegnava i regimi di Mussolini, Stalin e Hitler.

Lo Stato, innanzitutto. Semplicemente non esiste: è una mera finzione giuridica e lessicale. Ciò che siamo soliti definire con quella espressione, infatti, è nient’altro che un insieme di cittadini in tutto e per tutto eguali a noi. Lo stato è rappresentato dai politici, dalle burocrazie tecnocratiche dei ministeri, dai dirigenti, i funzionari e gli impiegati della Pubblica Amministrazione. Niente in più. Non sono angeli caduti in terra, esseri perfetti ed onniscienti, dotati di intelletto e moralità fuori dal comune. Nient’affatto. Sono esseri il cui operato è «umano, troppo umano», esattamente come il nostro (se non anche di più), e che, proprio come noi, compiono errori su errori.

Chi, come il capo della Cgil, ma il discorso vale anche per i Fassina e i Vendola di turno, ritiene sia necessario attribuire più poteri allo stato, in realtà vuole conferirne di più ad una ristretta oligarchia di individui. Intende, in poche parole, sostituire un sistema democratico, in cui il potere di scelta sia ripartito tra milioni di cittadini, con uno autoritario. Precisamente ciò che si è sempre fatto in Italia e che è la ragione prima del nostro declino. Economico e morale.

Detto ciò, che vuol dire, a conti fatti, ciò che propone la sindacalista? Semplice.

La Camusso ritiene che a creare lavoro e a far crescere la nostra economia debba provvedere lo Stato, ovvero la ristretta oligarchia di individui cui prima abbiamo accennato; mediante il ricorso all’utilizzo della spesa in conto capitale, ovvero agli investimenti in infrastrutture.

È il vecchio convincimento dei keynesiani: quando la domanda privata ristagna, e ci si trova in una situazione recessiva drammatica, come quella attuale, è necessario ricorrere alla domanda pubblica, cioè all’intervento dello Stato.

Senonché questa opzione di politica economica, che nemmeno i cosiddetti neokeynesiani sposano più in toto, presenta molti punti deboli.

Innanzitutto, la domanda privata, nel nostro paese, dove “produce” il 70-80% del Pil, è bassa perché troppo elevata è la pressione fiscale: se si riducesse questa, e sostanziosamente, quella riprenderebbe a crescere e con essa l’economia e l’occupazione; ma, per farlo, bisognerebbe preliminarmente tagliare la spesa primaria. Il punto è che la Camusso vi si oppone perché, in quel caso, l’oligarchia dei burocrati di stato per cui fa il tifo e che quella spesa gestisce come più ritiene opportuno, perderebbe potere.

In secondo luogo, l’Italia non è la Svizzera, gli Stati Uniti d’America o la Germania: se qui si decide di investire in infrastrutture, causa burocrazia e vincoli amministrativi vari, tra il momento in cui la decisione viene assunta e quello in cui essa si traduce in fatti, ovvero nell’apertura di cantieri, passano anni. Ripeto: anni. E noi non possiamo permetterci di demandare la risoluzione dei nostri problemi ad interventi che diverrebbero operativi solo molto tempo dopo essere stati deliberati; cioè, e per dirla à la Keynes, «nel lungo periodo, quando sarem(m)o tutti morti».

Ma la questione non è economica, signori cari, è intimamente culturale (e, pertanto, morale). Perché se si postula che debba essere lo stato, ovvero la succitata oligarchia, ad occuparsi del rilancio dell’economia e dell’occupazione, vuol dire che non si ha rispetto alcuno né della democrazia né delle persone.

Se si avesse rispetto e dell’una e delle altre, per rimettere in forze il Paese, si proporrebbe di tagliare col machete le diecine e diecine di miliardi di spesa corrente intermediata mafiosamente dalla partitocrazia, e che nulla hanno a che vedere con il finanziamento del Welfare, onde ricavare quanto necessario per ridurre significativamente le tasse a tutti. A quel punto sarebbero i cittadini, lavoratori dipendenti ed imprenditori, a darsi liberamente da fare per rilanciare l’economia: semplicemente consumando ed investendo di più, sì da far crescere il Pil e l’occupazione.

