Archivi per la categoria ‘Riforma Gelmini’

Università , decreto Gelmini: norme anti-baroni

giovedì, 27 novembre 2008

Mariastella Gelmini foto

Università : le novità  del decreto Gelmini:° 

“Il decreto legge Gelmini sull’università , licenziato dalla commissione Istruzione del Senato arriva all’esame dell’aula. Stop alle assunzioni nelle università  con i conti in rosso, deroga parziale al blocco del turn-over, invece, negli atenei virtuosi. Ma anche nuove regole per i concorsi di docenti e ricercatori universitari e strumenti per combattere i «baronati» dentro gli atenei.

Diverse le novità  apportate in commissione: gli emendamenti del relatore, il senatore del Pdl Giuseppe Valditara, hanno introdotto una stretta sui baroni (per fare carriera i docenti dovranno produrre pubblicazioni scientifiche, bando, insomma, ai fannulloni) e l’obbligo per gli atenei di rendere più trasparente l’uso delle risorse messe a bilancio e la produzione scientifica.

ASSUNZIONI – Il dl prevede il blocco delle assunzioni nelle università  che, alla data del 31 dicembre di ciascun anno, abbiano i conti in rosso. Per gli atenei indebitati c’è anche l’esclusione, per il 2008-2009, dei fondi straordinari per il reclutamento dei ricercatori. Scatta, invece, il parziale sblocco del turn-over (che passa dal 20% al 50%) negli atenei virtuosi a patto che il 60% dei soldi sia speso per reclutare i giovani. In base ad un emendamento approvato in commissione ci si può avvalere per le assunzioni anche del supporto economico di soggetti privati.

CONCORSI – Cambiano le regole per la composizione delle commissioni. Per la selezione dei docenti sono previsti un ordinario nominato dalla facoltà  che bandisce il posto e quattro professori ordinari sorteggiati su una lista di dodici persone da cui sono esclusi i docenti dell’università  che assume. Per i ricercatori la commissione è così composta: un ordinario e un associato scelti dalla facoltà  che bandisce il posto e due ordinari sorteggiati in una lista che contiene il triplo dei candidati necessari, esclusi sempre i docenti dell’ateneo che assume. Un emendamento votato oggi prevede che ci sia una commissione nazionale designata dal Cun (Consiglio universitario nazionale) per supervisionare le operazioni di sorteggio che saranno pubbliche. Le nuove commissioni valgono anche per i concorsi già  banditi, ma intanto sono stati riaperti i termini per partecipare ai concorsi in atto, viste le novità .

NORME ANTI-«BARONI» – Tra le novità  introdotte in commissione al Senato, le norme anti-baroni: è prevista la costituzione di una anagrafe (aggiornata annualmente) presso il ministero con i nomi di docenti e ricercatori e le relative pubblicazioni. Per ottenere gli scatti biennali di stipendio i docenti dovranno provare di aver fatto ricerca e ottenuto pubblicazioni. Se per due anni non ce n’è traccia lo scatto stipendiale è dimezzato e i docenti non possono far parte delle commissioni che assumono nuovo personale. I professori e i ricercatori che non pubblicano per tre anni restano esclusi anche dai bandi Prin, quelli di rilevanza nazionale nella ricerca. Gli atenei dovranno anche garantire trasparenza nei bilanci e far sapere agli studenti come vengono spesi i finanziamenti pubblici. I rettori in sede di approvazione del bilancio consuntivo dovranno anche pubblicare i risultati delle attività  oltre che i finanziamenti ottenuti da soggetti pubblici e privati. Altrimenti si rischiano penalità  nell’assegnazione dei fondi.

RIENTRO DEI CERVELLI – le università  potranno coprire i posti da ordinario e associato o da ricercatore chiamando studiosi «stabilmente impegnati all’estero» anche quelli già  impegnati nel Programma ministeriale di rientro dei cervelli. Lo prevede un emendamento votato in commissione. Si potranno anche chiamare «studiosi di chiara fama».

UNIVERSITà€ VIRTUOSE – Almeno il 7% del Fondo di finanziamento ordinario sarà  distribuito alle università  virtuose per migliorare la qualità  della ricerca e dell’offerta formativa.

DIRITTO ALLO STUDIO – Nel decreto ci sono anche 65 milioni per nuovi alloggi e 135 milioni di euro per le borse di studio destinate ai meritevoli.

IL MINISTRO – «Il decreto approvato dal Governo e gli emendamenti approvati dalla Commissione Cultura del Senato sono una vera e propria svolta nel sistema accademico in Italia " ha dichiarato il ministro dell’Istruzione Università  e Ricerca Mariastella Gelmini – da vent´anni si parlava di come legare il merito alla carriera dei professori e di come vincolare i finanziamenti all´università  in base a parametri che ne valutassero la qualità . Per la prima volta le carriere dei docenti non saranno legate a scatti automatici ma – come previsto dagli emendamenti approvati in commissione – al merito ed alla ricerca effettivamente svolta»”.

Da leggere: legge 133, quello che c’è da sapere. Roberto Perotti, “L’università  truccata”: si spende tanto e male.

Se volete, votate Ok.

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Mario Pirani: i giovani dovrebbero dire sí ai tagli all´Università 

lunedì, 24 novembre 2008

Mario Pirani foto

Mario Pirani è un uomo di sinistra, un riformista. E da sempre scrive su Repubblica: uno degli house organ del Pd.° 

Ciò non gli impedisce, tuttavia, di essere una persona intellettualmente onesta, e di dissentire – a volte – dalla linea politica del giornale per cui lavora (che, come noto, in ogni sua pagina ribocca d´antiberlusconismo).

Si legga, ad esempio, ciò che ha scritto in riferimento ai tagli all´Università , varati dal centrodestra:

“”Basta con i tagli!”, intimano gli striscioni e gli slogan scanditi dai cortei universitari. Ma se avessero contezza, in primo luogo del fiume di soldi dirottati a favore di una casta accademica pletorica e clientelare, che le oasi di eccellenza non bastano a controbilanciare, gli studenti dovrebbero rivendicare più tagli e non meno.

E dovrebbero, come diceva Mao Zedong, «bombardare il Comitato centrale», non stringersi, in definitiva, in sua difesa. Certo, molti studenti sono angosciati dalla nebulosità  di un futuro neanche minimamente prevedibile, dalle deplorevoli condizioni del percorso scolastico, dalla disorganizzazione dei corsi e degli esami e quant’altro la vita universitaria offre o, meglio, nega. Gli studenti prevedono che i tagli annunciati dalla Finanziaria aggraveranno maggiormente questo stato di cose ma, per contro, non sembrano percepire l’origine prima della scarsezza dei fondi. E, cioè, lo sconsiderato spreco di risorse ingoiate dalla greppia accademica, clientelare e familistica, che avrebbe dovuto essere spazzata via da tempo a furor di popolo.

Come altro giudicare i casi raccontati in queste settimane da tutti i quotidiani sulla parentopoli infiltrata nelle più diverse facoltà  universitarie in quasi tutte le Regioni d’Italia, con una tendenza più grave e generalizzata nel Mezzogiorno? Emerge un organigramma che denota una degenerazione ormai sistemica. Così non si era spenta la eco del record raggiunto dal rettore uscente dell’Università  di Foggia, con ben sei parenti nell’Ateneo (moglie, figlio, figlia, genero ed altri cari), che ci vengono segnalati altri casi nella medesima Università : dai verbali dei consigli di Facoltà  risulta, ad esempio, che ad Economia, l’ex preside, Vittoria Spada, ha provveduto, prima di andarsene, a “chiamare” un posto di ricercatore dove è stato subito nominato suo figlio, il dott. Primiano Di Nauta.

Ma laddove batte imperioso un “cuore di mamma”, palpita di amorosi sensi anche quello di un “tesoro di marito”, come dimostra il docente di Statistica, Corrado Crocetta, ordinario di fresca data, che alla prima riunione ha “chiamato” anche lui un posto di ricercatore nella sua materia, prontamente assegnato alla di lui signora. Ora moglie e marito possono stare assieme non solo in camera da letto nella stessa stanza dell’Università . Lasciando da parte il parentado, vi è un altro dato, anche più significativo riguardante sempre la Facoltà  di Economia di Foggia, passata da 4 ordinari e 6 associati nel 2002 ad oltre cento cattedratici a tutt°´oggi. Neanche alla London School of Economics di Londra.

Che senso ha seguitare a finanziare simili organici? Non si deve tagliare qui e rifinanziare, invece, borse di studio o le attività  dei ricercatori, spesso precari? Tanto più che non si tratta di qualche Università  meridionale ma di una patologia degenerativa diffusa e, purtroppo, subita finora come qualcosa di inevitabile. Così nelle facoltà  di medicina di ciascuna Regione, si riscontrano in cattedra, con lo stesso cognome di un titolare importante, il 21,1% di omonimi alla Statale di Milano, il 30,3 alla Sapienza e alla Cattolica di Roma, il 21,5% a Bologna, il 38,4 a Messina, il 34,4 alla Federico II e alla Seconda Università  di Napoli, il 13,6 a Torino. Sono tutte coincidenze casuali?

Ma il virus della parentopoli è solo uno dei mali sviluppatisi sul corpo universitario. Un altro deriva dalla corsa dissennata alla moltiplicazione: delle sedi, delle succursali, delle cattedre e dei corsi di laurea. E relativo numero di rettori, prorettori, docenti di ogni ordine e grado, nonché relativo personale amministrativo. Cominciamo dalle prime. Un tempo in Italia le Università  erano poche, godevano in genere di pedigree di largo prestigio. Dagli anni Sessanta la crescita della popolazione scolastica incentivò l’apertura di nuove sedi con una dislocazione geografica nell’assieme ragionevole. Verso la fine del Novecento si arrivò a 41. Sono passati otto anni e le Università  sono più che raddoppiate, raggiungendo quota 95! In media più di una per provincia. Forza delle confraternite politiche e clientelari localistiche che traggono dalla inaugurazione di qualche Facoltà  accademica il lustro un tempo riposto nel taglio del nastro di una nuova strada. Ma non basta: con un ritmo esponenziale si sono moltiplicate le sedi distaccate, un°´altra recente invenzione, che a tutt’oggi sono addirittura 320, nei luoghi più disparati d’Italia. Anche le piccole università , sorte con la scusa di avvicinare le fonti del sapere alla residenza degli studenti, hanno figliato a loro volta; quella di Cassino, ad esempio, ha aperto succursali a Sora, Terracina e Frosinone; quella di Viterbo a Cittaducale e Tarquinia; La Sapienza con slancio emulativo ha distaccato rappresentanze accademiche a Cassino, Latina, Pomezia, Rieti, Viterbo (forse risparmiava instaurando un servizio di scuola-bus per i fuori sede). Infine anche Tor Vergata ha issato il suo logo a Cassino, che ora conta ben tre università . Mi fermo con la casistica anche se si potrebbe riempire una pagina.

