Articoli marcati con tag ‘Antonio Di Pietro’

Tonino, come al solito, frega gli elettori: Vincenzo De Luca è già stato condannato in primo grado a 4 mesi di reclusione

martedì, 23 febbraio 2010

E’ che Di Pietro è fatto così; è un ciarlatano:

Il patto è chiaro. Se De Luca è condannato si dimette”.

Dal punto di vista legale è innocente fino a fine processo”.

Dal punto di vista politico, e questo non è giustizialismo a vanvera, gli chiederei di dimettersi subito dopo una eventuale condanna”. Questo dichiarava Totonno il 9 febbraio, per giustificare il proprio appoggio al pluri-inquisito candidato Pd alla Presidenza della Regione Campania, Vincenzo De Luca.

Il fatto è che De Luca, però, ha già riportato una condanna – in primo grado – a 4 mesi di reclusione.

Ce lo racconta Maicol Travaglio:

(…) Per strappare l’appoggio di Di Pietro, De Luca s’è impegnato con lui a dimettersi “in caso di condanna”. Ovviamente intendeva condanna di primo grado: in caso di sentenza definitiva le dimissioni sarebbero superflue, visto che per legge i sindaci, i presidenti di Provincia e di Regione condannati per reati contro la Pubblica amministrazione devono lasciare obbligatoriamente la poltrona(…) ”.

Ma c’è una notizia che De Luca si guarda bene dal diffondere: una condanna in primo grado l’ha già subita. la prima condanna di un pubblico amministratore per gli scandali della monnezza in Campania è stata emessa proprio nei confronti suoi e dell’ex sindaco Mario De Biase il 25 giugno 2004 dal giudice Emiliana Ascoli: 4 mesi di reclusione e 12 mila euro di ammenda a De Luca e 6 mesi e 16 mila euro a De Biase per aver violato le norme igienico-sanitarie del decreto Ronchi autorizzando lo sversamento di rifiuti (una montagna di 20 mila tonnellate) in un sito di stoccaggio provvisorio e abusivo a Ostaglio, una piazzola a ridosso della Salerno-Reggio Calabria (…)”.

Il 26 gennaio 2010, nel processo di appello per la discarica abusiva, il pg Ennio Bonadies ha comunicato che il reato contestato ai due imputati è prescritto. De Biase ha detto di voler rinunciare alla prescrizione per essere assolto nel merito. De Luca pare di no (…)”.

Di Pietro è proprio un paraculo.

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Salvatore Borsellino: “Di Pietro m’ha ingannato, non ha saputo rinunciare ai voti clientelari. Il suo partito è come gli altri”

giovedì, 18 febbraio 2010

Il movimento neofascista Italia dei Valori, anche noto come Italia dei faccendieri o Italia dei collusi con la Camorra, perde pezzi: Salvatore Borsellino, infatti, dice addio a Di Pietro & C.:

Sono profondamente deluso dalla scelta di Antonio Di Pietro di appoggiare De Luca in Campania allineandosi alle posizioni del PD e della scelta effettuata nelle Marche di aderire ad una coalizione con l’UDC, con un partito cioè che è presente in parlamento solo per i voti assicurati da Cuffaro, condannato già in secondo grado per i suoi rapporti con la mafia.
Avevo creduto nelle assicurazioni che mi erano sta fatte a Vasto da Di Pietro di volere rinnovare e ripulire il suo partito per farlo diventare il partito della Società Civile, il partito dei giovani dagli ideali puri, il partito di chi ha come ideali la Verità e la Giustizia, il partito della gente onesta, un partito fatto solo di persone degne di sollevare in alto la nostra Agenda Rossa
.

Mi sono sbagliato, sono stato ingannato. Sono vicino a Gioacchino Genchi che ha annullato tutti i suoi incontri in programma con esponenti e candidati dell’IDV, concordo con le parole di Sonia Alfano che ha definito quello fatto da Di Pietro al congresso IDV un tradimento morale, non ci si può alleare con l’UDC di Cuffaro nelle Marche e soggiacere alle scelte del PD appoggiando un pluriindagato in Campania, non si può per opportunità od opportunismi politici rinunciare alla questione morale. Non si può, soprattutto per il particolare momento in cui è stata fatta questa scelta, lasciare intendere di essere in qualche maniera ricattabile.

Sono profondamente deluso e mi confermo ancora di più nella decisione, che peraltro avevo già preso, di separare nettamente l’immagine del Movimento delle Agende Rosse da quella dell’IDV (….) .

