La parola agli imprenditori. Quanto vi ha salassato l’Imu?

L’Italia è un paese gravido di problemi. Uno di essi, e non necessariamente il meno importante, è legato al fatto che i signori che tirano le fila del cosiddetto “dibattito pubblico” – politici, giornalisti, opinionisti, economisti, docenti universitari e compagnia cianciante e cazzeggiante – quasi mai conoscono i problemi del “Paese reale”. Che si tratti di occupazione, di tasse, di Sanità, di sprechi pubblici o di burocrazia, poco rileva: lor signori, nove volte su dieci, quando affrontano uno di questi temi danno l’impressione di non capirne una beneamata mazza. Quasi che vivessero su Marte.

Lo prova, in questo istante, ad esempio, il dibattito, a tratti surreale, riguardante l’Imu.

Buona parte dei succitati guru de noantri asserisce che la gabella andrebbe mantenuta; che sarebbe meglio accordare la preferenza al taglio dell’Irpef e dell’Irap: così, essi postulano, si darebbe uno stimolo più incisivo alla crescita.

Trattasi di valutazione invero assai raccogliticcia: tra gli obiettivi summenzionati, infatti, non v’è conflitto alcuno. Si può tranquillamente sopprimere, o quantomeno dimezzare, l’Imu (intera) e, allo stesso tempo, ridurre l’Irap e l’Irpef. È solo una questione di volontà politica (che ai socialisti tutti, ad esempio, manca perché, com’è noto, difetta loro la capacità di ragionare). Esistono 410 miliardi di spesa che non finanziano il Welfare e su cui può tranquillamente calare l’accetta. Come sa ogni cittadino italiano che si rispetti.

In secondo luogo, se è vero, come postulano lor signori, che l’Imu sulla prima casa sia un falso problema, non altrettanto può dirsi per quella micidiale sulle seconde case, sui capannoni (e gli altri immobili usati dagli imprenditori) e sui terreni.

Qualche numero può aiutare a chiarirsi le idee.

L’Imu è pagata da 25,8 su 41,3 milioni di contribuenti totali. Tradotto. La stragrande maggioranza degli italiani versa codesto balzello all’Erario (e circa l’80% delle famiglie possiede almeno una casa).

L’Ici gravava sui cittadini per 9 miliardi di euro; l’Imu, che l’ha rimpiazzata, invece, per 23,7 miliardi. Tradotto. I proprietari di immobili, dalla sera alla mattina, si sono trovati a sborsare, rispetto a quando c’era l’Ici, circa 15 miliardi in più, quasi un punto di Pil. Soldi che sono stati sottratti ai consumi, al risparmio e agli investimenti; producendo, in concorso con altri fattori, in primis la crisi, il crollo logaritmico della domanda domestica (da cui dipende l’80% del nostro Pil) e l’aumento della disoccupazione.

Come se non bastasse, codesto grazioso tributo, cosa che può far piacere solo ai socialisti (e non certo alle persone democratiche e liberali), è fortemente progressivo. Ovvero pesa, probabilmente per 2/3, esclusivamente sul ceto medio e su quello medio alto. Vale a dire sui cittadini che, anche prima ch’esso entrasse in vigore, erano già fiscalmente torchiati al punto da arrivare a versare all’Erario anche oltre l’80% del proprio reddito (se il Paese cresce poco è anche perché troppo si tassa la ricchezza: ciò ne scoraggia la produzione).