Una pagina, invece, non sarebbe sufficiente per illustrare l’esplosione dei corsi di laurea. Questi, frutto perverso dell’autonomia e della riforma del 3+2, sono balzati in un lustro da 2444 a 5500. Alcuni hanno un solo studente iscritto, altri si contano sulle dita di una mano: Tempio Pausania ha 5 studenti, Petralia Sottana 6, Colle Val d°´Elsa 8. Come potrebbe essere altrimenti con materie che servono solo a fornire una cattedra all’insegnante, come, ad esempio, la «Scienza dell°´allevamento del cane e del gatto», la «Scienza della mediazione linguistica per traduttori dialoghisti televisivi», la «Scienza e tecnologia del Packaging» (ovverosia in linguaggio corrente: confezione e imballaggio)? Il paradosso ha ormai tracimato oltre ogni sopportabile limite.
Ultima in questo schema incompleto del disastro vanno annoverate le “lauree con lo sconto” e le “cattedre facili”. A partire dalla fioritura di università  private, sovente soltanto telematiche, quasi tutte, però, riconosciute dallo Stato si è ingenerata la trovata commerciale di attirare studenti e fare soldi attraverso le cosiddette convenzioni con ministeri, enti, organismi vari, dai vigili del fuoco all°´ordine dei giornalisti. In altri termini, visto che per la laurea triennale occorrono 180 crediti, alcune università  private, ben presto seguite purtroppo anche da molte pubbliche, hanno escogitato un sistema che più truffaldino non potrebbe essere.

Esso si basa su un comma di un decreto sull’autonomia didattica che nel 1999 – insania mentis – consentì ad ogni università  di considerare “crediti formativi” non solo gli esami sostenuti ma anche «le altre conoscenze e abilità  professionali certificate e maturate in attività  formative». Così il ministero dell’Interno o l’Automobil Club, che avevano un buon numero di impiegati non laureati, “certificavano” che l’attività  da questi svolta in ufficio era di carattere formativo e l’università , previo pagamento di una lauta quota d°´iscrizione, prendeva in carico, come “studenti”, i suddetti beneficiati, assegnando loro in partenza 120 crediti in bianco e li aiutava a sostenere i 4 o 5 esami residui per conseguire la laurea. Il ministro diessino Mussi cercò di limitare l’ignominia ponendo un limite di 60 crediti in bianco (egualmente intollerabili e ingiusti verso chi davvero sostiene gli esami) ma non deve essere riuscito ad emettere il decreto attuativo e il mercimonio prosegue.

Proprio in questi giorni, Salvò Andò, ministro socialista della Prima Repubblica ed oggi rettore di una delle università , quella di Enna, che si sono maggiormente distinte nella pratica delle convenzioni, ha assicurato il prof. Giovanni Sartori, in seguito a una polemica sul Corriere, che d’ora in poi accetterà  solo immatricolati regolari. Ma le migliaia di laureati precoci che ha nel frattempo messo in circolazione? Lo stesso dicasi per le “cattedre facili” che queste università  d°´assalto deliberano non di rado a favore di politici, portaborse, personaggi senza alcun curriculum accademico.
Questi, una volta in cattedra, non sempre restano nel natìo borgo di partenza ma, essendo riconosciuti come docenti a tutti gli effetti, se trovano uno sponsor, riescono a farsi “chiamare” anche in un ateneo prestigioso.

Mi fermo qui. Ne deriva una conclusione. Tutto questo andrebbe estirpato dalle radici. Per intanto i finanziamenti dovrebbero venir tagliati dovunque la malattia è penetrata e devoluti, per quanto oggi possibile, alle parti sane. Il sistema dei concorsi va rifatto da capo a piedi. Non basta il sorteggio di alcuni commissari. Si torni al concorso nazionale, per titoli certificati da pubblicazioni e lavori con il marchio internazionale dell’impact factor e della peer reviews (valutazioni anonime e punteggi scientificamente referenziati). Per i prossimi concorsi banditi quasi tutti da università  periferiche (7000 posti), si riaprano i termini e si abolisca la doppia idoneità  (due vincenti per un posto), escogitata come merce di scambio (la Gelmini ha per ora congelato tutto, compiendo i primi, timidi passi). Le forze riformiste hanno un campo vastissimo di azione, sempre che abbiano il coraggio di prendere la testa dei movimenti e non di attaccarsi alla loro coda. L’impresa è assai più ardua che lo smaltimento della mondezza napoletana, ma di gran lunga più decisiva per le sorti del nostro Paese”.

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30.000 persone in piazza contro la riforma Gelmini. Più che un´Onda, una goccia

sabato, 15 novembre 2008

Goccia foto

30.000 persone hanno manifestato ieri a Roma, secondo la Questura capitolina. Davvero poche. Una goccia nell´oceano.° ° ° 

Un numero talmente esiguo di dimostranti, da rappresentare al massimo lo 0,00001% di tutta la popolazione scolastica ed universitaria italiana.

Basti pensare, che gli scritti al primo anno della Facoltà  di Giurisprudenza dell´Ateneo Federico II (di Napoli), sono più numerosi.

Una minoranza, dunque, ha sfilato ieri. Una microscopica ed infinitesimale minoranza. Che ha tutto il diritto, beninteso, di organizzare cortei e di protestare in piazza. Ma che non ha titoli alcuno, per occupare scuole ed università : visto che non rappresenta, nemmeno lontanamente, la maggioranza della popolazione studentesca italiana.

La democrazia, infatti, è questione di numeri, è rapporti di forza, è osservanza del principio di rappresentatività .

E nessuno può sentirsi esonerato dal rispetto di queste regole, che incarnano i valori-cardine su cui poggiano i sistemi democratici.

All´opposto, invece, i regimi illiberali, i sistemi antidemocratici (fascisti, nazisti e comunisti) hanno sempre e soltanto avuto origine da minoranze che, a colpi di spranghe, armi da fuoco e facendo ricorso a forme varie di violenza (anche psicologica), hanno finito per imporre la propria volontà  alla maggioranza dei cittadini.

Ora, ribadire questi concetti ovvi e banali dovrebbe essere inutile. Ma la democrazia, ahinoi, non è accettata da tutti.

Sicuramente è calpestata da quanti, magari in numero di cento, occupano Facoltà  che vantano 100.000 iscritti ciascuna!

Ma confidiamo nel fatto che, dopo l´evidente pessima performance di ieri, questi fanciulli smettano di agire in modo violento (rinunciando ad occupare scuole ed università ): sono una minoranza assai minuta, ed ora è un fatto noto a milioni di italiani.

Detto questo, ciò che al sottoscritto preme sottolineare, però, è altro. E riguarda l´insieme delle misure (presentate dalla Gelmini) contro cui – inconsapevolmente? – hanno protestato i manifestanti.

Essi hanno detto No:

  1. All´incremento del tempo pieno nelle elementari, introdotto dalla Riforma della scuola. Un incremento che, probabilmente, non sarà  inferiore al 50%. E che potrebbe portare il numero degli alunni che ne beneficiano, dagli attuali 672.000 a circa un milione (a dirlo non è il sottoscritto, ma un´organizzazione indipendente e che opera nella scuola da 35 anni: TuttoScuola).
  2. Alla attribuzione, nella forma del bonus, di circa due miliardi di euro agli insegnanti. In buona sostanza, nel 2012, 250.000 docenti riceveranno 7.000 euro in più (in busta paga). Ma, a detta del Ministro dell´Istruzione: “Già  a partire dal 2010-2011 però verranno erogati gradualmente i primi premi di produttività  a un numero di docenti inizialmente più limitato ma che entro la fine della legislatura 2013 coprirà  una percentuale rilevante di docenti“. Anche questo è previsto dalla Riforma della scuola.
  3. Allo stanziamento di 135 milioni di euro, per borse di studio, a favore di 180.000 studenti universitari. Come ha ribadito la Gelmini: “è la prima volta che il Paese riesce a coprire tutte le necessità  e a garantire tutti gli aventi diritto. In genere venivano esclusi circa 40 mila ragazzi, per la prima volta 180 mila ragazzi riceveranno questa borsa di studio“.
  4. Alla destinazione di ulteriori 500 milioni di euro a favore della ricerca (il 5% del Fondo di finanziamento ordinario), che saranno ripartiti tra gli Atenei, non “a pioggia”: ma premiando il merito.
  5. All´erogazione di 150 milioni di euro per assumere, a partire dal 2009, 3.000 nuovi ricercatori.
  6. All’impiego di ulteriori 65 milioni di euro° destinati alle residenze universitarie,° grazie a cui° saranno° creati 1.700 posti letto aggiuntivi per gli studenti.

Chi è sceso in piazza, ieri, ha protestato contro questo.

Da leggere: legge 133, quello che c´è da sapere. Roberto Perotti, “L´università  truccata”: si spende tanto e male.

Se volete, votate Ok.

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Roberto Perotti, “L´università  truccata”: si spende tanto e male

sabato, 8 novembre 2008

Allora, partiamo da una considerazione.° ° ° 

Che l´Università  italiana venga in rilievo quasi esclusivamente per gli sprechi, le inefficienze, il nepotismo e le clientele: è un dato, oramai, assodato. I tagli contenuti nella famigerata legge 133 (parzialmente rivisti), hanno come obiettivo, proprio quello di invertire questa tendenza consolidatasi negli ultimi decenni. Se le università  sprecano danaro pubblico, danaro che proviene dalle tasse versate anche dai pensionati e dagli operai di 60 anni (che dell´università  non fruiscono), l´unica cosa sensata che si possa fare, è costringerle ad avere comportamenti virtuosi.

Moltiplicano cattedre per assumere figli, nipoti ad amanti? Incrementano i corsi di laurea, arrivando ad istituirne addirittura alcuni, cui risultano iscritte 5 persone?

Bene: si taglino le risorse stanziate da Pantalone (voi e me, cittadini-contribuenti), e così le si costringerà  ad avere un comportamento morigerato, rispettoso degli studenti, e delle persone indigenti che con le proprie tasse, quelle stesse università  contribuiscono a mantenere in vita.

Ora, quando ho scritto questo post, però, mi si è fatto notare (nei commenti), alcune cose: l´Ocse dice che i finanziamenti alla nostra Università  sono bassi, rispetto a quelli di altre nazioni, così com´è bassa la spesa pro-capite per studente. Allo stesso tempo, mi si è obiettato che non è con i tagli che si possano curare i mali che affliggono gli Atenei, proprio perché i finanziamenti complessivi rivolti ad essi, se paragonati a quelli di altri paesi, sono assai più contenuti.

