L’ora della violenza, purtroppo, s’approssima vieppiù

Stiamo approssimandoci al punto di non ritorno: quello oltre il quale il disagio sociale non avrà altro sbocco che la violenza (individuale o di massa, è difficile da prevedere). Non è un auspicio, naturalmente, ma una certezza. Dettata dalla logica.

Il numero dei disoccupati ha raggiunto una soglia inquietante (oltre 3.200.000); il Paese, unico tra i principali in Europa, seguita ad essere in recessione; la pressione fiscale, già dal 1998 superiore a quella della zona Euro, ha conseguito un livello oggettivamente non più sostenibile e tale da rendere chimerica ogni ipotesi di robusta e stabile ripresa economica; i consumi interni – vuoi per le tasse, vuoi per la crisi, vuoi per la disoccupazione, vuoi per la mancata restituzione del fiscal drag – ristagnano e nessun programma di detassazione prospettato, sin qui, appare credibilmente in grado di rianimarli, nel breve come nel lungo termine (e dalla domanda interna dipende il 70-80% del nostro Pil); le imprese, mai amate in questo paese di fottutissimi catto-comunisti di merda, arrancano sotto il peso di sempre maggiori vessazioni di ogni genere, tipo, sorta e natura; tanto che quelle cosiddette “storiche”, ovvero in vita da più di 50 anni, come mosche iniziano a cadere a terra stecchite; il sistema bancario, fatto oggetto di accuse plebee e fasciste, sovraccarico, com’è, di crediti difficilmente esigibili (la crisi rende tutti cattivi pagatori e le rate del mutuo non vengono onorate), ed “obbligato” ad acquistare Buoni del Tesoro per parare il culo alla Nazione, non riesce ad erogare prestiti a sufficienza; chi ci governa, anziché ridurre la spesa (in rapporto al Pil) e portarla al livello dei principali partner europei, dal 52 al 46-47% della Germania, sì da poter ridurre le tasse (necessarie a finanziarla) e dare uno stimolo alla “ripartenza”, in ossequio al peggior keynesismo d’accatto si perita di incrementarla stabilizzando i lavoratori precari della Pubblica amministrazione (mentre, nel mondo intero, i dipendenti pubblici vengono solo e soltanto licenziati per assottigliare il peso dello stato); il debito pubblico, per ragioni inerziali e non, seguita a crescere beatamente e a costarci, in interessi, il doppio di ciò che costa a qualunque altra nazione europea (80 miliardi, circa, contro 40); nessuno si prende la briga di avviare, al contrario di quanto avvenga in qualunque altra parte del globo terracqueo (addirittura in Brasile), un serio e credibile programma di privatizzazioni per abbattere il debito, falcidiare la spesa in interessi e liberare risorse sì da poterle impiegare più proficuamente altrove; intanto, s’approssima il 2015, l’anno in cui, in ossequio al sacrosanto Fiscal Compact, dovremo iniziare a ridurre lo stock di debito di un ventesimo l’anno per vent’anni e, se non lo si farà con le privatizzazioni, lo si dovrà fare con avanzi primari (dati dalla differenza tra le entrate e le uscite dello stato) consistentissimi e tali da mantenere in ginocchio il Paese per decenni; gli analisti di tutto il mondo, poi, segnalano come la “ripresina” imminente non sarà accompagnata da una crescita dell’occupazione, ma a noi non interessa perché quella “ripresina”, se continuiamo di questo passo, non la vedremo mai (e, anche se dovessimo vederla, si tradurrebbe in una crescita del Pil anemica, nell’ordine di uno 0,2-0,3%); se tutto va bene, poi, ritorneremo ai livelli pre-crisi, in termini di Pil e di occupazione, tra 10-15 anni; siccome, però, non stiamo facendo alcunché perché le cose possano andarci per il verso giusto, recupereremo quanto perso in ricchezza nazionale ed occupazione in non meno di 20-25 anni, cioè nel 2033-2038 (lo dicono tutti gli analisti economici); a quel punto, però, non faremo altro che ritornare alla “casella di partenza”: quella che ci vedeva essere il “malato d’Europa” già prima che scoppiasse la crisi economica internazionale, con l’aggiunta di una maggiore povertà (che toccherà tutti).

Questa è la fotografia della nostra condizione: una mera descrizione della medesima. Niente in più.

Ecco. Come possiamo ragionevolmente pensare di risollevarci se continuiamo con questo andazzo, se non facciamo riforme strutturali, non ridimensioniamo il perimetro dello stato, non incentiviamo l’intrapresa, la produzione di ricchezza e di occupazione e non ci reinventiamo da zero? Non è dato sapere.