Perché, allora, la Camusso (come i Fassina e i Vendola) non lo propone? Perché ritiene disdicevole far entrare più soldi nelle tasche degli italiani e dare loro la possibilità di rendersi artefici della ripresa economica?

Semplice. Perché il suo obiettivo non è garantire occupazione, lavoro, crescita e benessere: è controllare le nostre vite. Privarci dei diritti di cittadinanza. Renderci, ancor più, schiavi e succubi.

Schiavi e succubi di un regime che, già oggi, pretende di sapere, e dirci, cosa sia più giusto per noi. Cosa produrre, quanto e perché spendere. A che noi si diventi migliori, più onesti, virtuosi ed altruisti. Un fine autoritario ed illiberale. E fondato sul convincimento, folle, che una ristretta oligarchia di individui, in tutto e per tutto eguali a noi, possa pianificare, a tavolino, l’esistenza e lo sviluppo di una nazione, neanche disponesse di conoscenze sovraumane ed informazioni infinite, e come se non esistesse l’eterogenesi dei fini.

Schiavi e succubi di un regime in cui, tra l’altro, si vorrebbe elevare a valore universale una forma molto subdola di razzismo: quello fondato sull’odio di classe. Perché per la Camusso & C. non siamo tutti uguali: chi non ha la sventura di patire la fame, perché benestante, deve essere soggetto ad una deminutio capitis e ridotto a bancomat da cui prelevare, mediante confisca, i danari di cui si abbia bisogno.

Ne abbiamo avuto prova anche qualche giorno fa. Vendola, commentando la sacrosanta scelta di Depardieu di abbandonare la Francia, non ha esitato a dichiarare: «I ricchi vadano al diavolo».

Ecco. Fermo restando che la libertà di parola ed espressione è sacra, e va sempre e solo difesa, vi chiedo: ma, se a imprecare fosse stato un politico di un qualsiasi altro partito, invece di Vendola, e al diavolo avesse mandato – che ne so? – i neri, gli ebrei o i gay, invece dei ricchi, cosa sarebbe accaduto? Cosa avremmo pensato? Quanto ci saremmo indignati?

Tanto, è sicuro. Invece, dopo la sortita razzista di Vendola, nessuno ha detto alcunché.

Eppure, la nostra Carta, al primo comma dell’articolo 3, sancisce l’eguaglianza di tutti i connazionali: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Questo è anche noto come principio di non discriminazione. E vale per tutti, pensate un po’, anche per quei cittadini la cui condizione sociale sia decisamente buona. Cioè per i cosiddetti ricchi.

Nemmeno essi possono essere discriminati. E però Vendola, come la Camusso, può mandarli tranquillamente e razzisticamente a fare in culo e senza che nessuno profferisca verbo; le leggi della Repubblica possono confiscare loro la quasi totalità dei redditi, fino all’83%, e buona parte dei patrimoni; ogni giorno possono essere insultati e minacciati.

E pazienza, poi, se discriminando la ricchezza se ne scoraggi la produzione e questo faccia crescere poco il Paese; assottigliando le probabilità che si creino nuovi posti di lavoro attraverso i quali dare di che vivere e mangiare ai disoccupati.

E pazienza, ancora, se discriminando i ricchi non si faccia altro che comunicare ai poveri che non si farà mai un cazzo perché anche essi possano un giorno divenire tali. Pazienza.

L’essenziale è affidarsi allo Stato Dio, quello che tutto vede e tutto sa. Quello in nome del quale centinaia di milioni di essere umani, nel secolo buio che ci siamo lasciati alle spalle, sono stati sterminati come formiche.

Che orrore, questa sinistra.

Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, Dizionario della lingua italiana. Razzismo (estensivamente): «Qualsiasi discriminazione esacerbata a danno di individui e categorie».

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8 Responses to "Autoritarismo e razzismo: i demoni da cui non riesce ad affrancarsi la sinistra"

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