Come si tenterà  di dimostrare in questo post, tali obiezioni sono tutte prive di fondamento!

Innanzitutto, perché come qui si è già  evidenziato, la più parte dei soldi indirizzati alle università , non° viene destinata agli studenti o alla ricerca: in quanto utilizzata, quasi esclusivamente, per pagare stipendi a baroni e affini (che continuano ad assumere parenti, senza freno alcuno).

In secondo luogo, come spesso avviene, non è sufficiente leggere un dato – nel caso in esame, quello dell´Ocse relativo all´ammontare dei finanziamenti italiani all´Università  -, per ottenere una risposta esaustiva, e per comprendere un fenomeno. Per il semplice motivo che il lettore occasionale, il non addetto ai lavori, può trovarsi ad ignorare i metodi grazie ai quali si è giunti ad elaborare quel dato, quell´analisi quantitativa.

Insomma: il non addetto ai lavori legge un numero, ma non sa in quale modo si sia arrivati ad ottenerlo. Ed è qui che casca l´asino, a proposito delle cifre fornite dall‘Ocse, in relazione alle università  italiane!

Quelle analisi, come si dirà  di seguito, non tengono conto di alcuna specificità  italica (specificità  che rende la nostra Università , unica al mondo): ad esempio il fatto che il 50% degli studenti universitari italiani sia fuori corso, e che il 20% non dia esami (giovanotti, leggete qui e qui).

In altre parole, per il nostro paese, il dato Ocse si riferisce “alla spesa media per studente iscritto“, e, quindi, non tiene conto del fatto che una quantità  industriale di studenti universitari non frequenti corsi, seminari, o lezioni in laboratorio, perché all´università  non mette piede! E siccome questa gente non frequenta materialmente le facoltà , nonostante risulti iscritta ad esse, non costa all´Università , quanto costerebbe se effettivamente frequentasse i corsi e se desse esami. Anzi, si può dire che non costi un accidente, è come non esistesse, come se non fosse iscritta. Chiaro?

Per le altre Nazioni, invece, l´Ocse ha usato un altro parametro: “la spesa per studente equivalente a tempo pieno, cioè calcolando il numero degli studenti pesati per i corsi effettivamente seguiti e gli esami effettivamente sostenuti“.

Metodo che per la nostra università  non è stato impiegato, proprio perché quel tipo di indice era difficile da ricavare, dato l´elevato numero di fuori corso e l´alta percentuale di studenti che non sostengono esami.

Queste cose, il non addetto ai lavori, non le saprà  leggendo i dati Ocse. E, dunque, facendo ricorso solo ad° essi,° inevitabilmente finirà  per farsi° un´idea sbagliata, più che parziale: assolutamente falsa.

Ora,° i chiarimenti° appena riportati, non li° ha formulati il pirla che vi scrive (che, a malapena, riesce a fare un’addizione).° Ma il professor Roberto Perotti, nel libro L´Università  truccata (Einaudi, Gli struzzi; 16 euro). Libro di cui si riporterà  ampi stralci, utili a comprendere come funzioni davvero l´Università .

Prima di proseguire, però, è necessario fare alcune premesse.

Innanzitutto, è opportuno chiarire chi sia Perotti. Riporto dalla terza di copertina (del libro): “Roberto Perotti ha conseguito il PhD in Economia al Mit di Boston. Ha poi insegnato per dieci anni alla Columbia University di New York, dove ha ottenuto la cattedra a vita. Tornato in Italia, oggi insegna all´università  Bocconi di Milano. Ha pubblicato lavori di macroeconomia sulle maggiori riviste scientifiche internazionali. Dal 2003 al 2008 è stato condirettore della rivista scientifica ufficiale dell´Associazione degli economisti europei, il “Journal of the European Economic Association”, e oggi è membro del comitato editoriale di altre riviste scientifiche di economia. E´ membro del National Bureau of Economic Research statunitense e del Center for Economic Policy Research Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Interamericana dello Sviluppo e la Banca d´Italia. E´ editorialista del “Sole 24 Ore” e redattore del sito di informazione economica lavoce.info. Con Tito Boeri ha pubblicato nel 2002 Meno pensioni, più welfare”.

Faccio sommessamente notare, che lavoce.info – soprattutto per la presenza di Tito Boeri - è il sito degli economisti “vicini”° al Partito democratico. Dunque Perotti non è un berlusconiano.

Ciò detto, devo premettere ancora qualcosa, prima di riportarvi alcuni estratti del suo libro.

Nello stesso, vengono riprodotte alcune tabelle. Ma siccome il sottoscritto non dispone di uno scanner (non saprei cosa farmene), le tabelle in questione – in alcuni casi, citate nel saggio – non saranno riportate in questo post. Ad eccezione di una che, essendo abbastanza grande e nitida, ho fotografato col telefonino, e vi presenterò nel post.

Ultima considerazione: Perotti ha scritto questo libro prima che scoppiasse la bagarre sulla legge 133, e non condivide il carattere non selettivo dei tagli da essa previsti. Dunque, le sue analisi, non possono – come già  ho detto – essere qualificate come proprie di un filoberlusconiano.

Ciò premesso, iniziamo.

Capitolo III.

I. Falsi miti, I: all´università  italiana mancano risorse (pagina 35).

“Secondo l´establishment, il vero problema è la mancanza di fondi. E nonostante questo sottofinanziamento cronico, l´università  riesce a essere all´avanguardia nella ricerca, e ad assicurare l´accesso gratuito all´istruzione terziaria a tutti coloro che lo desiderino, promuovendo così l´equità  e la mobilita sociale”.

“I dati, tuttavia, dicono chiaramente che tutti questi quattro miti sono falsi“.

“Quale sia la posizione politica, la diagnosi dei mali dell´università  e la cura che si propone, su una cosa rettori, professori, studenti, politici, commentatori e giornalisti sono d´accordo: l´università  italiana soffre di una drammatica carenza di risorse”.

“In effetti, qualsiasi indicatore di spesa per studente sembrerebbe porre l´Italia agli ultimi posti tra i paesi industrializzati. Per esempio, le cifre assai citate della pubblicazione dell´OCSE Education at a Glance danno per il 2004 una spesa annuale in istruzione terziaria di 7723 dollari per studente aggiustati per la parità  di potere d´acquisto (nota del libro: questa metodologia elimina gli effetti delle differenze dei prezzi dei beni e servizi in diversi paesi: un dollaro compra più beni e servizi in Messico che negli Usa, dove i prezzi sono più alti; un dollaro PPP compra lo stesso paniere di servizi nei due paesi. E´ quindi più informativo confrontare la spesa in dollari aggiustati per la parità  di potere d´acquisto. Di fatto, quest´ultima è la procedura standard dei raffronti internazionali di spesa universitaria); superiore, e di poco, solo a quella di Ungheria, Corea, Repubblica Ceca, Slovacchia, Messico, Grecia, Polonia”.

“Scoprire che l´Italia spende poco più del Messico dovrebbe far nascere più di un dubbio sulla validità  di questi dati“.

“Una investigazione un poco più approfondita infatti rivela che per i tutti i paesi eccetto l´Italia queste cifre si riferiscono alla spesa per studente equivalente a tempo pieno, cioè calcolando il numero degli studenti pesati per i corsi effettivamente seguiti e gli esami effettivamente sostenuti: all´incirca, uno studente che in un anno fa solo la metà  degli esami del carico normale riceve un peso di 0,5, e così via”.

Uno studente che non frequenta e non dà  esami non sottrae tempo ai docenti e non impone costi all´ateneo dove è iscritto: se un ateneo spende 10 euro ed ha due studenti, di cui uno non frequenta, tutta la spesa dell´università  di fatto è diretta allo studente che frequenta, quindi il costo medio per studente equivalente a tempo pieno non è di 5 euro, ma di 10″.

“Per mancanza di informazioni, tuttavia, il dato italiano (quello fornito dall´Ocse, nota di camelot) si riferisce alla spesa media per studente iscritto, quindi attribuendo il peso intero anche agli studenti fuori corso e agli studenti inattivi, cioè che non danno esami“.

“La differenza è rilevante, perché è ben noto che in Italia circa il 50 percento degli iscritti sono fuori corso, e il 20 percento non ha superato esami (nota del libro: Cfr. CNVSU “Offerta formativa, laureati e studenti)”.

Se si utilizza il coefficiente di .483 fornito dal MIUR per il 2003 (non vi sono dati per gli anni successivi) per convertire il numero di studenti iscritti nel numero di studenti equivalenti a tempo pieno, la spesa italiana per studenti equivalente a tempo pieno diventa 16.027 dollari PPP, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia (nota del libro: in realtà , ora la spesa italiana è fin troppo alta: forse non è del tutto plausibile che si spenda quasi il doppio per studente equivalente a tempo pieno che in Nuova Zelanda, e 5000 dollari più che in Francia o nel Regno Unito)”.

“Un metodo alternativo ma molto simile consiste nel calcolare, anziché la spesa annuale per studente, la spesa per studente durante la durata media effettiva degli studi, che come è noto in Italia è mediamente molto alta”.

Se si utilizza questo indicatore, e secondo i calcoli di una fonte non sospetta quale la Conferenza dei Rettori, l´Italia spende più delle media OCSE, e più di Francia e Regno Unito (nota del libro: Cfr. CRUI: “La voce del sistema universitario – Laboratorio di innovazione”).

“Questi dati, però, non vengono mai citati dai rettori quando si lamentano della mancanza di fondi”.

“Questi confronti internazionali vanno comunque presi con molta cautela, perché è praticamente impossibile assicurarsi che per ogni paese si prendano in considerazione esattamente gli stessi tipi di studenti e le stesse spese”.

“Per questo può essere utile ricostruire dalle fonti primarie (i bilanci dei singoli atenei) la spesa universitaria e le dotazioni di studenti e docenti in due sistemi come quello italiano e quello britannico, simili da un lato perché quasi completamente pubblici, ma diversi dall´altro lato perché il secondo è molto più produttivo”.

“I risultati sono nelle Figure 2 e 3 (per le ragioni succitate, non m´è stato possibile riportare tali figure, me ne scuso, nota di camelot). I dati si riferiscono all´anno accademico 2005/2006, l´ultimo disponibile al momento di scrivere questo libro, e coprono 63 atenei statali in Italia e 168 in Gran Bretagna”.

“Vediamo prima il rapporto medio fra studenti e professori: un valore più alto indica che ogni professore deve accudire, in media, più studenti, e dunque suggerisce un carico didattico medio maggiore”.

