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Fini al Quirinale, Tremonti a Palazzo Chigi

giovedì, 21 gennaio 2010

Gianfranco Fini e Giulio Tremonti foto

Dunque, a quanto riferisce Affaritaliani, Tremonti e Fini – con il benestare di Berlusconi e Bossi – avrebbero siglato un patto che prevede quanto segue: il tributarista di Sondrio, nella prossima legislatura, prenderebbe il posto di Silviuccio nostro alla guida del centrodestra; Gianfranchino, invece, finirebbe dritto dritto al Quirinale, quale Capo dello Stato.

A noi questa ipotesi fa semplicemente stomacare. E per diverse ragioni.

Innanzitutto, Tremonti – e non ha mancato di rimarcarlo, sia pur sottotraccia, anche nell’ultima intervista che ha concesso – ha in mente un centrodestra alquanto diverso da quello cui ha dato vita il Cav.. Un centrodestra a tal punto dissonante da quello delle origini – quello del “partito liberale di massa”, per intenderci – da poter essere qualificato, e senza esagerazione alcuna, come “centrosinistra moderato”.

D’altra parte, cosa ci si può attendere da un signore che dichiara: “Magari la gente leggesse Marx. È un genio”; da chi, un giorno sì e l’altro pure, attacca il mercato, il liberalismo, il capitalismo; da chi, in quasi due anni di governo, non ha mai parlato – pur essendo Ministro dell’Economia di un Gabinetto di centrodestra – di liberalizzazioni, di privatizzazioni, di abolizione del valore legale del titolo di studi (tutta roba prevista nel programma del Pdl); cosa ci si può attendere da un signore che – manco fosse un bolscevico piovuto dalla Luna – fa l’elogio, nel 2010, del posto fisso; da uno che cita, oltre Marx, il Levitico e Proudhon, e mai – non dico Ayn Rand, ma almeno – Luigi Einaudi e Michael Novak? Non ci si può attendere, evidentemente, che dia voce al vasto popolo dei moderati e dei liberali italiani.

Ci si può attendere, però, che dia vita ad un “centrosinistra moderato” – sul modello del pentapartito, del centrosinistra storico, sia pur riveduto e corretto – che abbia un profilo ideologico e programmatico di stampo cripto-fascista. Vale a dire: di destra, per quanto concerne le questioni che afferiscono all’immigrazione e alla legalità; “confessionale“, sui temi “eticamente sensibili”; e di sinistra, per quanto attiene alla politica economica (“Dio, Patria e Famiglia“: il motto del socialista Benito Mussolini).

Questo, e senza possibilità di smentita, è il centrodestra che Tremonti ha in mente. Lo ha ripetuto più volte. Lo ha chiarito in numerose circostanze (cosa che, ovviamente, è sfuggita a quel gran genio di Valium Feltri, le cui analisi, è un fatto noto, son considerate leccornie dai coprofagi).

Per tali ragioni, il fatto che Fini abbia acconsentito ad ascendere al Quirinale, bandendo il proposito di succedere a Silvio, non può che essere accolto – sempreché le cose stiano davvero così – con sfavore e preoccupazione.

Chi darà voce a quanti, e siam convinti siano la maggioranza degli elettori della coalizione berlusconiana, reclamano ancora “meno stato e più mercato”? Chi darà voce a quanti agognano un “autentico” centrodestra?

Noi, se il centrodestra fosse guidato dal socialista di Dio Tremonti, non lo voteremmo: siam di destra, mica catto-social-comunisti (o fascisti, che è lo stesso).

P.S. Non è un caso, tra l’altro, che Tremonti voglia introdurre meccanismi per favorire la “compartecipazione dei lavoratori agli utili di impresa”. Precisamente quanto era statuito dalla Costituzione “di sinistra” della Repubblica di Salò (da leggere quanto ha scritto in proposito l‘ottimo Adriano Teso).