Di Pietro non ha saputo rinunciare ai voti clientelari, non ha capito che perdendo qualche migliaio di voti buoni per ogni stagione e per ogni bandiera avrebbe guadagnato molti più voti di giovani che per la Verità e per la Giustizia saranno sempre pronti a combattere. Continuerò a sostenere persone come Benny Calasanzio, Giulio Cavalli, Emiliano Morrone, Sonia Alfano, Luigi De Magistris, tutte quelle persone che, continuo a credere, potrebbero fare diventare l’IDV quello che non ha avuto il coraggio di diventare. Invece dei passi avanti che mi attendevo, sono stati fatti dei passi indietro e non accetterò più che le bandiere dell’IDV si mescolino al simbolo delle Agende Rosse. Se IDV ha dimostrato di essere un partito come gli altri non c’è nessuna ragione perchè venga da noi considerato in maniera diversa dagli altri”.

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Di Pietro e l’assegno da 50.000 dollari

venerdì, 5 febbraio 2010

Quelli del Corriere della Sera non riuscirebbero a fare uno scoop nemmeno per errore. Sicché non stupisce che oggi abbiano pubblicato un articoletto che non è altro che una scopiazzatura, e alquanto modesta, dei “pezzi” scritti da Gianluigi Nuzzi, l’autore di Vaticano Spa, per Libero.

Ma veniamo al dunque.

Tutto ciò che in questi giorni si sta abbattendo su Di Pietro, a cominciare dallo tsunami rappresentato dalle foto che lo ritraggono assieme a uomini dei Servizi segreti, è opera, se così si può di dire, di un suo ex collaboratore, Mario Di Domenico. Questi, è bene precisare, ha partecipato alla fondazione dell’Italia dei Valori e ne ha redatto lo Statuto. Nel 2004, però, ne è stato espulso: il Ducetto di Montenero di Bisaccia, infatti, non tollerava che Di Domenico gli “facesse le pulci”, e che gli chiedesse spiegazioni in ordine a strani movimenti di danaro, e alla gestione “personalistica” – e per nulla trasparente – dei finanziamenti pubblici destinati all’Italia dei Valori.

Di Domenico, in quanto ex sodale di Totonno, ne conosce vita, morte e miracoli. Così come conosce ogni aspetto, anche il più recondito, della genesi di Italia dei Valori. Ciò premesso, veniamo a parlare dell’assegno di 50.000 dollari, emesso all’ordine dell’Italia dei Valori, e di cui oggi ha riferito il Corriere della Sera.

La storia è questa.

Tra la fine del 2000 e l‘inizio del 2001, intento a racimolare palanche onde finanziare la propria creatura politica, Tonino vola negli Stati Uniti accompagnato dalla fedelissima Silvana Mura. Negli States, Totonno entra in rapporti con un imprenditore italiano, Gino A.G. Bianchini.

Chi sia costui, ce lo racconta l’ottimo Gianluigi Nuzzi:

(…) Ma di chi si tratta? Deve essere un personaggio poco chiaro se proprio un omonimo Gino A. G. Bianchini alla fine degli anni ‘80 venne coinvolto in processi per truffa e bancarotta in Virginia”.

La corte del distretto della Columbia: “Valutando il ricorso di alcuni clienti per un assegno sparito da un milione di dollari, Gino A. G. Bianchini, presidente di Enercons, venne accusato di aver fatto fare all’assegno una serie di giri a vuoto per bypassare le norme sulla sicurezza”. Ancora. Lo stesso Bianchini, definito truffatore, viene accusato di aver organizzato un sistema fraudolento di finte esportazioni per sottrarre circa 16 milioni di dollari a banche italiane e straniere col fine di fallire e tenersi i finanziamenti. Appello venne fatto da Banca Emiliana, banca di Sondrio, Banca Agricola Mantovana, ma Bianchini si salvò perché aveva usato un’altra società come scudo”.

Abbiamo inquadrato, dunque, chi sia Gino A. G. Bianchini.

Perché era rilevante saperlo? Perché costui, in data 22 marzo 2001, emise – all’ordine dell’Italia dei Valori – un assegno post-datato del valore di 50.000 dollari, da incassarsi il 13 maggio 2001. Ecco l’assegno:

Fin qui, però, poca roba. Le cose rilevanti sono altre; tre, per l‘esattezza: la prima, è che il 13 maggio 2001 si votò per il rinnovo del Parlamento italiano; la seconda, è che un certo Gino Bianchini (un omonimo?) fu candidato – come ho appurato grazie a Wikipedia - nel collegio senatoriale Roma Trieste (eccovi l’immagine ingrandita).