“La prima colonna della Figura 2 mostra che in effetti il rapporto studenti/docenti di ruolo (cioè, in Italia, ricercatori, professori associati, e professori ordinari) in Italia è di circa 33, contro 25 in Gran Bretagna”.

“Tuttavia, come abbiamo visto circa la metà  degli studenti italiani sono fuori corso, e molti non frequentano. Se si calcola il rapporto fra studenti equivalenti a tempo pieno e docenti di ruolo, la colonna 2 mostra che Italia e Gran Bretagna hanno esattamente lo stesso valore, 17,5 (nota del libro: si noti che il dato italiano, 17,5, è molto vicino, e addirittura inferiore, al rapporto studenti equivalenti a tempo pieno/docenti di ruolo calcolato dal MIUR per il 1999/2000, cfr. Istat (2003) p. 23)”.

“Quando poi si considerino non solo i docenti di ruolo, ma anche quelli a contratto e altro personale docente, quali tutor e collaboratori linguistici, il rapporto tra studenti e docenti diventa più alto in Gran Bretagna, 10.4 contro 9.1 in Italia”.

“Passiamo ora ai fondi disponibili. La Figura 3 mostra che la spesa totale per studente equivalente a tempo pieno italiana è inferiore a quella britannica, ma non in modo drammatico: 15.800 dollari aggiustati per la parità  del potere d´acquisto, contro 17.700, quindi una differenza di circa il 12 percento”.

“Abbiamo visto che la spesa totale durante gli anni di studio, calcolata con altri dati e da un´altra fonte, è invece superiore in Italia che in Gran Bretagna“.

“Ma quale è in media la remunerazione dei docenti nei due paesi?”.

La Tabella 2 mostra per l´Italia le remunerazioni tabellari minime e massime, e la remunerazione media effettiva di ogni grado di docenza; per la Gran Bretagna, la tabella mostra le remunerazioni minime, medie e massime di 10 atenei rappresentativi, più gli stessi valori per l´università  di Oxford. Anche in questo caso tutti i valori sono stati convertiti in dollari aggiustati per la parità  di potere d´acquisto (nota del libro: colonne 1 e 3: A. Pagliarini, Tabella retribuzioni 2004. Colonna 2: CNVSU, I costi annuali del personale di ruolo. Colonne da 4 a 8: Kubler, J. e Roberts, B., 2004-05 Academic Staff Salary Survey, Association of Commonwealth Universities)”.

La tabella mostra chiaramente che in Italia le remunerazioni medie e massime di ricercatori e professori associati sono superiori (per favore, rileggetevi quanto appena riportato, almeno 200 volte, nota di Camelot)”.

“Sono invece inferiori quelle minime, e quasi certamente quelle massime degli ordinari (anche se per la Gran Bretagna su queste ultime non vi sono dati”.

“Questo ci indica cosa non va nella spesa italiana: non è l´ammontare totale per studente, o la remunerazione media dei docenti, che è insufficiente; è la sua distribuzione e la sua progressione che sono perverse“.

“In Italia si pagano pochissimo i ricercatori appena entrati nell´università , cioè i più giovani e motivati, ma c´è una progressione stipendiale velocissima per effetto della sola età , che porta gli stipendi medi e massimi a essere ben superiori a quelli britannici. Inoltre, in Gran Bretagna c´è la possibilità  di retribuire molto le superstar di ciascuna disciplina, il che spiega perché in quel paese sono maggiori gli stipendi massimi degli ordinari”.

“Ancora più evidente (e sorprendente, data la mitologia sulla povertà  delle ricerca in Italia) è la differenza con il sistema statunitense. Come mostrano Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti (2005), un ordinario italiano con 25 anni di servizio da ordinario può raggiungere uno stipendio superiore a quello del 95 percento dei professori ordinari americani in università  con corsi di master (cioè tra le migliori, inferiori solo a quelle che hanno corsi di dottorato), indipendentemente dalla sua produzione scientifica (rileggetevi 1000 volte questi pochi righi, per favore, nota di Camelot)”.

“Ma mentre nelle università  americane il rapporto tra lo stipendio tipico degli ordinari e degli assistenti è di 1,5 a 1, in quelle italiane il rapporto tra lo stipendio a fine carriera di un ordinario e quello di ingresso di un ricercatore può arrivare a raggiungere valori di 4,5 a 1″.

“In altre parole: si spendono molte risorse per premiare esclusivamente l´anzianità  di servizio; queste risorse sono necessariamente sottratte ai giovani, che sono tipicamente i ricercatori più motivati e proficui (in molte discipline, soprattutto quelle scientifiche, la produttività  e la originalità  accademica raggiungono infatti un massimo verso i 40-45 anni)”.

“E´ questo un sistema che sembra fatto apposta per allontanare i talenti: sono esattamente coloro che pensano di non potercela fare con le proprie risorse che avranno più incentivo a scegliere una carriera che remunera esclusivamente l´anzianità , una variabile in cui tutti sono egualmente bravi senza nessuno sforzo”.

“Anche i finanziamenti statali agli atenei, distribuiti dal Fondo di Finanziamento Ordinario, riflettono quasi esclusivamente i finanziamenti passati, e quindi sono totalmente indipendenti dalla performance”.

“Una parte di questi fondi, la Quota di Riequilibrio (che non ha mai superato il 10 percento del totale, e recentemente è scesa quasi a zero), avrebbe dovuto essere distribuita per correggere gli squilibri fra atenei”.

“Ma poiché le variabili da “riequilibrare” sono potenzialmente infinite, la sua distribuzione è avvenuta in base a una quantità  di criteri, alcuni semplicemente bizantini; in particolare, qualsiasi tentativo di attribuirne almeno una parte in base alla qualità  delle ricerca è fallito“.

“Per esempio, nel 2006 la Quota di Riequilibrio fu inizialmente di 250 milioni (circa il 4 percento del finanziamento totale), ma ci si assicurò che essa non avesse alcun effetto rilevante stipulando esplicitamente che ogni ateneo avrebbe dovuto ricevere almeno il 99,5 percento dei finanziamenti dell´anno precedente: di fatto ciò significò attribuire solo 50 milioni (meno dell´1 percento del finanziamento totale) con il meccanismo della Quota di Riequilibrio”.

“In ogni caso, poiché il ministro Mussi si è rifiutato di utilizzare i risultati della valutazione della ricerca compiuta dal CIVR (e perché nessuno ha protestato e occupato università , all´epoca?, nota di Camelot), a tutt´oggi la qualità  della ricerca non figura tra i parametri in base ai quali assegnare i fondi statali agli atenei“.

Allora, il professor Perotti ha considerato diverse variabili, nella sua analisi. Cercando di sfatare molti luoghi comuni. Tra essi, il fatto che l´Università  italiana riceva pochi soldi. Così non è, evidentemente.

Ora, è chiaro che per mettere a posto il sistema universitario, non sia sufficiente tagliare e basta. Ma è da qui che si deve partire.

Per troppi decenni, infatti, i professori, i Presidi e i Rettori dei vari Atenei d´Italia, si sono comportati come veri e propri satrapi (qui se n´è parlato), scialacquando a cavolo di cane, risorse pubbliche; e sottraendole al diritto allo studio e alla ricerca.

I correttivi che il governo ha apportato alla legge 133, inoltre, rappresentano un primo passo per introdurre criteri meritocratici e più trasparenti, nel mondo accademico.

L´Università  va cambiata.

E chi si oppone a ciò, non lo fa di certo nell´interesse degli studenti e della ricerca.

P.S: ricordo che il libro citato è L´Università  truccata, di Roberto Perotti.

P.S.2: le tabelle pubblicate all´inizio del post, sono contenute in quest´articolo del Corriere della Sera (leggetelo). E consentono di verificare, in modo inequivocabile, quanto la più parte delle risorse stanziate per l´Università , venga usata per pagare stipendi, e non per garantire il diritto allo studio e una ricerca di qualità . Precisamente ciò che si è detto in questo post. Ancora in tema di sprechi: da leggere questo e questo.

Legge 133: quello che c´è da sapere.

Se volete, votate Ok.

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Riforma della scuola, tempo pieno: lo squadrismo cinico e baro di D´Avanzo

lunedì, 3 novembre 2008

Giuseppe D'Avanzo cervello foto

Giuseppe D´Avanzo, come dovrebbe essere noto, è uno dei più famosi giornalisti manettari in circolazione. Uno di quelli che, essendo per nulla democratico, dipendesse da lui metterebbe al gabbio finanche chi butta un chewingum per terra. Fascista fin la midolla, egli è!° ° ° 

D´Avanzo, inoltre, fino a qualche mese fa – prima di un celebre litigio – faceva coppia fissa con Travaglio. Insieme costituivano il duo del copia/incolla e degli articoli redatti a “tesi”: cioè pezzi giornalistici finalizzati ad accusare Berlusconi – usando capziosamente stralci di sentenze, che noi lettori mai abbiamo potuto leggere per intero -, di qualunque nefandezza. Anche la più truce.

Il loro motto era, e purtroppo resta: di qualunque cosa, ha da essere colpevole Berlusconi.

Oggi il Nostro, è arrivato ad attribuire al Cav. finanche la responsabilità  della sparatoria avvenuta ieri a Secondigliano (ad opera di alcuni camorristi), e° durante la quale sono stati° gambizzati alcuni bambini:

E tuttavia vale la pena di cogliere, anche nel suo minimalismo, il segnale inequivoco della volatilità , dell´inefficacia delle politiche “spettacolari” e “decisioniste” del governo“.

Meglio non commentare: strumentalizzare un evento tragico come questo, per attaccare il Premier, è roba da bestie.

Ma il Nostro, però, non si è limitato a questo. E nel pezzo ha° aggiunto anche altro. La menzogna, usata come a lui garba, cioè come un manganello:

Con la riforma della scuola primaria voluta da governo e l´abolizione del tempo pieno, quei pochi o molti che la frequentavano passeranno i loro pomeriggi proprio in sale giochi come quella di Secondigliano. Quella “povertà  di conoscenze” diventerà , per molti, per troppi di quei ragazzini, il lasciapassare per entrare nel mondo criminale. Con la presumibile alternativa o di diventare assassini o assassinati“.