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Aria fritta e sostanza

domenica, 13 dicembre 2009

Berlusconi, oggi, intervenendo a Milano, potrebbe inaugurare una sorta di “Predellino 2”. Potrebbe comunicare urbi et orbi la volontà di andare ad elezioni anticipate, per risolvere in questo modo i problemi esistenti all’interno della propria maggioranza (leggasi: Fini), e per rimediare all’attacco proveniente dalle “Procure militarizzate”. Al momento in cui scriviamo, siccome non disponiamo di poteri divinatori, cosa di cui ci scusiamo, non siamo in grado di prevedere cosa deciderà il Cavaliere. Siamo in grado, però, di ragionare su altro.

Innanzitutto, qualsiasi cosa possano dichiarare in questo periodo i politici, non va presa seriamente in considerazione (questo vale anche per il Cav.): c’è da definire ancora il “capitolo Regionali”; c’è da decidere le candidature; a chi spetti diventare assessore in caso di vittoria; quanto potere tocchi all’uno, quanto all’altro, e via dicendo. Trattasi di periodo in cui le nomenklature partitiche sono in fase di negoziazione: “Se io ti do il mio appoggio, tu cosa mi dai in cambio?”.

Per questa ragione, bene farebbero i commentatori ad evitare di prendere per oro colato ciò che, in questo istante, asseriscono i politici dell’uno e dell’altro schieramento. I quali, ora come ora, non fanno che “parlare a nuora perché suocera intenda”; e dunque siedono al tavolo verde, giocando una partita che, data la negoziazione in corso, non può che contemplare la necessita del bluff, onde alzare la “posta” e il proprio “potere contrattuale” (o di ricatto, che è la stessa cosa).

In tal senso, ovviamente, va presa la sortita di Casini. Il quale, da bravo democristiano qual è, vuole massimizzare la propria funzione di utilità individuale, in questo momento. Tradotto: vuole ottenere quante più poltrone è possibile per il proprio partito. E, siccome è un fottutissimo puttano – che negozia con la sinistra e con la destra, ma sogna di allearsi soprattutto con la seconda, in vista di un ritorno alla “casa madre” alle prossime Politiche -, sta ricattando il Cavaliere, usando la suddetta tecnica del “parlare a nuora a che suocera intenda”. Ovvero: sta invitando “gentilmente “ il Berlusca a concedergli quante più prebende e cadreghe sia possibile, altrimenti – questa, la sua “minaccia” – egli prenderà armi e bagagli e si trasferirà definitivamente nello schieramento cattocomunista. Ovviamente è un bluff; e solo i fessi, e quanti ce ne sono nelle redazioni dei quotidiani italici!, possono perdere tempo a dare credito alle sue affermazioni. Capitolo Casini chiuso.

Capitolo Fini isterico.

Non c’è molto da dire sul Presidente della Camera, se non che, in questo istante, egli sta comportandosi come il leader dell’Udc, al fine di ottenere per i propri uomini quanti più posti di potere sia possibile. Terminata la negoziazione per le Regionali, il buonuomo addiverrà a più miti consigli.

Capitolo tenuta governo Berlusconi.

Il governo Berlusconi, checché ne dicano 9 commentatori su 10, in ispecie quelli che scrivono su Libero e su Il Giornale, non cadrà a causa dell’imboscata di Gianfranco Fini. Cadrà, se non riuscirà a soddisfare le richieste che provengono da più parti, a cominciare da quelle che promanano da un segmento dei cosiddetti “poteri forti”: gli imprenditori.

Quest’ultimi, chiedono: liberalizzazioni e privatizzazioni; riforme economiche strutturali e, dunque, innalzamento dell’età pensionabile (anche perché, a causa dell’aumento della disoccupazione e della diminuzione degli occupati e della contrazione del Pil, si fa più pressante il rischio, paventato anche dal berlusconiano Giuliano Cazzola, che si debba fronteggiare, prima del previsto, il problema noto come “gobba pensionistica”; e cioè il rischio che non si abbiano soldi a sufficienza per pagare le pensioni); riduzione drastica della spesa pubblica e del debito; intervento per abbassare le aliquote (tasse) e per mandare in soffitta la riforma introdotta dal vampiro Visco. Queste, molto sommariamente, le richieste provenienti dagli imprenditori.

Se Berlusconi le soddisfa, rimarrà in sella; altrimenti, i suddetti si daranno da fare per disarcionarlo.