La Germania, alla fine degli anni ’90, era universalmente considerata, esattamente come lo siamo noi da diversi lustri, il “malato d’Europa”. Poi arrivò al potere un gigante: il socialdemocratico Gerhard Schröder (altro che quei cazzoni comunisti di casa nostra) che, con la sua Agenda 2010, ne ridisegnò radicalmente il volto regalandole un futuro di prosperità: 1) tagliò di 60 miliardi le tasse (e la spesa) a tutti, inclusi i ricchi (cui ridusse l’aliquota marginale dal 52 al 42%); 2) falcidiò il cuneo fiscale; 3) ridimensionò il Welfare, divenuto troppo oneroso per i tempi e le tasche dei tedeschi; 4) introdusse dosi oltremodo massicce di flessibilità in entrata, altro che legge Treu e legge Biagi, nel mercato del lavoro. Grazie (soprattutto, ma non solo) a queste misure, la Germania è divenuta la locomotiva d’Europa.

Ecco. All’Italia servirebbe una cura simile. Una roba che, in estrema sintesi, potrebbe essere questa: 1) 100 miliardi di tagli alle tasse (e alla spesa) da ripartire in questo modo: a) 24-32 miliardi per introdurre due sole aliquote, una al 23 e l’altra (la più alta) al 33% (così da provare anche a contrastare seriamente, e non con inutili ed illiberali misure da Stato di Polizia tributaria, l’evasione fiscale); b) 40 miliardi per cancellare l’Irap; c) 30 miliardi circa da utilizzare per incrementare le pensioni al minimo, le detrazioni per i carichi familiari e ridurre l’Imu sui capannoni e le seconde case; 2) Cancellare completamente la riforma Fornero del mercato del lavoro e ritornare allo status quo ante; 3) Introdurre, sempre nel mercato del lavoro e per un arco di tempo limitato, diciamo almeno un lustro, nuove forme contrattuali ancora più flessibili onde facilitare, in ogni modo possibile, il riassorbimento della disoccupazione; 4) Introdurre nel nostro ordinamento i cosiddetti mini-jobs tedeschi; 5) Dotarsi della più “laica” e liberale legislazione europea in materia di ricerca e sperimentazione sugli OGM, sì da poter attrarre investimenti esteri copiosi e dare ulteriore stimolo alla crescita e alla occupazione (il futuro del Pianeta dipende, sotto ogni punto di vista, dagli OGM, piaccia o meno, lo si capisca o no: essere all’avanguardia in questo ambito, significa garantirsi un posto al vertice negli equilibri mondiali futuri); 6) Privatizzare tutto il privatizzabile per falcidiare, finalmente, il debito e liberare miliardi, a diecine, oggi impiegati nel pagamento degli interessi sul debito stesso; 7) Incentivare, con consistenti detassazioni e vantaggi fiscali vari, la quotazione in Borsa di nuove aziende (secondo uno studio della Bocconi, se a Piazza Affari approdassero altre 700 aziende, oltre alle circa 300 oggi presenti, il nostro Pil avrebbe una crescita aggiuntiva oscillante tra lo 0,9 e l’1,5% e si creerebbero 137.000 posti di lavoro); 8) Liberalizzare ogni segmento di mercato e, in particolar modo, quei comparti a causa dei quali l’Italia, oggi, ha un differenziale d’inflazione rispetto alla Germania (il che incide negativamente sulla sua produttività). Fermiamoci qui (anche se di cose da fare ce ne sarebbero moltissime altre ancora).

Ecco. Avessimo uno Schröder o un Cameron, questi provvedimenti, oggettivamente indispensabili, sarebbero già stati adottati (magari proprio da un esecutivo di larghe intese come quello attuale). Avendo noi, però, null’altro che un Letta/Renzi, un Alfano/Berlusconi e un Grillo, gente che di giorno propone una cosa e di sera ne fa un’altra, e di segno opposto, queste misure non saranno mai varate. Mai.

Ragion per cui è inevitabile che da noi, prima o poi, le strade inizino a traboccare violenza. E quel momento, ahinoi, è sempre più vicino (come testimonia, drammaticamente, anche l’intervista a Saccomanni).

Non resta che espatriare, dunque: l’unica exit strategy possibile.



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4 Responses to "L’ora della violenza, purtroppo, s’approssima vieppiù"

  • Augusto says:
  • camelot says:
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