Un governo balneare

Per carità. Il governo Letta è in carica da sole tre settimane e sin qui nessuno l’ha visto in azione: giudicarne l’operato, dunque, è impossibile. Tuttavia, molteplici indizi concorrono a far ritenere che il suo orizzonte sia oltremodo limitato; e che la mission che lo sorregge sia esclusivamente quella di adottare provvedimenti-tampone per fronteggiare piccole emergenze.

Sin qui, nessun esponente dell’esecutivo, a cominciare dal titolare di Via XX Settembre, Fabrizio Saccomanni, ha dato mostra di volersi occupare di problemi strutturali: non una parola abbiamo udito sulla necessità di riqualificare e ridurre la spesa corrente, soprattutto per consentire incisivi tagli alla pressione fiscale (nonché per scongiurare il futuro aumento dell’Iva) e per questo tramite dare impulso alla domanda interna e alla crescita; né si è avuto modo di vedere sottolineata l’esigenza di avviare un vasto piano di privatizzazioni per decurtare il debito, assottigliare la spesa per interessi e rendere meno soffocanti gli avanzi primari. Al contrario, è sembrata prevalere una logica di “breve periodo” e di natura, per di più, ragionieristica: occorre reperire danaro per far fronte a talune incombenze, il rifinanziamento della cassa integrazione o la sospensione della prima rata dell’Imu, e lo si fa semplicemente spostando risorse da un capitolo all’altro del Bilancio dello Stato, o, peggio, ricorrendo a nuovi – ed improbabili – balzelli come quello suggerito dal viceministro dell’Economia in quota Pdl, Luigi Casero, e riguardante le cosiddette sigarette elettroniche. Sai che novità.

Come se non bastasse, hanno iniziato a farsi strada proposte potenzialmente pericolose, e che pertanto dovranno essere attentamente vagliate, come quella di rimettere in discussione la riforma delle pensioni varata dalla Fonero onde consentire alle persone di accedere prima del previsto alla quiescenza. Se, come “ufficialmente” prospettato, il costo della misura fosse davvero a carico del singolo pensionato, che per ritirarsi anzitempo dal lavoro dovrebbe accettare un vitalizio meno corposo, nulla quaestio. Ma, se si dovesse scoprire che a rimetterci sono i giovani e le casse dello stato, come in passato è già avvenuto quando si abolì lo scalone Maroni, le cose cambierebbero, e di molto, e i mercati e l’Unione europea ce la farebbero pagare a caro prezzo.

Sul fronte del mercato del lavoro, poi, prende corpo l’idea di correggere la recente riforma licenziata dal governo Monti: l’obiettivo, sicuramente giusto, sarebbe quello di ripristinare una maggiore flessibilità in entrata per rendere più agevole l’assunzione di giovani. Tuttavia, accanto a questo, viene proposto anche di far ricorso alla cosiddetta “staffetta generazionale”. Il governo, in cambio di incentivi economici, 500 milioni di euro messi sul piatto (e non si sa dove reperiti), vorrebbe spingere le persone cui mancano 5 anni alla pensione ad accettare contratti part time, onde creare maggiori opportunità di lavoro per i giovani. Attraverso questo “scambio”, di cui beneficerebbero economicamente anche le aziende che procedessero a nuove assunzioni, si vorrebbero creare 50.000 posti di lavoro. Il punto è che la staffetta generazionale ricorda, maledettamente, il “lavorare meno, lavorare tutti” che mai ha avuto esiti positivi, lì dove è stato applicato. In più, si tratterebbe di “posti di lavoro sussidiati”: venendo a mancare un giorno i sussidi, verrebbero a mancare anche i posti di lavoro da essi creati. Una misura molto poco lungimirante. Meglio sarebbe intervenire con una draconiana e strutturale riduzione del cuneo fiscale e/o dell’Irap: basterebbe, come ha suggerito il professor Giavazzi, utilizzare allo scopo 10 (dei 36) miliardi attualmente erogati a fondo perduto, e per ragioni clientelari, a talune aziende. Ma dovrebbe esserci ciò che, allo stato, pare mancare: la volontà politica di tagliare la spesa corrente.

Sul fronte Imu, poi, sta andando in scena una vera e propria farsa. Non è chiaro se, alla fine, verrà effettivamente abolita quella sulla prima abitazione; né come tale misura dovrebbe essere finanziata: incrementando quella sulle seconde case e i negozi, come vorrebbe il Pd (e, forse, anche Scelta Civica)? Aumentando il prelievo, come mesi fa suggeriva Berlusconi, sulle sigarette, i giochi e l’alcool? Nessuno lo sa. Allo stesso modo, si sta facendo credere che verrà ridotta anche quella sui capannoni; quando, invece, al massimo ci si limiterà a scongiurarne il previsto aumento (congelandolo). Nulla, invece, viene propospettato per quella, oltremodo infame, che grava sugli immobili invenduti delle società di costruzioni; e che sta contribuendo a mandare a gambe all’aria un settore già pesantemente devastato dalla crisi, come ieri si è premurata di evidenziare l’Abi.

Insomma, la sensazione, verrebbe da dire: la certezza, è che, tanto per cambiare, i nostri governanti stiano ancora perdendo tempo; cazzeggiando; illudendosi che si possa uscire dal tunnel della crisi senza radicali riforme di sistema; e senza ridimensionare il perimetro, oramai elefantiaco, dello stato e operando drastici tagli alle imposte.

Quando lo capiranno, ahinoi, sarà troppo tardi: le piazze riboccheranno già di persone furenti e molto poco pacifiche.

E il Fascismo (grillino) sarà già alle nostre porte.



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