Per tagliare le tasse non basta ridurre gli stipendi a manager e dirigenti pubblici. Occorre licenziare dipendenti

Se non mettiamo al bando la demagogia ed il populismo, non finiremo male, finiremo peggio.

La decisione di introdurre un tetto di 311.000 euro agli stipendi dei manager pubblici è, ad avviso del sottoscritto, e come detto altrove, un errore madornale: il rischio è che il “pubblico” finisca per attrarre solo gli incapaci, peggiorando la condizione, già pietosa, in cui versano le società dello stato. Se il “privato”, tanto per fare un esempio, offre 3.000.000 di euro l’anno ai bravi manager, perché mai costoro dovrebbero accettare di lavorare per il “pubblico” e guadagnarne “solo” 300.000? Non solo. Se si fosse voluta fare una cosa davvero giusta, utile soprattutto a migliorare la gestione delle aziende statali (e, dunque, la qualità dei servizi offerti ai cittadini), più che tagliarlo, lo stipendio dei manager, lo si sarebbe dovuto suddividere in due parti, una fissa ed una variabile; e legare quest’ultima alle performance conseguite: migliori queste, più alta quella e, complessivamente, lo stipendio stesso.

Questo giudizio, naturalmente, non piace alla “gggente”, che gradisce essere turlupinata dai populisti e dai demagoghi (o brama fare lotta di classe). Poco male. L’essenziale è che sia condiviso, in toto, dagli addetti ai lavori del settore privato e dalle persone dotate di raziocinio. Ma c’è anche un’altra ragione per ritenere quantomeno inutile il provvedimento in esame. Prima di analizzarla, però, va detta una cosa assolutamente importante.

Il succitato tetto, e checché ne pensi la stragrande maggioranza degli italiani, indotta in errore dalla stampa, è stato introdotto con un decreto ministeriale del 24 dicembre del 2013 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 17 marzo 2014). Non è opera di Renzi, che è divenuto premier il 22 febbraio del 2014 e non ha fatto altro che prendersene il “merito”, dunque, ma del suo predecessore, Enrico Letta. Ciò detto, veniamo al dunque. Ai numeri.

Il provvedimento in oggetto riguarda solo le società controllate dal Ministero dell’Economia (MEF), e non anche quelle “locali” (le municipalizzate, ad esempio), e purché non siano quotate in Borsa. Di quante società parliamo? Quanto ci costano, soprattutto, gli emolumenti dei manager che le guidano, attualmente? Per rispondere a questi quesiti, ci affidiamo all’economista, nonché docente universitario, Roberto Perotti. Il quale, tra l’altro, negli ultimi mesi, ha avuto modo di indulgere, a più riprese, in analisi qualunquistiche e demagogiche. Dunque la “gggente” potrà – e dovrà – ritenerlo assai attendibile:

«Nel complesso, i compensi ai membri dei CDA delle 29 società’ controllate dal MEF ammontavano nel 2012 a 13,5 milioni».

Ecco. Delle 49 società, controllate complessivamente da Via XX Settembre in modo diretto o indiretto, solo 29 sono interessate dall’intervento. Quanto agli stipendi dei manager, a noi contribuenti (inclusi quelli della “gggente”) costano 13,5 milioni l’anno su 800 miliardi di spesa pubblica complessiva. Spiccioli, dunque. Argent de poche. Nulla, insomma. E, dal loro taglio, al massimo potremo risparmiare 5 milioni di euro, ad occhio e croce. Meno di niente.

Può mai una persona gioire per tale sesquipedale presa per il culo? Se è un classico utente di Facebook, un membro onorario della “gggente” o un elettore di Grillo, senz’altro. Se, al contrario, è una persona dotata d’intelletto, ovviamente no. Anche perché il provvedimento, sere fa, da Renzi, ospite di Lilly Gruber a Otto e Mezzo, è stato venduto come un risarcimento al popolo per tutti i sacrifici economici che ha dovuto sin qui affrontare.

Peccato che i sacrifici, al popolo, non li abbiano fatti fare i manager delle società pubbliche, ma i politici: con diecine e diecine di miliardi di tasse in più. E peccato ancora che, col tetto agli stipendi dei manager, al popolo non arriverà alcunché in tasca (e, pertanto, dovrà continuare a farli, i sacrifici).

Non solo. Già che ci siamo, e siccome nelle prossime settimane il bimbominkia grillino Renzi (molto in sintonia con la “gggente”) presenterà un provvedimento per ridurre lo stipendio dei dirigenti pubblici, ci portiamo avanti con il lavoro valutando quanto si potrebbe risparmiare.

Ebbene, sempre grazie al professor Perotti apprendiamo che, decurtando del 20% la busta paga dei dirigenti apicali e del 15 quella dei dirigenti intermedi, e tenuto conto anche del taglio allo stipendio dei manager pubblici, complessivamente si «potrebbe fare risparmiare allo Stato fra gli 800 milioni e 1 miliardo. Tutto questo senza licenziare né mettere sul lastrico nessuno». Perdindirindina. Qui, l’affare s’ingrossa (capisc’ a me, aum, aum). Vuoi mettere quanto sia meglio fare questi tagli e non quelli, del valore di 30 miliardi l’anno, alla spesa per l’acquisto di risme di carta, matite e penne, di cui parla ripetutamente quel cazzone patentato del tenutario di questo blog, e che nessun politico prende in considerazione perché in quell’ambito girano tangenti? Non c’è proprio paragone. Meglio tagliare di 800 milioni-1 miliardo di euro, anziché di 30 miliardi l’anno, la spesa pubblica. Non c’è dubbio.