Naturalmente, non basta l’intervento della succitata parte dei “poteri forti” per mandare a gambe all’aria il Cav.. Molti altri tramano per giubilare Silvio; e tra questi, c’è chi lo fa onde regolare “conti” in sospeso con lui.

Come ad esempio Camillo Ruini. Questi, non vede l’ora di “vendicarsi” per l’affronto patito nell’affaire Dino Boffo. Ora, gli scherzi da prete, come noto, sono parecchio pericolosi. Per questo motivo, bene farebbero i direttori di Libero e de Il Giornale, a verificare, mediante puntiglioso censimento, quanti “politici clericali” siano presenti al Senato tra le fila del Pdl; divulgandone al più presto l‘identità. Perché, c’è da starne certi, ove mai Ruini rivolgesse loro l’Ordine di far cadere Berlusconi, onde regolare i conti con lo stesso, i suddetti politici – fedeli al Vaticano più che alla Repubblica (ubi major minor cessat) – obbedirebbero all’alto prelato e, “casualmente“, si assenterebbero in blocco il giorno in cui, guarda caso, dovesse essere presente in calendario una votazione campale, una di quelle, per intenderci, su cui il governo ha messo la fiducia (quel giorno, anche su questo è possibile scommettervi, i finiani sarebbero tutti presenti per allontanare da sé ogni sospetto). E Silvietto nostro si troverebbe col culo per terra.

Cosa si può fare per tenere buono Ruini? Non certo la legge sul testamento biologico. Non quella, perlomeno, scritta dall’esponente dell’Opus Dei, Mario Calabrò. In quanto essa è incostituzionale, come ben sanno lor signori del Vaticano (che, infatti, “spingono” perché si arrivi ad un testo diverso). No, quello che può indurre Ruini a non vendicarsi è altro: ad esempio l’introduzione del “quoziente familiare” (altamente dispendioso, e dalla dubbia utilità per i meno abbienti; ma, apparentemente, molto “cattolico” e pro-family).

Se Berlusconi introduce il quoziente familiare, la “gonnella” d’Oltretevere se ne starà cheta cheta. Altrimenti, avverrà quanto su scritto. Non esistono dubbi, al riguardo.

Capitolo veri traditori e finti traditori.

Dunque, Libero e Il Giornale, come noto, da settimane manganellano, un giorno sì e l’altro pure, Gianfranco Fini. Imputandogli qualunque cosa; innanzitutto la volontà di far cadere Silvio.

Ora, è bene precisare – ma questo lo capisce anche un bambino di tre mesi – che Gianfranco, solo soletto, non può fare – come dicono a Ginevra – un beneamato cazzo! Gianfranco, se Silvio cade, può trarne giovamento, ovviamente; e subentrargli in qualità di Presidente del Consiglio di un eventuale governo di “unità nazionale”. Ma, solo soletto, non ha il potere di far cadere Silvio in Parlamento. Non ne ha i mezzi.

Sono i succitati “poteri forti”, nella loro vasta articolazione, che possono agire per defenestrare Silviuccio. Non Fini.

Fini, semmai, non vede l’ora che Silviuccio cada per prenderne il posto. Ma questo, per quanto “moralmente” riprovevole, è “politicamente” naturale, normale, inevitabile e scontato.

E’ tutte queste cose, perché Silviuccio, sbagliando non poco, non si decide ad affrontare la madre di tutte le questioni: quella della sua successione. E siccome Silviuccio non accenna ad affrontare la questioncella, appare ovvio che i Delfini – tutti, i Delfini, non solo Fini – scalpitino.

Ma, e c’è un “ma” grande come una casa; anzi, come una cattedrale: Gianfranchino, ad oggi, ha fatto presentare ai propri uomini una serie di proposte di legge – mi riferisco segnatamente a quelle sulle questioni economiche, avanzate da Mario Baldassarri & C. – finalizzate ad “soddisfare” i desiderata degli imprenditori. Cioè di quei soggetti che, come su detto, se non ottengono ciò che chiedono, è altamente probabile arrivino a mobilitarsi per far cadere Silvio.