Peccato – per D´Avanzo, s´intende – che con la riforma Gelmini, il tempo pieno continuerà  ad esistere: come ha evidenziato, più che chiaramente, TuttoScuola (“da 35 anni l´informazione educativa“). Ed anzi aumenterà  (il documento in formato pdf):

“Vediamo una simulazione. Attualmente le classi di scuola primaria organizzate a modulo sono circa 104 mila (il 75% del totale), mentre quelle a tempo pieno sono circa 34 mila (25%); se circa la metà  delle classi normali a modulo passassero a 24 ore settimanali, vi sarebbero 50-52 mila classi con il docente unico, con un risparmio di altrettante mezze unità  di personale (e quindi di 25-26 mila posti). Supponendo che un terzo di quel risparmio, pari a 16-17 mila mezze unità  di personale docente (pari a circa 8 mila posti) fosse reinvestito gradualmente in nuove classi a tempo pieno, avremmo, senza oneri aggiuntivi, l´incremento di altrettante classi che passerebbero dalle attuali 33 mila (25 del totale) a circa 50 mila (37% del totale) con un aumento del tempo pieno del 50%. In questo caso sarebbero circa 300 mila gli alunni che beneficerebbero dell´estensione del servizio: dai 672 mila dell´anno scolastico 2007/2008, a circa un milione“.

Con buona pace del fascista e cazzaro D´Avanzo!

Se volete, votate Ok.

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Mannheimer: la maggioranza (relativa) degli italiani approva la riforma della scuola e i tagli all´Università 

domenica, 2 novembre 2008

Dunque, stamane il Corriere della Sera ha pubblicato un sondaggio realizzato da Renato Mannheimer, per conoscere il parere degli italiani su alcune questioni: la riforma della scuola, i tagli alle università , e le proteste degli studenti.° ° ° 

Bene.

Dalla rilevazione demoscopica, emergono alcune indicazioni interessanti. Una, in particolare.

Innanzitutto, come si può vedere anche dalla tabella (pubblicata all‘inizio del post), la maggioranza degli intervistatiil 45% – approva la riforma Gelmini, e finanche i tagli introdotti con la famigerata legge 133 (contrario ai provvedimenti, invece,° si° è detto° il 31% del campione).

Non solo.

Il numero di coloro che si sono pronunciati a favore delle misure, è addirittura cresciuto, rispetto al 27 ottobre. Quando, d´accordo con gli interventi adottati dal governo Berlusconi, si era detto il 42% degli interpellati° (e contrario, il 32%).

Dunque, le proteste inscenate in questi giorni, non hanno sortito gli effetti (politici) sperati: gli italiani che oggi si dicono d´accordo con i provvedimenti varati da Silvio IV, infatti, sono più di quelli che ieri – prima che le proteste assumessero vaste proporzioni – si dicevano favorevoli agli stessi.

E questo dato, a mio modesto parere, dovrebbe far riflettere tutti i politici, soprattutto quelli della maggioranza.

Andare avanti, e senza esitazione alcuna: questo, chiedono al governo, gli italiani.

P.S.: Mannheimer sostiene che il 49% del campione giudichi “condivisibili” le proteste degli studenti, perché quest’ultimiappaiono “simpatici” e suscitano comunque solidarietà “.

Se volete, votate Ok.

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Un messaggio a favore della Gelmini e della riforma della scuola

martedì, 28 ottobre 2008

Mariastella Gelmini foto

Difendiamo la riforma e cambiamo la scuola:

“La scuola italiana, come da tutti ammesso e riconosciuto, è in crisi: trasformata (salvo eccezioni) in uno “stipendificio”, costa molto, paga poco gli insegnanti, non fornisce ai giovani gli strumenti per competere sul lavoro e per integrarsi nella società . C’è bisogno di reintrodurre il merito, rivalutare l’importanza del rispetto e della conoscenza delle regole, di rinnovare i contenuti.° ° 

Il Ministro Gelmini ha iniziato a riformare la scuola, a fare ciò che è assolutamente necessario per ridare dignità  agli insegnanti e prospettive vere ai giovani”.

Ha bisogno del sostegno di tutti.

Esprimiamole il nostro appoggio.

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Liberi di manifestare, ma liberi anche di studiare: una firma per difendere il diritto allo studio

lunedì, 27 ottobre 2008

Mariastella Gelmini foto

L’università  italiana è malata. Egemonizzata da privilegi baronali, minata dal proliferare degli sprechi e da un utilizzo scellerato delle risorse, squalificata da una corsa al ribasso nell’offerta formativa, sempre più lontana dalla vita reale e dal mondo del lavoro.° 

L’università  italiana deve cambiare. Noi vogliamo un’università  che funzioni; che disponga di adeguate risorse, ma soprattutto che sappia impiegarle razionalmente, evitando gli sperperi e interpretando la propria missione al servizio degli studenti e del futuro del Paese. E’ inutile reclamare risorse e lamentare tagli nei finanziamenti se non si è capaci di spendere bene il denaro di cui si dispone.

Noi rispettiamo coloro che stanno protestando e manifestando il proprio dissenso, quando ciò avviene nell’ambito della legge.

Pretendiamo la stessa dignità  e lo stesso rispetto per chi, come noi, giudica indispensabile un’azione riformatrice, valuta positivamente i provvedimenti fin qui adottati dal ministro Gelmini sulla scuola e intende dare un contributo costruttivo.

E pretendiamo dignità  e rispetto per chi decide di costruire il proprio futuro continuando a seguire le lezioni e a svolgere regolarmente gli esami. Si tratta di una larga maggioranza silenziosa, e non permetteremo che i suoi diritti vengano calpestati.

Liberi di manifestare, ma liberi anche di studiare e di contribuire a costruire una scuola e un’università  migliori.

Firma anche tu.

Liberi di manifestare, liberi di studiare

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Riforma Gelmini, legge 133 (Università ): quello che c´è da sapere

domenica, 26 ottobre 2008

Mariastella Gelmini foto

Allora, come noto, in questi giorni molti studenti universitari stanno occupando varie Facoltà , in Italia.° ° ° ° ° ° ° ° ° 

Essi contestano la legge 133 (ed altre norme ad essa collegate). In particolare, tre misure in essa contenute.

Innanzitutto, i tagli al Fondo di finanziamento ordinario. Tagli che, ad avviso degli okkupanti, minaccerebbero il diritto allo studio.

In secondo luogo, essi avversano una possibilità  che la legge introduce a favore degli Atenei: quella, cioè, che quest´ultimi possano costituire Fondazioni di diritto privato. Gli studenti che protestano, ritengono tale misura ignobile, perché a loro avviso equivarrebbe ad una privatizzazione delle università  (magari fosse così!).

In ultimo, essi lamentano il fatto che la succitata legge 133, preveda un blocco del turnover (nella misura del 20%), che in sostanza ridurrebbe di molto le assunzioni di nuovi prof, all´interno delle Università .

Partiamo da quest´ultimo punto.

Innanzitutto è vero che la 133 preveda un blocco del turnover. Ed è vero che su cinque professori che andranno in pensione nei prossimi anni, solo uno verrà  assunto per sostituirli. Però va subito aggiunto, che la misura in questione avrà  effetto – questo, prevede la 133 – solo fino al 2012. Quindi si tratta di un freno alle nuove assunzioni, che ha carattere transitorio (e molto breve).

Si dirà : ma perché viene adottata questa misura? E soprattutto: ma è giusta?

La risposta non può che tenere conto di alcuni dati quantitativi, assolutamente rilevanti.

Dai primi anni Novanta ad oggi, gli studenti universitari sono aumentati – in valore assoluto – del 7%; mentre il numero dei professori è aumentato del 25%.

Si dirà : va bene, ma forse era necessario incrementare in modo così consistente, il corpo docente; forse in questo modo si è reso un miglior servizio agli studenti.

Assolutamente no.

Il numero dei docenti è cresciuto a dismisura (più di tre volte quello degli studenti), solo per dare lavoro – come spesso avviene in Italia – agli amici, e agli amici degli amici.

Se ciò non fosse vero, non si riuscirebbero a spiegare alcune cose.

Ad esempio.

Negli ultimi sette anni (come ha raccontato Andrea Scaglia su Libero di ieri, e oggi ne ha parlato anche Feltri), nelle nostre università  sono stati messi al bando 13.232 posti da associato (quindi da professore di seconda fascia; quindi concorsi per ricercatori). Bene. Sapete quante persone sono state assunte, in realtà ?

A questo punto, molti di voi penseranno: “Che domanda del cazzo! Se sono stati banditi concorsi per 12.232 posti da professore associato, ne saranno state assunte 12.232″.

E invece no!

Il numero di coloro che sono divenuti professori associati, nel corso degli ultimi sette anni, è pari a 26.000.

Cioè le nostre università  regalano stipendi da professore associato, a 13.768 persone, prive di una cattedra (universitaria), e prive di studenti.

Tutto ciò è costato e costa “soltanto” (si fa per dire) 300 milioni di euro. Quelli che okkupano, proteggono queste persone assunte con logica clientelare. Che campano con soldi sottratti agli studenti, alla ricerca, e alla qualità  della didattica.

Ancora.

Le ragioni per cui è sacrosanto bloccare nuove assunzioni, nelle Facoltà , sono molteplici (oltre a quelle appena esposte).

Ad esempio.

Sempre per ragioni clientelari, sempre per dare lavoro agli amici e agli amici degli amici (tutto a spese nostre e a spese degli studenti), dal 2001 ad oggi, i corsi di laurea sono passati da 2.444 a 5.500.

Anche qui, prevedo l´obiezione: “Ma caro Camelot, se sono aumentati i corsi di laurea, lo si è fatto per venire incontro alle esigenze degli studenti. Solo per dare loro nuovo sapere”.

Senza dubbio!

Tanto è vero che in Italia esistono ben 323 corsi di laurea (Libero sostiene siano 327), con 15 – DICASI QUINDICI!!! – studenti. Questi corsi, per carità , mica sono stati creati ad hoc, per dare posti di lavoro a professori universitari e ricercatori. Ma quando mai!

Non finisce qui. Perché nel nostro meraviglioso paese – davvero il Bengodi – esistono anche 37 corsi di laurea, con un soloDICASI UNO!!! – studente iscritto. Tutto normale, tutto logico.

Ancora.

Siccome l´Università  viene usata dai prof, come un feudo personale (sovvenzionato, però, dal contribuente), ci sono altri corsi di laurea che hanno un seguito assai cospicuo, e che giammai sono stati creati solo per dare posti di lavoro ad amici e parenti. Per carità !

Ad esempio nella – economicamente – disastrata università  di Firenze (di cui si parlerà  anche dopo), esiste un corso di laurea in Scienze delle Religioni, che vanta addirittura ZERO iscritti. Così come esiste un altro corso in laurea, quello in Scienze Pedagogiche, che di iscritti ne ha addirittura UNO.

Ma non finisce qui.

Ad Arezzo, ad esempio, esiste un corso di laurea in Storia dell´Antichità , frequentato da ben TRE iscritti. Per non parlare, poi, di quello in Società , Culture e Istituzioni d´Europa, che è affollatissimo: SETTE immatricolati, addirittura (chissà  che ressa, la mattina, per accedere all´aula!).