Ritornando seri, il punto è che, se non si licenzia nel pubblico impiego, e non si capisce che a noi contribuenti costano molto di più i dipendenti “normali” (perché in numero maggiore) che non i dirigenti o i manager, si continuerà a fare solo demagogia e lotta di classe contro i ricchi (“pubblici” o “privati”, poco rileva); non si individuerà mai una voce di spesa su cui poter affondare pesantemente il bisturi; e, dunque, non si ridurranno mai significativamente le tasse. È chiaro, il concetto? Per abbassare le imposte occorre far tagli di diecine e diecine di miliardi di euro, non di 800 milioni.

Tanto per fare un esempio. Un punto di Iva costa 4 miliardi. Se volessimo riportarla al 20%, dal 22 attuale, avremmo bisogno di 8 miliardi (annui) di tagli alle “uscite” dello stato. Ed è su voci di spesa che consentano tali economie, che dovremmo concentrarci. Altrimenti i poveri (gli incapienti), quelli di cui tutti si riempiono la bocca, a cominciare dai rappresentanti della “gggente” copiosamente presenti su Facebook, continueranno a fare la fame. Chiaro?

Veniamo, anche in questo caso, ai numeri. Sempre e solo i fottutissimi numeri. Quelli che la “gggente” ignora perché, per apprenderli, dovrebbe studiare e farsi il culo: precisamente ciò che abborrisce fare perché richiede sforzo. Anche questa volta ce li fornisce il professor Perotti, con queste tabelle.

Ebbene, si prenda in considerazione la voce “Presidenza del Consiglio Ministri”. Vi sono 119 dirigenti apicali che guadagnano, in media, 218.680 euro l’anno; 185 dirigenti di grado inferiore, nel grafico indicati come “altri dirigenti”, che introitano, in media, 110.485 euro annui; infine, 2.114 dipendenti “normali”, facenti parte del “personale non dirigente”, che guadagnano, in media, 65.767 euro l’anno.

Andiamo, adesso, a vedere quanto ci costano.

I dirigenti tutti, quelli apicali e quelli di grado inferiore, complessivamente, ci costano: 46.462.645 euro l’anno (26.022.920 euro i dirigenti apicali, 20.439.725 gli altri). 46 milioni e passa. Tenete a mente questa cifra (e le altre che verranno pubblicate).

Passiamo ai dipendenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Costano al contribuente: 139.031.438. 139 milioni e passa, signori.

Ora si prenda in considerazione la voce “Ministero della Giustizia”. Quivi lavorano 6 – dicansi: sei! – dirigenti apicali che portano a casa, ogni anno, in media 202.755 euro; 262 dirigenti di grado inferiore, poi, che introitano 79.156 euro annui; 41.792 dipendenti, infine, che intascano 28.244 euro all’anno.

Ebbene, i dirigenti tutti, nel loro complesso, ci costano 21.955.402 euro (1.216.530 euro i dirigenti apicali, 20.738.872 gli altri). 21 milioni e passa all’anno.

I dipendenti, invece, ci costano: 1.180.373.248. Se non fosse chiaro: un miliardo e rotti l’anno.

Devo aggiungere altro, se non che queste dinamiche sono confermate in ogni singolo ambito della Pubblica amministrazione, ministero o ente locale che sia (come si può appurare dalle tabelle o dai dati altrove considerati)?

Credo (e spero) di no.

Voi, però, seguitate pure ad illudervi che, con il mero taglio agli stipendi dei ricchi manager e dei dirigenti pubblici (a quest’ultimi va fatto, è giusto), e senza licenziare centinaia di migliaia di dipendenti “normali”, si possano trovare le risorse per ridurre significativamente le tasse, rilanciare l’economia e l’occupazione (produttiva, quella del settore privato), ed emancipare dall’indigenza “gli ultimi”.

Continuate pure a pensarlo e a farvi gabbare dai Grillo e dai bimbiminkia come Renzi. Ve lo meritate.

Visto che siete gonzi.

Aggiornamento del 9 aprile.

Dello stesso avviso del sottoscritto è l’economista e politologo americano Edward Luttwak. Da leggere la sua interista al quotidiano Italia Oggi. Luttwak: non c’è alternativa al licenziare i dipendenti pubblici.

Ps. A proposito di gonzaggine. Sono stati appena stabilizzati, dal Ministro di Scelta Civica Stefania Giovannini, ed al costo (per noi contribuenti) di 450 milioni, 24.000 – dicansi: ventiquattromila – bidelli. Ne saranno contenti i neo alleati di Scelta Civica, quelli di Fare per Fermare il Declino. Niente di meglio, per fermare il declino economico del Paese, infatti, che assumere diecine di migliaia di bidelli (Pomicino docet). D’altra parte, i 111.980 che avevamo già (alla data del 2009), erano indubitabilmente troppo pochi  (diciamo francamente). Melius abundare, soprattutto se si è in campagna elettorale ed occorre comprare voti, essendone del tutto privi.



Tags: , , , , ,

3 Responses to "Per tagliare le tasse non basta ridurre gli stipendi a manager e dirigenti pubblici. Occorre licenziare dipendenti"

  • tripudio says:
  • zse says:
  • camelot says:
Leave a Comment