2013-2017: la spesa corrente crescerà di altri 45 miliardi, le entrate di 87

Qualche giorno fa, intervistato da Alan Friedman, Nouriel Roubini, considerato (a torto o a ragione, poco rileva) uno dei più importanti economisti viventi, ha sentenziato che, tra dieci anni, se il Belpaese non farà riforme strutturali, passerà a miglior vita: causa scarsa crescita, disoccupazione giovanile, eccesso di pressione fiscale ed elevato debito pubblico. Quest’ultimo, in particolare, arriverà ad essere economicamente insostenibile per effetto congiunto del modesto sviluppo del Pil e dell’attesa crescita degli interessi reali:

«Le cose si faranno tragiche sotto molti aspetti. Prima di tutto i giovani che non hanno lavoro rimarranno in larga parte disoccupati, il reddito pro-capite delle famiglie continuerà a scendere, quindi il malessere economico e sociale aumenterà, e alla fine la crescita lenta implicherà che il debito nazionale non sarà più sostenibile perché già oggi è oltre il 130% del Pil ed i tassi di interesse reale cresceranno gradualmente mentre le economie del mondo si normalizzeranno, in Usa e in Europa. E se la crescita sarà lenta, allora il rapporto col debito, il rapporto tra debito e Pil, crescerà costantemente finché ad un certo punto diventerà insostenibile. Quindi vi ritroverete con una crisi del debito e il rischio default (…). Quindi avrete un “debt default” come la Grecia, un declino economico che diventerà permanente e ci saranno problemi sociali (…), il divario tra i giovani e gli anziani, tra i poveri e i ricchi. E questo creerà ancora più instabilità economica, finanziaria, fiscale e alla fine instabilità politica e sociale (…). E le conseguenze politiche potrebbero portare i partiti e gruppi populisti a godere di un vantaggio tale da esacerbare lo stesso declino economico (…)».

Insomma, o l’Italia cambia, fa riforme strutturali, cessa d’essere il malato d’Europa, taglia tasse e spesa e inizia ad abbattere il debito mediante privatizzazioni, o, presto o tardi, si ritroverà a fare i conti con un declino economico permanente, una povertà diffusa, un malessere sociale a tal punto profondo da sfociare in violenza e tumulti di piazza, e l’ascesa di movimenti neofascisti (si legga alla voce: Movimento 5 Stelle). (Tutte cose che, per non sapere né leggere né scrivere, qui si va dicendo da più di anno).

Un altro economista, Sergio De Nardis di Nomisma, in un’ottima analisi, qualche giorno fa ha evidenziato un aspetto che, spesse volte, si dimentica. Questo:

«Le determinanti delle due recessioni sono state diverse: nel 2008, il fattore scatenante fu la contrazione del commercio mondiale con caduta delle esportazioni; cioè un fatto largamente esogeno alla situazione italiana. Nel 2011, la recessione è stata, invece, indotta dalla compressione della domanda interna conseguente alle politiche di austerità adottate per rispondere alla crisi euro e dei debiti sovrani; è stata dunque provocata da una decisione, più o meno obbligata, di politica economica (…)».

Ecco, a parte l’erroneo riferimento alle “politiche di austerità”, che noi nemmeno lontanamente abbiamo visto perché, dal 2010 al 2012, abbiamo fatto “correzioni di Bilancio” basate al 72% (e cioè quasi esclusivamente) su maggiori tasse (al contrario di tutte le altre nazioni europee), e l’austerity implica all’opposto vigorosi tagli di spesa pubblica, De Nardis centra perfettamente la questione: l’attuale crisi economica, per noi italiani, è endogena; cioè derivante dalla scelta (pessima) dei nostri politicanti di far ricorso, per far quadrare i conti, prevalentemente a maggiori entrate (tasse). La ragione per cui siamo l’unico paese ancora in recessione.

Lo attesta, in maniera inconfutabile, la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza predisposta dal governo Letta.