Domanda. Se Fini fa presentare una contro-Finanziaria per abbassare le tasse, ridurre la spesa pubblica ed introdurre il quoziente famigliare, e cioè avanza proposte per soddisfare una parte delle richieste provenienti da coloro che potrebbero disarcionare Silvio: fa un favore a quest’ultimo, per renderlo più forte e “invulnerabile” agli attacchi che potrebbero arrivargli, o invece lavora contro lo stesso? Più chiaramente ancora: chi presenta proposte per migliorare la politica economica del governo Berlusconi, e renderla conforme ai desiderata di chi potrebbe farlo cadere se non ottenesse ciò che chiede, fa un favore al governo in carica, o no?

Domanda. Se Tremonti (che vuol dire: Lega) rifiuta tutte le proposte economiche avanzate da Baldassari/Fini (per soddisfare le richieste dei “potenziali cospiratori”), fa l’interesse del governo in carica, o agisce per facilitarne la caduta?

Questa, è sostanza; il resto, è aria fritta. Certo, per capire queste cose, occorrono tre neuroni. E, a quanto pare, quelli che scrivono su Libero e Il Giornale ne posseggono al massimo due.

Per concludere.

Il governo Berlusconi, se non fa le cose che qui sommariamente si è elencato, cadrà a maggio. In tempo utile perché un nuovo esecutivo di “salvezza nazionale” possa redigere il Dpef.

Cadrà a maggio, come s’è detto, per il concorso di più fattori: 1) Campagna mediatica e giudiziaria; 2) Boicottaggio ad opera di una parte del mondo ecclesiale; 3) Insofferenza da parte del mondo imprenditoriale; 4) “Sabotaggio” ad opera di chi, Tremonti, per mettere all’opera il Federalismo fiscale (cosa che gli frutterà la candidatura a Premier del centrodestra, in quota Lega), è intenzionato a non abbassare le tasse, e ciò, malgrado le risorse per farlo ci siano (ma esse devono essere accuratamente risparmiate, perché l’avvio del suddetto federalismo comporta un esborso che oscilla tra i 100 e i 150 miliardi di euro); 5) infine, c‘è il “sabotaggio” da parte di Fini.

Il Paese ha bisogno di riforme strutturali e di riduzione del carico fiscale, perché altrimenti ritornerà ai livelli pre-crisi tra 7 anni: questo, gli imprenditori – ma anche tutti gli altri cittadini, a cominciare da coloro che sono disoccupati – non possono accettarlo.

Per questo chi ne ha il potere, farà cadere il governo in carica se dovesse rendersi conto che lo stesso non è in grado di portare a termine alcun progetto autenticamente “riformatore” (nel senso appena esposto).

Per questo, se Berlusconi vuole “sopravvivere”, deve: calendarizzare tutte le questioni economiche di cui si è parlato; rinviare l’avvio del Federalismo fiscale, onde avere a disposizione le risorse per tagliare quanto prima le tasse; risolvere, una volta e per sempre, la questione della sua successione.

I veri berlusconiani sono quelli che segnalano queste necessità, perché vogliono il governo rimanga in carica. Fino a scadenza naturale.

Gli altri, quelli che queste cose non dicono – o peggio: quelli che “bombardano” il miglior candidato possibile alla successione di Silvio, cioè Fini -, fanno il gioco, pur non rendendosene conto, di coloro che tramano per farlo cadere. E in più, rischiano di produrre la “polverizzazione” del Pdl.

D’altra parte, come noto, i coglioni abbondano.

P.S. Ovviamente non è casuale il fatto che Tremonti abbia dichiarato che finché sarà lui il ministro dell’Economia, non si farà la riforma delle pensioni.

P.S2. La campagna d’odio de la Repubblica, del neofascista Di Pietro, dei Travaglio e dei Santoro, purtroppo, produce i primi effetti. Solidarietà a Berlusconi (stiamo tutti calmi!). Adesso il Pd deve prendere le distanze, una volta e per sempre, dall’Italia dei Valori. Se è davvero una forza democratica.

Berlusconi aggredito foto

Berlusconi aggredito foto

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Fini-sexgate in arrivo

giovedì, 3 dicembre 2009

Fini pacco foto

Fini pacco foto

Secondo The Frontpage, il sito creato da Frabrizio Rondolino e Claudio Velardi (ex Lothar dalemiani), potrebbe essere in arrivo un piccolo sexgate per il Presidente della Camera.