Ancora.

Stamane, sull´inserto napoletano del Corriere della Sera – il Corriere del Mezzogiorno – sono apparsi due articoli. Argomento: okkupazioni in corso a L´Orientale (che, come sanno tutti i campani, è uno degli Atenei più rossi d´Italia! Ma questo vuol dire poco, altro importa).

In uno dei due articoli, il giornalista Fabrizio Geremicca ci racconta che i tagli al Fondo di finanziamento ordinario, probabilmente, faranno “chiudere” alcune cattedre universitarie.

Domanda: perché?

Perché nessuno – o quasi -° è° iscritto° ai corsi ad esse associati. Dunque, stante il taglio ai finanziamenti, si ridurranno gli sprechi, tagliando corsi poco o nulla seguiti.

Il giornalista, ad esempio, intervista – come lui dice – “Valentina, una bella ragazza bionda di 21 anni“. La quale, racconta:

Io, al secondo anno, sono l´unica studentessa che segue Amarico, la lingua ufficiale che si studia in Etiopia. C´è un solo docente. Se passerà  questa legge, quando lui andrà  via, l´insegnamento si spegnerà “.

Beata questa fanciulla: segue un corso tutta sola soletta, e con un prof a sua completa disposizione. Una regina!

Sempre a L´Orientale, poi, esiste un corso di laurea (va detto che nella suddetta Università  si studiano, appunto, soprattutto lingue orientali) ove viene insegnato il berbero. Corso seguito da un fiume di persone: 20 iscritti.

Ora, tenuto conto dei molteplici corsi di laurea inutili, creati solo per dare posti di lavoro ad amici; e tenuto conto del fatto che molti di essi abbiano un seguito modestissimo, non vi pare ragionevole limitare nuove assunzioni – come prevede la legge 133 – fino al 2012? Non vi pare ragionevole sostituire solo un professore ogni cinque che andranno in pensione? Non vi pare giusto ridurre gli sprechi che, in parte lo si è dimostrato (e ancora se ne parlerà ), sono uno scandalo che urla vendetta?

La ratio della norma, è proprio questa: contenere gli sprechi, adeguare il numero dei professori all´effettiva popolazione universitaria complessiva.

Non mi sembra iniquo, tutto ciò.

Inoltre, il capitolo sprechi ben si lega ad un´altra questione, che è alla base delle proteste degli studenti: i tagli al Fondo di finanziamento ordinario.

Partiamo dai numeri: nel 2009 si taglieranno soltanto – e ribadisco soltanto – 63,5 milioni di euro; nel 2013 si arriverà  a tagliare 455 milioni di euro.

Ora, come già  detto, in parte si è mostrato come le Università  – in tutta Italia – producano sprechi: mantenere in vita corsi di laurea frequentati da uno – o pochi iscritti – è un costo abnorme. Irragionevole, e per di più pagato da tutti. Studenti in primis.

Dunque, le sforbiciate volute del duo Tremonti/Gelmini, vanno valutate in quest´ottica: quella della razionalizzazione dei costi.

In più, nel 2009, la limatura è assai contenuta. Soprattutto se la si valuta in rapporto a quella voluta da Fabio Mussi.

Che, come racconta il neo-Rettore della Sapienza (forse, però, ricordando male, e sottostimando la somma):

Ha tolto 87 milioni di euro alla ricerca per darli agli autotrasportatori che protestavano contro il caro benzina. Chiaramente è stata una scelta dell´allora ministro dell´Economia, Padoa Schioppa, ma Mussi non ha detto niente e in quel caso nessuno ha manifestato“.

Già , verrebbe da chiedere: ma i bamboccioni che oggi protestano, perché non hanno okkupato anche ieri? Semplice: perché le loro okkupazioni hanno natura politica, servono solo a contestare Berlusconi. Sono proteste pregiudiziali, e non di merito.

Tuttavia, sopra si è detto che il Rettore della Sapienza, Luigi Frati, forse ricorda male.

E per un motivo: Guido Trombetti – Presidente della conferenza dei Rettori – all´epoca dei fatti, parlava di un importo ben più consistente (era il 26 luglio 2006):

Difficile immaginare un inizio peggiore della politica del governo Prodi verso l’università  e gli enti di ricerca“.

Le conseguenze del nuovo taglio, misurabili in non meno di duecento milioni di euro dall’anno prossimo, avranno conseguenze devastanti sulla qualità  della didattica e della ricerca“.

200 milioni di euro di tagli, a partire dal 2007: e perché nessuno protestò, allora? Perché c´era il governo amico, al potere. Ovvio!

Tuttavia, nessuno – qui – vuole negare l´entità  della sforbiciata che il centrodestra ha deliberato. Sicuramente essa è consistente.

Ma qui la si considera necessaria e utile.

E tale la si valuta, perché tutte le Università  d´Italia – a causa di una gestione scellerata, clientelare e nepotistica da parte del corpo docente -, versano in una condizione drammatica: che si caratterizza per un numero eccessivo di corsi di laurea, per un numero eccessivo di dipartimenti, e per uno scialacquio di risorse ignobile.

Infatti non c´è solo il problema dei corsi di laurea “fantasma”, cioè con pochi studenti, creati solo per dare lavoro a professori e ricercatori amici: c´è anche di peggio.

Ci sono situazioni grottesche, come quella dell´Università  di Firenze.

Che pur avendo i conti in rosso – per un numero eccessivo di prof, che assorbono oltre il 90% delle risorse disponibili grazie al Fondo di finanziamento ordinario -, addirittura – ascoltate bene – si permette il lusso di possedere 40 ettari di terreno, in località  San Casciano Val di Pesaro, per produrre vino, olio extravergine e grappa. Cosa cacchio c´entrano il vino e la grappa, con la mission di un´Università ?

Nulla! Ma il precedente Rettore di quell´Ateneo, faceva il bello e il cattivo tempo. Con i soldi degli studenti, s‘intende!

Lo stesso Rettore, addirittura, stanziò nel bilancio 1,2 milioni di euro, per trasformare il terreno succitato, in un agriturismo!

Pensiate siano pochi, i casi come questo?

Affatto! Ce ne sono centinaia in tutta Italia. Perché l´Università  – come ogni altro comparto pubblico – è gestita in modo pessimo. Con logiche che nulla hanno a che vedere con la didattica.

Chi difende lo status quo, chi lamenta l´eccessiva onerosità  dei tagli, vuole – in alcuni casi in buona fede – che lo scialacquio continui! Che il denaro pubblico venga ancora impiegato soprattutto per pagare stipendi, a professori in sovrannumero!

Ed è qui che arriviamo al punto: gli studenti che protestano, lamentano il fatto che i tagli finiranno per ridurre i finanziamenti alla ricerca, per peggiorare la didattica, e per produrre un aumento delle tasse universitarie per gli studenti. E´ falso!

Partiamo dalle tasse universitarie.

Esse, nove casi su dieci, non aumenteranno affatto, a causa dei tagli.

E per un motivo: sono soggette a dei tetti, a dei massimali. E si dà  il caso che tali massimali siano già  applicati da quasi tutte le università .

A stabilire dei tetti ai versamenti degli studenti, è il Regolamento n. 305 del 1997 (ancora in vigore):

“(…) la contribuzione studentesca non può eccedere il 20 per cento dell’importo del finanziamento ordinario annuale dello Stato”.

Come già  detto: questo limite è già  stato raggiunto (in molti casi).

Dunque è un falso, che le tasse possano aumentare – nove casi su dieci – in virtù dei tagli. E´ solo un´arma usata dagli okkupanti per fare “terrorismo psicologico”, per diffondere panico, e per raccogliere consensi attorno alle proteste.

Ancora.

Altra balla: i tagli al Fondo di finanziamento ordinario, ridurranno i finanziamenti alla ricerca, in modo massiccio.

Ciò non è vero, per un semplice motivo: che il 90% del Fondo succitato, purtroppo, oggi è impiegato per pagare stipendi ai prof; e soltanto il 10% viene usato per la ricerca (per scelta delle singole Facoltà ).

E allora qui ritorniamo a monte: è il numero elevato di professori universitari, che produce sperpero di risorse.

Se la più parte delle Università  ha un numero così elevato di docenti, da dover impiegare oltre il 90% delle risorse erogate dallo stato (che come più avanti si dirà , è vietato dalla legge), per pagare loro lo stipendio, vuol dire che evidentemente le Università  non sono gestite nell´interesse degli studenti, ma solo nell´interesse dei professori universitari. E la didattica, e la qualità  dell´insegnamento ne risentono.

Non a caso, una recente ricerca pubblicata da Times, inserisce una sola Università  italiana, tra le duecento migliori al mondo: quella di Bologna (che si colloca al 192°° posto). Nessun´altra Università  – nemmeno la Bocconi – figura tra le migliori.

Di chi è la colpa di ciò? Chi governa le Università , il caso? Oppure professori universitari che paiono più interessati al proprio potere, che alla qualità  dell´istruzione che impartiscono?

Chi protesta, chi occupa, difende i “baroni”: non il diritto allo studio, che non è intaccato da quei tagli.

Chi protesta, chi occupa, difende gli illeciti dei baroni, proprio così!

Come si è detto, per legge, i finanziamenti dello stato non possono essere usati in percentuali superiori al 90%, per pagare stipendi. A dirlo, non è il pirla che vi scrive, ma la legge 449/97 , art. 51, comma 6, punto 4:

“Le spese fisse e obbligatorie per il personale di ruolo delle università  statali non possono eccedere il 90 per cento dei trasferimenti statali sul fondo per il finanziamento ordinario“.

E sono svariate diecine, invece, le Università  che superano questa soglia, violando la legge!

Qui, per ragioni di brevità , se ne elencherà  solo alcune.

Ad esempio c´è l´Università  dell´Aquila, il cui Rettore – Ferdinando Di Iorio (candidato alla Presidenza della Regione Abruzzo, con la Sinistra l´Arcobaleno) -, ha molto male amministrato l´Ateneo: quest´ultimo, infatti, vanta un disavanzo di 12 milioni di euro; e in spregio alla legge sopramenzionata – e come molte altre Università  – impiega il 95,5% del Fondo (di finanziamento ordinario) per pagare stipendi. E non si può, per legge! E lo stesso Rettore, tollera esistano corsi di laurea con otto – dicasi otto – iscritti: come quello che si tiene a Celano, in Ingegneria agroindustriale.

Ora, se° in moltissimi° casi, le Università  impiegano oltre il 90% del Fondo che la Gelmini e Tremonti vogliono decurtare, per pagare gli stipendi ai docenti universitari in sovrannumero: mi dite in che modo tutto ciò potrà  ripercuotersi negativamente sul diritto allo studio?