Anche in questo caso fa d’uopo citare qualche numero: il 6% dei proprietari di immobili, da solo, versa circa il 30% dell’intero tributo. È bene precisare, tra l’altro, che, in moltissimi casi, si tratta di persone che, dalla sera alla mattina, e talvolta senza averne i mezzi, si sono trovati a pagare anche il 200-300% in più rispetto all’Ici: per il semplice motivo che, fino al giorno prima, erano tenuti a soggiacere ad una tassazione sugli immobili ch’era la più bassa d’Europa e che, d’improvviso, è divenuta, invece, la seconda più alta del Vecchio Continente superando finanche quella media dei paesi Ocse. E non sono leggende metropolitane: chi scrive, infatti e purtroppo per lui, pur non essendo un Paperon de’ Paperoni, ed anche per la disastrosa condizione finanziaria del Comune in cui risiede, che ha 2 miliardi di debiti, dalla notte al giorno ha sborsato il 158% in più.

Premesso questo, veniamo all’oggetto del post.

L’Imu grava, a quanto pare, soprattutto sugli immobili adibiti ad uso imprenditoriale:

«La Tabella riporta la distribuzione geografica del Valore Imponibile Potenziale IMU (VIP) medio per categoria catastale degli immobili; per le abitazioni tale valore è di circa 88 mila euro e per le relative pertinenze è di poco superiore a 16 mila euro. Il VIP medio più alto riguarda gli immobili ad uso produttivo (categoria catastale D) che è pari a circa 194 mila euro, seguono gli uffici e gli studi con un Valore Imponibile Potenziale IMU medio quasi di 110 mila euro e i negozi e le botteghe con un VIP medio di quasi 71 mila euro» (Agenzia del Territorio, pagina 6).

Ora, visto che in Italia gli imprenditori – commercianti, artigiani, ristoratori, industriali – sono perennemente ostracizzati da tutti, benché rappresentino la spina dorsale economica del Paese, qui, da oggi, si vorrebbe offrire loro un piccolo – e modestissimo – spazio a che possano raccontare cosa voglia significare fare impresa nel Belpaese; quali e quante tasse occorra pagare; quanto onerosa e vessatoria sia la burocrazia; quanto difficile sia lavorare, anche a causa dello stato che non paga i fornitori, ed assumere.

Se volete raccontare la vostra storia, conservando naturalmente l’anonimato per ragioni di privacy, potrete farlo lasciando uno o più commenti ai post che, via via, saranno qui pubblicati nella categoria “La parola agli imprenditori”. Tali commenti, poi, diverranno veri e propri post.

Iniziamo dall’Imu. Raccontateci quanto vi ha “seviziati”; quanto in più avete dovuto pagare rispetto all’Ici (così, forse, qualcuno dei succitati guru de noantri sarà costretto a cambiare idea e a fare i conti con la realtà).

Se vi va, e so che diversi imprenditori leggono questo blog (anche via feed), non vi resta che lasciare commenti a questo post.

Aggiornamento del 10 maggio.

Il Corriere della Sera, stamane, ha fornito ulteriori dati che meritano di essere presi in considerazione:

«La battaglia dell’Imu può fornire l’occasione per ripensare nel suo complesso la delicata questione delle imposte sugli immobili. L’attenzione si è concentrata sull’abitazione principale. Un aspetto socialmente importante.

L’Imu sulle prime case vale 4 miliardi sui 24 di gettito complessivo. Ma gli altri 20 derivano da tasse sulle seconde case, negozi e uffici (6 miliardi, più o meno). Soprattutto dall’Imu sugli immobili d’impresa: oltre 11 miliardi. Quest’anno, poi, per una modifica dei moltiplicatori, per l’aumento della quota di gettito che finirà nelle casse dello Stato costringendo quasi tutti i Comuni a portare l’aliquota sui capannoni al livello massimo dell’1,06%, il prelievo sulle imprese è destinato a salire ulteriormente.

A soffrire, come sempre, saranno soprattutto i piccoli. L’Imu si è aggiunta nel 2012 a una selva di imposte che, per gli onesti, porta la pressione fiscale al 56%. Come dire che un piccolo artigiano e un piccolo commerciante devono lavorare per pagare il Fisco, patrimoniale sugli immobili compresa, fino a luglio inoltrato» (Massimo Fracaro e Nicola Saldutti).



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