Le foto pubblicate all’inizio di questo post –  e apparse un annetto fa su Novella 2000 -, infatti, sarebbero solo una piccola parte della sequenza integrale di scatti che ritraggono Gianfranco Fini e la sua compagna, Elisabetta Tulliani, durante la loro prima vacanza da “fidanzatini”.

Si narra vi siano immagini ben “più intime“ di quelle fino ad ora pubblicate, che potrebbero apparire sulla stampa per gettare un po’ di fango sull’indisciplinato cofondatore del Pdl.

Speriamo non accada.

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Il successore di Silvio? Per il 59% degli elettori del Pdl deve essere Fini

domenica, 29 novembre 2009

(continua…)

Quelli che…Fini è un “compagno”

giovedì, 22 ottobre 2009

Tory Reform Group

The Tory Reform Group works to promote the values of One Nation Conservatism. That is, a modern, progressive Conservatism that strives for economic efficiency and social justice; a Conservatism that supports equality, diversity and civil liberties” (TRG).

“The TRG has contributed greatly to the Conservative Party over the last 30 years and is central to where we need to be in the future… your core beliefs in ‘freedom, individual responsibility and community’ matter now more than ever” (Rt Hon. David Cameron MP, Summer 2009).

Tory Reform Group

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Sul testamento biologico la maggioranza degli elettori del Pdl la pensa diversamente da Fini?

domenica, 20 settembre 2009

Quando il Presidente della Camera ha enunciato il proprio punto di vista – da me condiviso – in materia di “fine vita”, alcuni esponenti del centrodestra hanno commentato: “Fini, sul testamento biologico, esprime posizioni largamente minoritarie tra gli elettori del Popolo della Libertà”.

Ma le cose stanno davvero così? La maggioranza degli elettori del Pdl è contraria all’ipotesi che si possa rinunciare all’idratazione e all’alimentazione artificiali, magari perché costituita da cattolici che seguono alla lettera le indicazioni di Santa Romana Ecclesia?

A giudicare da alcuni fatti, parrebbe proprio di no. Vediamo perché, partendo dalla seguente tabella (realizzata da Renato Mannheimer per il Corriere della Sera):

Innanzitutto, se è vero che il Pdl è il partito più votato dai cattolici, è altresì vero che essi, sul totale di coloro che lo premiano nelle urne, rappresentano il 42%. Dunque, se la matematica non è un’opinione, la stragrande maggioranza degli elettori del Pdl – il 58%, per l’esattezza - è costituita da laici.

In secondo luogo, il 47% di tutti i cattolici praticanti, vale a dire dei cattolici più “ortodossi” – quelli che partecipano regolarmente alle funzioni religiose e sono più sensibili alle questioni relative alla Fede -, dichiara di essere favorevole all’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali, in casi come quello di Eluana Englaro (ritiene, cioè, sia giusto dare ai cittadini la possibilità di rifiutare questi trattamenti).

In terzo luogo, il 68% di tutti gli italiani opina si debba poter rinunciare all’idratazione e all’alimentazione artificiali.

Ciò detto, siamo proprio sicuri che Fini, in fatto di testamento biologico, esprima posizioni non condivise dalla maggioranza degli elettori del Pdl?

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Il punto

lunedì, 14 settembre 2009

Fini non punta al Quirinale, non è il suo obiettivo principale. Fini punta a Palazzo Chigi, e vuole arrivarvi in questa legislatura.

Per capire appieno il progetto del Presidente della Camera, bisogna fare un passo indietro. E con le lancette tornare all’aprile 2008, quando il centrodestra vinse le elezioni politiche.