La terza, ed è la notizia più importante, è che il signor Gino A. G. Bianchini, 24 ore dopo le votazioni, indirizzò a Di Domenico una missiva dal contenuto assai inquietante, che Libero ha pubblicato (ed il Corriere della Sera, no), e che vi riporto:

Rimango ovviamente con Di Pietro ma debbo rientrare a curare le mie cose in Toscana e poi in Usa. E’ ormai penosamente chiaro che non sono stato eletto quindi strappa il mio assegno di 50.000 dollari che annullo. Nel caso di un miracolo, ve lo sostituisco con altro BEN MAGGIORE (…). Un abbraccio a Antonio e a te”, Ing. Gino Bianchini, 14-05-01.

Di Domenico, su Bianchini, ha dichiarato che fu:

Segnalato da Di Pietro in quanto proveniente da ambienti politici vaticano-americani, ma che io ravvedendo in quella forma di finanziamento piuttosto un acquisto di cariche politiche e quindi una certa pericolosità mi sono rifiutato di portare all’incasso”.

E sull’assegno incriminato, ha precisato:

Una sera Bianchini mi allungò un assegno di 50 mila dollari, ma con scadenza “13 maggio 2001″, il giorno delle Politiche, con la ragione causale “elections”. In pratica, mi veniva detto dai suoi sostenitori che quello sarebbe stato solo l’anticipo della ben più cospicua somma di finanziamento. Si parlava addirittura di somme dieci volte maggiori…”.

Va detto, però, che Di Pietro – a Liberoha provato a chiarire:

Non ho mai visto quell’assegno, anzi vorrei capire a che titolo Di Domenico lo aveva in mano e perché non lo ha distrutto come gli chiedeva Bianchini”.

Non resta che sperare la magistratura indaghi al riguardo (non ridete!).

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Tonino, rispondi: che rapporti hai avuto con i Servizi segreti?

giovedì, 4 febbraio 2010

Dei rapporti intrattenuti da Di Pietro con i Servizi Segreti abbiamo parlato ampiamente in questo post, prima che venissero diffuse le foto che lo ritraggono a cena coll’allora numero tre del Sisde, Bruno Contrada (arrestato nove giorni dopo quell’incontro, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa).

Qui, oggi, ci si limiterà a riportare alcune domande rivolte da Libero e da Il Giornale all’ex pm:

1) Che ci faceva Di Pietro a cena col funzionario del Sisde Bruno Contrada poco prima che l’arrestassero?

2) Se Di Pietro era in rapporti con la Procura di Palermo, probabilmente sapeva che Contrada stava per essere arrestato: perché è andato a mangiare con lui?

3) Perché dopo l’arresto di Contrada non avvertì il capo del pool, Borrelli, di essere andato a cena con un capo dei servizi segreti in odore di mafia?

4) Perché quelle foto sono state occultate per anni?

(continua…)

Richiesta d’arresto per Antonio Di Pietro?

domenica, 31 gennaio 2010

Antonio Di Pietro foto

Nelle redazioni dei giornali corre voce che Di Pietro possa essere colpito, a breve, da una richiesta di custodia cautelare (forse in relazione a questa vicenda).

La notizia è stata data dal giornalista Giovanni Fontana (via FriendFeed), e poi è stata ripresa da Mantellini e da Il Giornale.

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Salve, mi chiamo Tonino Di Pietro e cambio opinione politica una volta al giorno (2)

venerdì, 29 gennaio 2010

Tonino, ne abbiamo già parlato, è un uomo politico molto coerente. Come no!

Vendola si è all’improvviso ammalato di berlusconite, noi siamo la cura, gli stiamo dando ossigeno. Lui non è manco indagato ma si rende conto che sta sulla nave che sta affondando, di cui è il comandante. E invece di ringraziare i soccorritori, la magistratura, si arrabbia” (12 agosto 2009).

Accordo politico solo se c’è Boccia. Ricambio della classe dirigente e via Nichi Vendola” (30 agosto 2009).

Vendola faccia un passo indietro…molto meglio per tutti evitarle, le primarie” (29 novembre 2009).

Attorno a Vendola troppo malaffare” (3 dicembre 2009).

Vendola ha fallito, si faccia da parte. Vendola ha commesso degli errori, e per questo motivo chiediamo un nuovo candidato” (14 dicembre 2009).

Faccio i miei migliori auguri a Nichi Vendola (…). La vittoria di Nichi Vendola è la vittoria dei cittadini sugli schemi preconfezionati delle logiche di partito e della partitocrazia (…)” (24 gennaio 2010).