I tagli, assieme al blocco del turnover, porteranno solo benefici agli studenti: saranno ridotti i corsi di laurea frequentati solo da poche anime; sarà  bloccato l´ingresso di nuovi professori che non servirebbero! Se non ci fossero troppi professori, rispetto agli studenti, non ci sarebbe bisogno di impiegare oltre il 90% del Fondo per pagare loro lo stipendio!

E lo si è detto all´inizio: dagli anni Novanta ad oggi, gli studenti universitari sono aumentati del 7%; mentre i docenti (universitari) del 25%! A cosa cacchio servono, tutti questi prof?

Invece, tra qualche anno, dopo che saranno stati cancellati i corsi frequentati da zero iscritti (e dopo che sarà  stata razionalizzata la spesa per stipendi), ciascun Ateneo disporrà  di più risorse, rispetto ad oggi, da destinare alla ricerca e alla didattica.

Inoltre, che la storiella che le Università  italiane facciano schifo, perché i fondi sono pochi, è una cazzata sesquipedale.

Come raccontano i prof universitari – nonché economisti – del sito Noise from Amerika:

“”si deve a Roberto Perotti aver chiarito (già  in The Italian University System: Rules vs. Incentives e di nuovo in “L’Università  truccata”, Einaudi) che la mancanza di fondi è un falso mito. Tenendo opportunamente conto della circostanza che un numero notevole di studenti iscritti non ha più un rapporto con l’università  e dunque non grava in alcun senso sulle strutture universitarie, la spesa annuale per studente risulta in Italia “la più alta al mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia“”.

Lo ribadisco: chi occupa, lo fa soltanto a favore dei professorini! Per mantenere in vita lo status quo.

Quelli che subiranno perdite, infatti, sono i “baroni”. Quelli che, ordinari a tempo pieno, lavorano 3 ore al giorno, arrivando a guadagnare 10.000 euro al mese (pagati da tutti noi).

Quelli che, nelle Università , assumono figli, nipoti e parenti vari. E le cifre lo documentano in modo impietoso.

Le percentuali di omonimia, all´interno dei singoli Atenei, sono vergognose, da paese del Terzo Mondo.

A Medicina, il “tasso di omonimia” è mai inferiore al 20%. In alcune università  del Sud Italia, invece, arriva addirittura al 40%.

Nel dettaglio, ecco alcune cifre (con relativa tabella):

A La Sapienza di Roma, il 20% dei prof ha lo stesso cognome (sono parenti!).

Alla Cattolica di Roma, invece, la percentuale è del 15%.

Alla Statale di Milano, la percentuale di prof con lo stesso cognome è pari all´11,8%.

Alla Federico II di Napoli, l´omonimia arriva al 23,5%. Alla Seconda Università  (sempre di Napoli), invece, la percentuale sale al 27,5%.

A Messina, i prof con lo stesso cognome sono il 33%.

A Bologna sono il 17,2%. A Padova sono il 3,7%. Alla Università  Tor Vergata di Roma, sono il 13%. All´Università  di Torino sono il 13,6%.

Domanda: volete che la situazione continui così? Volete continuino ad essere creati corsi di laurea fasulli, con tre iscritti, che servono solo ad assumere figli e nipoti di “baroni”?

Prego, fate pure. L´essenziale, però, è che non diciate che protestate per difendere il diritto allo studio. Perché è un falso!

Altra cosa che viene contestata: il fatto che la legge 133, preveda la possibilità  – la facoltà , non l´obbligo – che le università  possano dare vita a fondazioni di diritto privato. Ecco il testo dell´articolo:

“Art. 16.
Facoltà  di trasformazione in fondazioni delle università 

1. In attuazione dell’articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell’autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università  pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e’ adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e’ approvata con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università  e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1°° gennaio dell’anno successivo a quello di adozione della delibera.

2. Le fondazioni universitarie subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi e nella titolarità  del patrimonio dell’Università . Al fondo di dotazione delle fondazioni universitarie e’ trasferita, con decreto dell’Agenzia del demanio, la proprietà  dei beni immobili già  in uso alle Università  trasformate.

3. Gli atti di trasformazione e di trasferimento degli immobili e tutte le operazioni ad essi connesse sono esenti da imposte e tasse.

4. Le fondazioni universitarie sono enti non commerciali e perseguono i propri scopi secondo le modalità  consentite dalla loro natura giuridica e operano nel rispetto dei principi di economicità  della gestione. Non e’ ammessa in ogni caso la distribuzione di utili, in qualsiasi forma. Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività  previste dagli statuti delle fondazioni universitarie sono destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime.

5. I trasferimenti a titolo di contributo o di liberalità  a favore delle fondazioni universitarie sono esenti da tasse e imposte indirette e da diritti dovuti a qualunque altro titolo e sono interamente deducibili dal reddito del soggetto erogante. Gli onorari notarili relativi agli atti di donazione a favore delle fondazioni universitarie sono ridotti del 90 per cento.

6. Contestualmente alla delibera di trasformazione vengono adottati lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilità  delle fondazioni universitarie, i quali devono essere approvati con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università  e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. Lo statuto può prevedere l’ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati.

7. Le fondazioni universitarie adottano un regolamento di Ateneo per l’amministrazione, la finanza e la contabilità , anche in deroga alle norme dell’ordinamento contabile dello Stato e degli enti pubblici, fermo restando il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario.

8. Le fondazioni universitarie hanno autonomia gestionale, organizzativa e contabile, nel rispetto dei principi stabiliti dal presente articolo.

9. La gestione economico-finanziaria delle fondazioni universitarie assicura l’equilibrio di bilancio. Il bilancio viene redatto con periodicità  annuale. Resta fermo il sistema di finanziamento pubblico; a tal fine, costituisce elemento di valutazione, a fini perequativi, l’entità  dei finanziamenti privati di ciascuna fondazione.

10. La vigilanza sulle fondazioni universitarie e’ esercitata dal Ministro dell’istruzione, dell’università  e della ricerca di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. Nei collegi dei sindaci delle fondazioni universitarie e’ assicurata la presenza dei rappresentanti delle Amministrazioni vigilanti.

11. La Corte dei conti esercita il controllo sulle fondazioni universitarie secondo le modalità  previste dalla legge 21 marzo 1958, n. 259 e riferisce annualmente al Parlamento.

12. In caso di gravi violazioni di legge afferenti alla corretta gestione della fondazione universitaria da parte degli organi di amministrazione o di rappresentanza, il Ministro dell’istruzione, dell’università  e della ricerca nomina un Commissario straordinario, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, con il compito di salvaguardare la corretta gestione dell’ente ed entro sei mesi da tale nomina procede alla nomina dei nuovi amministratori dell’ente medesimo, secondo quanto previsto dallo statuto.

13. Fino alla stipulazione del primo contratto collettivo di lavoro, al personale amministrativo delle fondazioni universitarie si applica il trattamento economico e giuridico vigente alla data di entrata in vigore del presente decreto.

14. Alle fondazioni universitarie continuano ad applicarsi tutte le disposizioni vigenti per le Università  statali in quanto compatibili con il presente articolo e con la natura privatistica delle fondazioni medesime”.

Ecco, soffermiamoci su un paio di punti che sono dirimenti:

“Le fondazioni universitarie sono enti non commerciali e perseguono i propri scopi secondo le modalità  consentite dalla loro natura giuridica e operano nel rispetto dei principi di economicità  della gestione. Non e’ ammessa in ogni caso la distribuzione di utili, in qualsiasi forma. Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività  previste dagli statuti delle fondazioni universitarie sono destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime”.

Dunque le fondazioni non possono svolgere attività  commerciali o perseguire scopi di lucro, né possono utilizzare i proventi per distribuire dividendi.

Ancora:

“Alle fondazioni universitarie continuano ad applicarsi tutte le disposizioni vigenti per le Università  statali in quanto compatibili con il presente articolo e con la natura privatistica delle fondazioni medesime”.

Il che vuol dire, ad esempio e tra le tante cose, che se domani un´Università  dovesse trasformarsi in una Fondazione, rimarrebbe in vigore la norma citata sopra, sul limite delle tasse universitarie. Per gli studenti, nulla evolverebbe in peggio.

Inoltre le Fondazioni sarebbe sempre soggette al controllo del Ministero dell´Università  e a quello della Corte dei Conti.

Ma quello che mi preme sottolineare, è un´altra cosa: una norma equivalente, già  esiste.

Fu approvata dal centrosinistra – c´era il governo Amato, all´epoca, appoggiato anche dal Pdci -, nel 2000; ed entrò in vigore nel 2001.

Si tratta del Decreto del Presidente della Repubblica 254/2001, “Regolamento recante criteri e modalità  per la costituzione di fondazioni universitarie di diritto privato, a norma dell’articolo 59, comma 3, della legge 23 dicembre 2000, n. 388“.

Eccone il contenuto:

“Titolo I DISPOSIZIONI GENERALI

° 

Art. 1. Personalità  giuridica delle fondazioni e finalità 

° 

1 . In applicazione di quanto previsto dall’articolo 59, comma 3, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, e in luogo delle aggregazioni di cui alla lettera c) del comma 2 dello stesso articolo, le università  statali, di seguito denominate enti di riferimento, al fine di realizzare l’acquisizione di beni e servizi alle migliori condizioni di mercato, nonché per lo svolgimento delle attività  strumentali e di supporto alla didattica e alla ricerca, possono costituire, singolarmente o in forma associata, fondazioni di diritto privato disciplinate, per quanto non espressamente previsto dal presente regolamento, dal codice civile e dalle relative disposizioni di attuazione. Anche la Conferenza dei rettori delle università  italiane può, per le stesse finalità , promuovere la costituzione di dette fondazioni.

Le fondazioni sono persone giuridiche private senza fini di lucro ed operano esclusivamente nell’interesse degli enti di riferimento.

5 . Gli enti di riferimento esercitano nei confronti della fondazione le funzioni di indirizzo e di riscontro sull’effettiva coerenza dell’attività  delle fondazioni con l’interesse degli enti medesimi.

6 . Le fondazioni perseguono i propri scopi con tutte le modalità  consentite dalla loro natura giuridica ed operano nel rispetto di principi di economicità  della gestione. Non è ammessa sotto qualsiasi forma la distribuzione di utili. Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività  previste dagli statuti sono utilizzati interamente per perseguire gli scopi della fondazione”.