Lo sfondo è quello di Porta a Porta; le urne sono chiuse; la vittoria della coalizione guidata da Berlusconi, e con nove punti di vantaggio sul centrosinistra, è un fatto certo. Fini, ospite di Vespa, non riesce a nascondere il proprio disagio. Il suo volto racconta una delusione cocente: non s’aspettava un risultato del genere; forse immaginava una vittoria meno netta del Cavaliere o, meglio, un pareggio tra le due coalizioni. In quest’ultima ipotesi, infatti, l’ex leader di An avrebbe potuto far fuori immediatamente Silvio; accantonare una volta e per sempre la sua leadership; gestire in modo autonomo il Pdl; preparare le condizioni per la propria ascesa al trono di leader del centrodestra e di candidato premier. Insomma: Fini sperava in un risultato che imponesse il varo di un esecutivo di larghe intese. Un Gabinetto della durata di due o tre anni, che avrebbe dovuto affrontare la crisi economica, l’avvio di alcune riforme costituzionali e la modifica dei regolamenti camerali. In poche parole: Fini sognava un esecutivo che tenesse a battesimo la Terza Repubblica, e suggellasse il superamento del berlusconismo. Ma, ancora una volta, aveva sottovalutato Berlusconi e la sua presa sull’elettorato.

Le urne, infatti, consegnano un messaggio chiaro e inequivocabile, in quell‘aprile 2008: il Cavaliere è forte, la sua leadership è tutt’altro che appannata. Niente, dunque, che faccia immaginare come conclusa la parabola politica dell’uomo di Arcore. Che fare?

Il complotto.

Il leader della destra capisce che la Presidenza della Camera può giovargli: una posizione più defilata, meno politica e meno in vista, gli consente di muoversi nell’ombra, e di preparare l’assalto al Cav. senza destare troppo allarme nell’inquilino di Palazzo Chigi. Inizia così a muoversi alacremente, e a cumulare tasselli che possano tornargli utili al momento più opportuno: quando il velo calerà, e il mosaico – alla cui composizione egli ha lavorato con certosino impegno – apparirà come l’unica immagine, l’unico scenario possibile.

Fini decide che per disarcionare Berlusconi sia venuta l’ora di usare qualunque mezzo, anche il meno nobile, anche il più scorretto. Costruisce rapporti con chi, per ragioni diverse, vuol far fuori il Cavaliere. Partecipa alla definizione di un piano che dovrà articolarsi in una molteplicità di mosse, e che dovrà contemplare attacchi su più fronti, portati a segno con una virulenza senza precedenti, e nel più breve tempo possibile. Bisogna fare in fretta, difatti: perché il piano sortisca l’effetto sperato, è necessario il Paese sia ancora avvolto dalla cappa della crisi economica internazionale. Quest’ultima, infatti, non permette vi sia una “crisi al buio”, o un ricorso anticipato alle urne: se l’esecutivo in carica si dimette, è necessario si dia vita ad un gabinetto di unità nazionale che porti l’Italia fuori dal guado.

Muoversi in fretta, dunque; e colpire da più parti. Un accerchiamento che non dia un attimo di tregua, e che non consenta a Berlusconi di rifiatare. In quest’ottica, e solo in questa, si riesce a capire la rapida sequenza – la surreale successione – di eventi che si sono abbattuti sul Premier, con la forza di uno tsunami: il Noemi-gate; le 3000 foto scattate da Zappadu; la prostituta D’Addario che si insinua a Palazzo Grazioli, munita di registratore per incastrare Silvio. Il tutto condito da una sapiente campagna stampa, nazionale e internazionale. Obiettivo: killerare l’immagine del Premier, onde indurlo alle dimissioni, e creare le condizioni perché nasca l’esecutivo agognato da Fini.

Le due comari e il tributarista di Sondrio.

Il piano per detronizzare Silvio è stato predisposto da una pluralità di soggetti, politici e non. Tra le figure del Palazzo, oltre a Fini, hanno apposto la propria firma in calce alla dichiarazione di morte anticipata del Premier, Massimo D’Alema e Giulio Tremonti.

I primi due hanno siglato “l’accordo delle comari“: se cade il governo Berlusconi, il Partito democratico – che a breve diventerà interamente dalemiano, con la vittoria di Bersani al congresso – non opporrà alcuna obiezione alla nascita di un esecutivo di larghe intese, che metta in agenda i due-tre punti succitati: superamento della crisi economica (e conseguente varo di alcune riforme strutturali), riforme costituzionali e modifiche dei regolamenti delle Camere. Non solo: D’Alema si è personalmente impegnato – ed ha impegnato il “suo” Pd – a non opporre obiezioni nemmeno dinanzi all’ipotesi di un governo Fini. E qui veniamo alla strategia delle esternazioni del “compagno” Presidente della Camera.