Un grazie a Filippo Facci.

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Di Pietro e i Servizi segreti

martedì, 19 gennaio 2010

Qualche giorno fa, sul suo blog, Tonino Di Pietro ha svelato i contorni di un complotto che sarebbe in atto ai suoi danni:

Da giorni si aggira per le redazioni dei giornali e nel circuito politico della Capitale uno strano personaggio che sta offrendo a buon mercato un dossier di 12 foto che mi ritrarrebbero insieme indovinate a chi? No, niente escort. I miei interlocutori sarebbero, anzi sono, il colonnello dei carabinieri Mori ed il questore della polizia di Stato Contrada. Insieme a loro nella foto ci sarebbero anche alcuni funzionari dei servizi segreti”.

Lo scopo di questo progetto sarebbe:

Quello di voler far credere, utilizzando alcune foto del tutto neutre, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della CIA per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia”.

Fermiamoci qui.

Allora, sul fatto che Di Pietro possa aver avuto rapporti con i Servizi segreti non esistono dubbi, e per diverse ragioni: innanzitutto, il leader dell’Italia dei Valori, prima di diventare magistrato, ha lavorato per anni – come più volte ha raccontato Filippo Facci, senza essere mai smentito o querelato dall’ex pm – presso l’Ustaa (Ufficio sorveglianza tecnica armamento aeronautico) di Barlassina:

L’ufficio si occupava, e saltuariamente anche Di Pietro, di aziende come la Breda Meccanica, l’Aerea, la Salmoiraghi e altre ancora. Ma il suo ufficio era appunto dislocato presso la Aster di Barlassina, e di essa Tonino si occupava in prevalenza. Si parla di un’azienda che lavorava per conto dell’Aeronautica, della Marina e dell’Esercito, che collaudava pezzi di alta tecnologia adottati dai paesi Nato e che, in consorzio con altre aziende (ma solo successivamente, e tanto per fare un esempio), avrebbe prodotto parti dei sistemi di controllo dei caccia Tornado.

Il giovane Di Pietro, per dire, si occupava perlopiù di “Arma Nike”, parti di missili in dotazione alle nazioni del Patto Atlantico. Va da sé che un organismo cruciale come l’Ustaa fosse a contatto con il Sismi: si vorrà dare per scontato che i Servizi segreti militari tengano d’occhio perlomeno i centri di produzione militare. E, come detto, nelle aziende in questione non si producevano gavette.

Quelli con il Sismi, beninteso, non erano contatti ufficiali (non lo sono mai) ed era ben logico che i proprietari delle aziende ne fossero tenuti all’oscuro per quanto possibile. Ma che qualche militare o dipendente abbia svolto un doppio incarico è tuttavia sicuro, e sono stati appurati dei casi anche negli ambienti della Aster.

Alcune sparate su un Di Pietro “dei servizi segreti” nascono da queste considerazioni, poste in maniera mai seria e comunque indimostrate.

Non era strano che il Sismi fosse a contatto con la Cia, e che questa fosse legittimamente interessata al controllo e alla supervisione di quelli che in fondo, anzi principalmente, erano prodotti strategici della Nato. Tanto che i militari, gli industriali bellici e i dipendenti come Di Pietro dovevano preliminarmente (ogni sei mesi, più o meno) passare il vaglio del Nos, il Nulla osta sicurezza (…).

“Non lavoravo alla Aster” disse Di Pietro il 7 febbraio 1997 in tribunale e in ogni sede possibile. E chiusa lì. E’ vero, lavorava all’Ustaa, non alla Aster. Ma l’Ustaa era solo un ufficio dentro la Aster. Ma Di Pietro ogni volta non lo spiega: nega. Fa di tutto insomma per autorizzare misteri e sospetti.

Per capire: in un interrogatorio reso a Brescia nel 1995 metterà per iscritto di aver lavorato per il Controllo armamenti del ministero della Difesa dal 1973 al 1977; subito dopo, in un libro che raccoglie le sue carte processuali, comparirà una correzione: dal 1973 al 1979, come per coprire quel paio d’anni in seconda stesura; finché, da altri documenti ufficiali e non smentibili, si apprende che vi lavorò dal 10 febbraio 1973 al 15 gennaio 1980. In un libretto a sua firma titolato La mia politica, nel 1997, torna a scrivere: fino al 1977. Si parla dell’uomo che invoca trasparenza (…)”.

Dunque, per le ragioni suesposte, è probabile Di Pietro sia entrato in contatto con agenti dei Servizi segreti.

