Bersani e Fassina perdono un altro alleato

Nel suo primo discorso in qualità di candidato all’Eliseo, pronunciato dinanzi all’assemblea nazionale del Partito socialista ed infarcito di tesi e suggestioni patriottico-nazionalistiche, François Hollande aveva dichiarato – letteralmente – di avere «un solo nemico»: la speculazione finanziaria; la quale stava attentando, a suo dire, all’economia e alla stessa sovranità della Francia.

I commentatori, a caldo, sostennero che con quella, e tante altre affermazioni del medesimo tenore, egli avesse inteso parlare alla gauche de la gauche, cioè agli elettori della sinistra estrema, onde raccoglierne, sin da subito e cioè dal primo turno, i consensi. In realtà, il Nostro aveva un progetto ben più ambizioso (ed inconfessabile): non solo lanciare un’Opa ostile ai camarade del Partito comunista, ma provare a prosciugare finanche il serbatoio elettorale del Front National. Raccogliere due piccioni con una fava, insomma.

Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta; e le cose sono alquanto cambiate. Il Nostro, divenuto Presidente della Repubblica sol perché i francesi odiavano Sarkozy e avrebbero votato chiunque pur di disfarsene, ha iniziato a dover fare i conti con la tanto odiata (a sinistra) realtà. Anche quella dei numeri.

Se in principio, infatti, ai burocrati europei, che gli chiedevano di tenere sotto controllo i conti pubblici e di rispettare i vincoli europei, sembrava quasi indirizzare quotidianamente, per la gioia dei Bersani e dei Fassina italici, un “lepeniano” (o simil-fascista, che dir si voglia) Je m’en fous, con il tempo ha progressivamente cambiato atteggiamento. Tanto che oggi, con toni soddisfatti e verrebbe da dire teutonici (nel senso di: “merkeliani”), pur ammettendo l’impossibilità di centrare l’obiettivo del 3% (nel rapporto deficit/Pil), è arrivato a dichiarare:

«In due anni abbiamo conseguito un aggiustamento strutturale tanto inedito quanto significativo. Nel 2011, il deficit era al 5% del Pil, alla fine del 2012, al 4,5, e nel 2013 senza dubbio al 3,7, anche se cercheremo di portarlo ad un livello inferiore».

Aggiungendo, per non apparire troppo “neoliberista” (per dirla à la Fassina):

«La giusta strategia economica è quella di continuare a muoversi lungo questo sentiero senza fare nulla che possa indebolire la crescita».

Rigorista, dunque, ma con juicio?

Non si direbbe. Visto che, dopo aver sottolineato che «bisogna essere più rigorosi nella gestione senza cadere vittima dell’austerità», s’è affrettato a puntualizzare:

«Aggiustare i conti è un obbligo finanziario, morale, ma è anche un obbligo di sovranità perché la Francia non deve mai essere in difficoltà sui mercati».

«Il debito del nostro paese è raddoppiato in dieci anni. Alla fine del mio quinquennato non voglio lasciare in eredità uno stato del mio paese che sia quello dell’indebitamento».

Per tale ragione, e parlando della non più procrastinabile riforma delle pensioni, ha aggiunto:

«Ci sono delle decisioni coraggiose da prendere e io lo farò per garantire la sostenibilità futura del nostro sistema previdenziale». «Decisioni da prendere» – nel corso dell’anno – «sia per risolvere l’emergenza finanziaria sia per garantire una riforma strutturale delle pensioni». E, alludendo ai sindacati, ha concluso: «Ciascuno dovrà prendersi le proprie responsabilità».

A Bersani e Fassina, insomma, ultimamente non gliene va bene una.



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