Destra laica e liberale?

Le prese di posizione di Gianfranco Fini in materia di “fine vita” e di diritto di voto agli immigrati (alle elezioni amministrative) hanno indotto tutti a considerare due ipotesi, per giustificarle. La prima, è che il Presidente della Camera avrebbe intenzione di creare – finalmente – una vera destra liberale nel nostro paese. Una destra capace di portare a compimento quella rivoluzione liberale e liberista che Silvio s’è limitato a promettere, e mai ha realmente tradotto in fatti, dal ‘94 ad oggi. Sarebbe un bene, se così fosse. Ma Fini non ha affatto intenzione di “trasformare” il Pdl in una destra liberale. Innanzitutto, perché Gianfranco guarda – e ha sempre guardato – con diffidenza al sistema liberal-capitalistico. Ha un pregiudizio ideologico assai forte, e il cervello ancora imbevuto di propaganda “socialista e nazionale”. La stessa con cui è venuto su, politicamente parlando; e con la quale ha guidato prima il Msi, e poi Alleanza Nazionale. Si è già avuto modo di dirlo: Fini – anche perché consigliato male, da chi di politica capisce assai poco (Alessandro Campi) – guarda alla destra francese di Sarkozy. Una destra, almeno secondo i nostri canoni, liberale in quanto laica, senz’altro. Ma per nulla liberista: in quanto ancora fortemente intrisa di dirigismo, statalismo sociale (o socialista) e paternalismo (basta leggere, per comprenderlo, cosa ha scritto la sua speaker, Flavia Perina. E cosa sostiene una sua “protetta”, Renata Polverini).
Ma se non vuole creare una destra autenticamente liberale, a cosa mirano le sue esternazioni?

Quelli che la sanno lunga o, meglio, che pensano di saperla lunga, hanno formulato l’ipotesi che le sortite del Presidente della Camera mirerebbero a fargli ottenere il consenso del centrosinistra, quando si voterà per l’elezione del nuovo Capo dello Stato (tra molti anni). Fini, dunque, esternerebbe oggi, per incassare domani – tra diversi anni – il voto favorevole dei “compagni” alla sua ascesa al Quirinale. Ma è razionale questa congettura? Assolutamente no.
E perché mai si smarca dal centrodestra, allora?

Logoramento e ascesa a Palazzo Chigi, mascherati dalla volontà di dar vita ad un serio dibattito politico-culturale.

Fini non è un pivello, non è un cretinetti. Di politica capisce come pochi altri: da trent’anni e più, non si occupa d’altro. Sa che deve muoversi su più piani, per raggiungere i propri obiettivi. E sa che deve farlo, non solo perché gli è necessario a non essere smascherato subito (quale Giuda); ma perché un politico serio e scafato, non gioca mai solo su un tavolo. Deve sempre puntare su diverse ipotesi, su diversi obiettivi: non ne raggiunge uno? Deve sempre esserci una exit strategy, un piano B.

Così il Nostro, con le sue esternazioni sul fine vita, con la sua attenzione ai diritti dei migranti, si ritaglia il ruolo, male che vada, di capo della corrente laica del Pdl. E, evidenziando consonanze di vedute col centrosinistra, potrebbe effettivamente giocarsi la carta suddetta per salire all’irto Colle. Ma questo è il piano B. E’ l’ancora di salvezza per non sprofondare nell’anonimato più buio, quando e se questa legislatura dovesse concludersi “normalmente”, senza la detronizzazione di Silvio.