Ebbene, nonostante i Fassina e i Cuperlo, per non parlare dei Renzi, degli Alfano, dei Brunetta e dei Lupi, ci raccontino, un giorno sì e l’altro pure, che la spesa pubblica italiana è stata sottoposta ad energici tagli che ne hanno congelato la crescita, le cose, in realtà, stanno molto diversamente.

Com’è di tutta evidenza, guardando la tabella alla voce “totale spese correnti al netto degli interessi” (pubblicata a pagina 37), la spesa pubblica primaria corrente, anziché diminuire, negli anni a venire seguiterà a crescere. Quest’anno s’attesta a 672 miliardi e 752 milioni di euro. Nel 2014, invece, aumenterà di quasi 8 miliardi arrivando al valore di 680 miliardi e 612 milioni. Nel 2017, l’ultimo anno cui fa riferimento la Nota, poi, essa arriverà a 718 miliardi e 424 milioni facendo registrare, rispetto all’anno in corso, un incremento di 45 miliardi e 672 milioni. Meno male che ne hanno fermato la crescita.

Come se non bastasse, la “spesa per consumi intermedi”, quella sostenuta dalla Pubblica amministrazione per l’acquisto (ad esempio) di siringhe e risme di carta e di cui ci siamo occupati anche di recente perché, se ne fossero espunti sprechi e ruberie, si potrebbe decurtare di 30 miliardi senza intaccare in alcun modo i servizi, nel 2017, e rispetto all’anno in corso, aumenterà di 9 miliardi e 79 milioni (passando da 129 miliardi e 580 milioni a 138 miliardi e 659 milioni).

Naturalmente, parte di tali aumenti si spiega con l’indicizzazione della spesa stessa, cioè con la rivalutazione monetaria destinata a sterilizzare gli effetti inflattivi. E, però, in un momento in cui si congettura addirittura di deindicizzare le pensioni, finanche quelle di modesto valore, appare inverosimile che si seguiti a rivalutare la spesa corrente. Anche perché ciò richiede maggiori tasse.

Non a caso, le entrate correnti, nel 2017, subiranno un incremento di 87 miliardi e 197 milioni (rispetto al 2013), passando dal valore attuale di 748 miliardi e 816 milioni a 836 miliardi e 13 milioni.

Quanto alla pressione fiscale, essa passerà dal 44,3 al 43,3%. Ma questo, con ogni probabilità (e lo dico da non economista), è da imputarsi esclusivamente alla crescita attesa, tra il 2013 ed il 2017, del Pil nominale (la pressione fiscale è un rapporto al cui denominatore, appunto, figura il Pil). Crescita che, com’è altamente probabile se si seguiterà a frenarla introducendo nuove imposte, dovesse risultare alla fine inferiore alle aspettative, porterebbe la pressione fiscale a livelli ben maggiori. E lo stesso accadrebbe alla spesa pubblica complessiva in rapporto al Pil: prevista al 48%, nel 2017, in flessione, rispetto all’attuale 51,9.

In conclusione, i signori della politica continuano a tassarci a sangue attribuendone la responsabilità all’Europa, alla Germania e alla Merkel. Ma, in realtà, e come dovrebbe risultare evidente, lo fanno esclusivamente perché continuano a far lievitare la spesa mediante la quale comprano, si pensi alla stabilizzazione clientelare di 69.000 dipendenti pubblici avvenuta qualche settimana fa, il voto di milioni di connazionali.

È questo che ci sta mettendo in ginocchio ed impoverendo vieppiù. Non altro.

Se non fosse chiaro, la spesa e le tasse italiane (in rapporto al Pil) superano quelle della Germania, del Regno Unito, dell’Irlanda e della Spagna (dati Eurostat).



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13 Responses to "2013-2017: la spesa corrente crescerà di altri 45 miliardi, le entrate di 87"

  • Matteo says:
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