Quali attività  possono svolgere:

Art. 2. Tipologie di attività  attribuibili alle fondazioni

1 . Le fondazioni possono svolgere, a favore e per conto degli enti di riferimento, una o più delle seguenti tipologie di attività , secondo quanto previsto dai rispettivi statuti:

a) l’acquisizione di beni e servizi alle migliori condizioni di mercato;

b) lo svolgimento di attività  strumentali e di supporto della didattica e della ricerca scientifica e tecnologica, con specifico riguardo:

>1) alla promozione e sostegno finanziario alle attività  didattiche, formative e di ricerca;

2) alla promozione e allo svolgimento di attività  integrative e sussidiarie alla didattica ed alla ricerca;

3) alla realizzazione di servizi e di iniziative diretti a favorire le condizioni di studio;

4) alla promozione e supporto delle attività  di cooperazione scientifica e culturale degli enti di riferimento con istituzioni nazionali ed internazionali;

5) alla realizzazione e gestione, nell’ambito della programmazione degli enti di riferimento, di strutture di edilizia universitaria e di altre strutture di servizio strumentali e di supporto all’attività  istituzionale degli enti di riferimento;

6) alla promozione e attuazione di iniziative a sostegno del trasferimento dei risultati della ricerca, della creazione di nuove imprenditorialità  originate dalla ricerca ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera b), n. 1), del decreto legislativo 27 luglio 1999, n. 297, della valorizzazione economica dei risultati delle ricerche, anche attraverso la tutela brevettale;

7) al supporto all’organizzazione di stages e di altre attività  formative, nonché ad iniziative di formazione a distanza.

2 . Per il perseguimento delle finalità  di cui al comma 1 le fondazioni possono, fra l’altro:

>a) promuovere la raccolta di fondi privati e pubblici e la richiesta di contributi pubblici e privati locali, nazionali, europei e internazionali da destinare agli scopi della fondazione;

b) stipulare contratti, convenzioni, accordi o intese con soggetti pubblici o privati;

c) amministrare e gestire i beni di cui abbiano la proprietà  o il possesso, nonché le strutture universitarie delle quali le sia stata affidata la gestione;

d) sostenere lo svolgimento di attività  di formazione, ricerca e trasferimento tecnologico, anche attraverso la gestione operativa di strutture scientifiche e/o tecnologiche degli enti di riferimento;

e) promuovere la costituzione o partecipare a consorzi, associazioni o fondazioni che condividono le medesime finalità , nonché a strutture di ricerca, alta formazione e trasferimento tecnologico in Italia e all’estero, ivi comprese società  di capitali strumentali a dette strutture. Nel caso di partecipazione a tali società  di capitali la partecipazione non può superare il cinquanta per cento dell’intero capitale sociale;

f) promuovere e partecipare ad iniziative congiunte con altri istituti nazionali, stranieri, con amministrazioni ed organismi internazionali e, in genere, con operatori economico e sociali, pubblici o privati;

g) promuovere seminari, conferenze e convegni anche con altre istituzioni e organizzazioni nazionali ed internazionali o partecipare ad analoghe iniziative promosse da altri soggetti.

>3 . Le fondazioni agevolano la partecipazione alla propria attività  di enti e amministrazioni pubbliche e di soggetti privati, sviluppando ed incrementando la necessaria rete di relazioni nazionali ed internazionali funzionali al raggiungimento dei propri fini”.

Dunque, come si è dimostrato, una norma in materia esisteva già .

Non solo: molteplici sono le Università  che ne hanno approfittato. Molteplici sono le università  che si sono “trasformate” in Fondazioni, senza che ciò abbia nuociuto alla didattica, o al diritto° allo studio. Anzi!

Infatti il compito principale delle Fondazioni è quello di promuovere la raccolta di fondi privati, per migliorare la qualità  della ricerca nelle università . E per mettere a contatto imprese e laureandi, onde consentire a quest´ultimi di trovare lavoro in tempi brevi.

Vediamo quali Atenei hanno dato vita a Fondazioni.

Fondazione Politecnico di Milano. Fondazione Università  di Venezia.

Fondazione Università  di Salerno. Fondazione dell´Università  degli studi dell´Aquila.

Fondazione Università  IULM. Dal cui sito si legge:

“Fondazione Università  IULM costituisce un avanzato progetto per la ricerca applicata e la formazione continua.

Un progetto promosso " a partire dall´art. 59, comma 3, dalle legge 388/2000 che ha avviato la legittimità  della costituzione delle fondazioni universitarie e dal DPR 254/2001 che ha varato il conseguente regolamento " dall´Università  Iulm di Milano (tra i maggiori soggetti universitari in Italia per immatricolazioni e laureati nel settore dell´informazione e della comunicazione) in collaborazione con importanti partner istituzionali, associativi e di impresa del territorio”.

Poi ci sono un paio di sorprese, che riguardano la “rossa” Emilia Romagna.

Università  di Modena e Reggio Emilia Fondazione Marco Biagi.

Per arrivare al clou.

Infatti anche la “rossissima” Università  di Bologna, è costituita in forma di Fondazione.

Qualcuno si chiederà : ma quale è lo scopo di una Fondazione universitaria?

Lo dice il sito della Fondazione Alma Mater:

“Fondazione Alma Mater svolge il ruolo di collegamento tra l´Università  di Bologna e la società . Istituita nel 1996 – e riconosciuta nel 1997 dal Ministero dell´Università  e della Ricerca Scientifica e Tecnologica " la Fondazione ha come mission l’integrazione fra sistemi (Università , istituzioni, imprenditoria privata) al fine di mettere a disposizione delle realtà  socio-economiche nazionali ed internazionali l´enorme patrimonio del sapere universitario.

I compiti di Fondazione Alma Mater, che opera in tutti i campi senza scopo di lucro, sono:

  • collaborare con l´Ateneo per la realizzazione dei suoi fini istituzionali ivi compresi lo svolgimento dell´attività  didattica e le attività  di servizio rese agli studenti;
  • realizzare, sviluppare e promuovere, sia direttamente che indirettamente, l´utilizzazione delle conoscenze generate dall´attività  scientifica al fine di migliorare le informazioni e le tecnologie a disposizione degli operatori pubblici e privati;
  • costituire e promuovere una rete dell´Alta Formazione e della Formazione Continua di eccellenza, capace di trasferire conoscenza e innovazione ai diversi segmenti del sistema produttivo ed istituzionale del territorio;
  • promuovere e consolidare il sistema di relazioni dell´Università  di Bologna, agevolando anche il collegamento dell´Ateneo con gli altri Atenei europei e di tutto il mondo nella prospettiva di collaborazione europea ed internazionale;
  • realizzare consulenze di alto profilo per la creazione di impresa ed il trasferimento tecnologico sia per gli enti associati ed i soggetti privati associati, sia per altri soggetti pubblici e privati;
  • favorire, sviluppare e sostenere gli studi e la ricerca anche applicata nei settori dell´ecologia, dell´ambiente, nonché la ricerca anche applicata medico-biologica con particolare riferimento ai problemi degli anziani;
  • svolgere attività  di fund raising in favore dell´Università  di Bologna”.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe chiedersi: ma questo fund raising, questo procacciamento di risorse in “favore dell´Università  di Bologna“, in quale modo avviene?

E´ sempre il sito della Fondazione, a rispondere:

“La Campagna “Cinque per mille all’Università  di Bologna”

Anche quest’anno l’Università  è uno dei potenziali beneficiari dello strumento 5 per mille, offerto ai cittadini per la prima volta nel 2006.

Attraverso la destinazione del “5 per mille”, che non comporta alcun onere per il contribuente, è possibile sostenere le istituzioni accademiche nelle proprie attività  di ricerca e nel miglioramento della didattica.

L’Università  di Bologna, tra l’altro, ha raccolto grande attenzione in questo senso da parte dei cittadini e dei suoi ex studenti. Infatti, nel corso della campagna del 2006 l’Ateneo bolognese si è “classificato” al 2°° posto, dopo l’Università  la Sapienza di Roma, per numero di contribuenti che vi hanno destinato il proprio 5 per mille, arrivando a raccogliere 600.000 Euro. E nel 2007 i risultati sono ulteriormente migliorati, con Unibo prima tra le Università  italiane per numero di contributi singoli ricevuti.

E’ questo lo slancio con cui parte la campagna del 2008, destinata a “toccare” con eventi ed altre iniziative la sede bolognese e le sedi di Romagna dell’Università .

Quest’anno, i fondi raccolti attraverso la campagna “Cinque per mille all’Università  di Bologna” saranno impiegati per contribuire allo sviluppo della ricerca, attraverso migliori strutture, nuove strumentazioni e sostegno alle attività  di ricercatori. In questo senso, tra l’altro, la campagna si inserisce organicamente nello sforzo dell’Alma Mater per promuovere l’innovazione, la competitività  del territorio, e conseguentemente anche la migliore qualità  della vita nel nostro paese”.

In conclusione.

La tanto vituperata legge 133 ha degli obiettivi molto chiari: ridurre gli sprechi, mettere le Università  nelle condizioni di operare nel modo più efficiente possibile, e a favore degli studenti; consentire agli Atenei di “trasformarsi” in Fondazioni (è una facoltà , lo ripeto, non un obbligo), onde procurarsi ulteriore denaro (privato, in questo caso) per finanziare attività  di ricerca.

Il resto è demagogia.

Da leggere: Roberto Perotti, “L’università  truccata”: si spende tanto e male.

Da leggere: 30.000 persone in piazza contro la riforma Gelmini. Più che un’Onda, una goccia.

Una firma per difendere la libertà  di frequentare le università , ed una a sostegno della riforma Gelmini.

Se volete, votate Ok.

Leggi altre news su per il Popolo delle Libertà .

Riforma Gelmini, qualche link per conoscerne i contenuti

venerdì, 24 ottobre 2008

Mariastella Gelmini foto

Della riforma Gelmini parlerò diffusamente nei prossimi giorni.° 

Per ora vi segnalo alcuni post che, almeno in parte, ne illustrano i contenuti.

Riforma Gelmini, articolo per articolo.

Decreto Gelmini (quello contro cui manifestano gli universitari): articoli 16 e 66.

Il controdossier della sinistra sulla scuola è un falso.

Un professore commenta la riforma Gelmini.

Gelmini: nel 2012 bonus di 7 mila euro a 250.000 insegnanti: “L’articolo 64 della legge 133 destina il 30% delle economie di spesa all’incremento delle risorse contrattuali per la valorizzazione e lo sviluppo professionale della carriera del personale della scuola, a decorrere dal 2010. Si tratta pertanto di oltre 2 miliardi di euro nel triennio 2010-2012, e in particolare di 956 milioni a partire dal 2012“.

P.S.: consiglio anche questo post: Sulla scuola il Pd protesta contro se stesso.

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