Ma il piano A è un altro: innanzitutto, le esternazioni che da più di un anno il Presidente della Camera offre al Paese – sempre piene di astio e acrimonia nei confronti delle politiche dell’esecutivo; sempre finalizzate a rimproverare qualcosa; sempre tese a smarcarsi – sono volte a logorare Berlusconi e il suo esecutivo, e a screditarne – almeno in parte – l’operato. A dare l’impressione, all’elettorato, che le cose, nel centrodestra, non siano proprio “rose e fiori”; onde minarne e intaccarne la “stabilità”, che per l’elettore moderato è uno dei principali fattori di pregio della coalizione berlusconiana. Non a caso, le suddette dichiarazioni astiose di Fini, in occasione delle Europee e delle Amministrative, lungi dal sopirsi, hanno assunto una vis polemica – grazie all’incursione non casuale di pretoriani finiani, vecchi e nuovi – inusitata e controproducente per il centrodestra. Quasi che l’obiettivo fosse quello di indurre gli elettori a non votare Pdl, onde indebolire Silvio.
E non a caso Fini, poi, quando è scoppiata la campagna squadristica de la Repubblica contro Berlusconi, non ha pronunciato nemmeno una parola di condanna nei confronti della stessa, pur essendo indiscutibilmente null‘altro che un‘aggressione fascista ai danni di un premier democraticamente eletto; mentre quando Il Giornale (ma anche il Corriere della Sera) ha pubblicato il decreto di condanna penale del direttore di Avvenire Boffo, non ha potuto fare a meno di esprimere il proprio rammarico per la barbarie in atto: queste, e molte altre, le prove che Fini punta a logorare Berlusconi per disarcionarlo.

Lavorare ai fianchi il Premier, accerchiarlo, farlo sentire braccato, ed indurlo alle dimissioni: a questo punta il Presidente della Camera, senza se e senza ma.

Ottenuto questo risultato, ecco allora che le sue esternazioni “eretiche” potrebbero tornargli nuovamente utili: né l’Udc né tantomeno il Partito democratico avrebbero obiezioni da sollevare ad una sua ascesa a Palazzo Chigi. In fondo Fini ha dimostrato, con la sua direzione dei lavori di Montecitorio, di voler sempre tutelare le prerogative del Parlamento, contro il “cesarismo governista” del Premier (cosa assai gradita all‘Udc); ha dato prova, inoltre, di essere profondamente attaccato alla Costituzione repubblicana, laica e non confessionale (un punto a suo favore, agli occhi del Pd). Perché mai le due forze politiche in oggetto, dovrebbero opporsi alla costituzione di un esecutivo da lui presieduto? Non c’è ragione di farlo. Anche perché questi partiti avrebbero tutto l’interesse – al pari di Fini – a mandare in soffitta la stagione del berlusconismo, per voltare pagina e dare vita ad un nuovo avvio.

Tremonti è d’accordo.

Anche il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è della partita. A conti fatti, dalla detronizzazione di Silvio ha solo da guadagnarci: potrebbe spartirsi con Gianfranco tutti gli incarichi presenti sul piatto. Uno, potrebbe nell’immediato sedersi a Palazzo Chigi per poi puntare, nella prossima legislatura, al Quirinale (Fini). L’altro, invece, potrebbe succedere alla guida del Pdl e alla premiership del centrodestra nelle prossime elezioni politiche (Tremonti).

Il tutto, ovviamente, con la benedizione di molti soggetti economici e politici. Tra quest’ultimi, in particolare, Massimo D’Alema: questi ritiene che “morto” Berlusconi, il centrosinistra possa tornare ad avere qualche chance di vittoria. Dunque accelerare la “dipartita” di Silvio, è per lui, come per gli altri, utile e ragionevole.

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Fini(tela)

martedì, 8 settembre 2009

Si parla di questo, naturalmente.

La vignetta è opera di Lele.



L’intervento di Fini alla Festa del Pd di Genova

lunedì, 31 agosto 2009

(continua…)

Fini: crisi di governo? Un film di fantascienza!

lunedì, 29 giugno 2009

Finalmente il Presidente della Camera interviene sulla questione che, più di ogni altra, da giorni tiene banco sulla stampa: il Governo Berlusconi cadrà? Riusciranno, i Golpisti, nel loro intento?

Fini è perentorio, al riguardo:

Pensare ad una crisi di Governo nel prossimo futuro significa confondere la speranza di qualcuno con la realtà. Il Governo continuerà a governare perché ha una solida maggioranza. Non credo ci possano essere rischi e pericoli per la stabilità del Governo italiano”.

Inoltre, la coalizione che appoggia l‘esecutivo è:

uscita rafforzata dalle urne e questo non è un elemento usuale negli altri Paesi europei dove le coalizioni che governano sono uscite sconfitte”.

Per ora, come rassicurazione, può bastare (per ora).

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