Ma c’è dell’altro.

Nel novembre del 1984, Totonno – in quel momento magistrato presso la Procura di Bergamo – decide di recarsi alle Seychelles in compagnia di una donna (la cui identità, a tutt’oggi, non è stata svelata).

Si dirà: beh, che c’è di strano? Magari era andato a farsi un viaggio, da semplice turista. Le cose, però, non stavano così.

Alle Seychelles, infatti, all’epoca si era rifugiato Francesco Pazienza: faccendiere e uomo dei Servizi segreti, sul cui capo pendevano diversi mandati di cattura internazionale, in quanto era accusato, tra le tante cose, di aver dato vita ad un servizio segreto deviato, il cosiddetto “Super Sismi”.

Ora, appena Tonino approda alle Seychelles, invece di godersi il sole e il mare assieme alla sua accompagnatrice, come avrebbe fatto qualsiasi turista, inizia a raccogliere informazioni sul conto di Pazienza; prova a scattargli foto di nascosto; e per di più riferisce ogni giorno – via telefono – il proprio operato ad alcuni “personaggi italiani“.

Insomma: Tonino – nemmeno fosse un vero e proprio James Bond – era alle Seychelles per stanare il latitante Francesco Pazienza. Cosa che non poteva rientrare, ovviamente, tra le mansioni di un semplice magistrato.

Inoltre, questa vicenda è stata raccontata nel libro “Il Disubbidiente”, edito da Longanesi nel 1999, dallo stesso Pazienza. E Di Pietro non lo ha mai smentito o querelato.

Vediamo cos’ha scritto l‘ex faccendiere:

(…) Kim (un agente dei servizi segreti nordcoreani, ndr) disse che i suoi uomini avevano adocchiato una coppia di giovani italiani, alloggiati in un hotel piccolo ma confortevole, il Sans Souci. Certamente erano spie della Cia o dei servizi segreti italiani in combutta con la Cia. L’Italiano andava in giro tutto il giorno con la macchina fotografica.

“Be’, che c’è di strano?”, domandai. “Tutti i turisti che vengono alle Seychelles girano con la macchina fotografica a tracolla”.

Secondo Kim e l’uomo delle Seychelles seduto accanto a lui, la differenza tra i normali turisti e l’italiano era che quest’ultimo si nascondeva. E, inoltre, non faceva altro che parlare con gente controllata dai Servizi dell’isola come, per esempio, il vescovo sospettato di essere il leader dell’opposizione al presidente René.

Kim aveva fatto seguire e fotografare il misterioso italiano. C’era già pronto un dossier su di lui e i suoi movimenti (…).

In mezzo alle fotografie, non riuscivo a trovare il documento che mi interessava di più: la fotocopia della carta di ingresso del Paese che viene compilata all’aeroporto subito dopo lo sbarco. Qualcuno tra i presenti me la allungò. Lessi attentamente. Nome: Antonio. Cognome: Di Pietro. Alla voce professione c’era scritto: magistrato nella città di Bergamo (…).

Mi rivolsi a Kim: “Che cosa chiede esattamente questo tipo quando va in giro a chiacchierare?”. “Fa domande a destra e a sinistra su di te e chiede notizie dicendo che gli potrebbero essere d’aiuto non so per cosa”, rispose il nordcoreano (…). “Ogni sera chiama l’Italia. Ma non abbiamo ancora ben capito cosa dice. Parla solo italiano. Abbiamo però l’impressione che informi qualcuno sulle ricerche che sta facendo sull’isola”, rispose Kim con la sua consueta precisione”.

Pazienza, nel libro, racconta anche altro: l’agente nordcoreano Kim era intenzionato a far fuori Di Pietro, ma venne invitato a “soprassedere” e a limitarsi a contattarlo, onde sollecitarlo ad alzare i tacchi e a tornarsene in Italia. Cosa che avvenne puntualmente.

Di Pietro, alle Seychelles, agiva in nome e per conto dei Servizi segreti italiani? Non è possibile affermarlo con matematica certezza. Ciò che è certo, invece, è che l’ex pm non ha mai voluto chiarire questa vicenda.

Ma c’è dell’altro ancora.

Nel dicembre del 1996, l’ex magistrato della Procura di Milano nonché parlamentare di Forza Italia, Tiziana Parenti, intervistata da Concita De Gregorio su La Repubblica, per la prima volta mette in relazione Antonio Di Pietro con i Servizi segreti:

Quello che dico è tutto documentato in carte riservate in possesso della procura di Milano. Basterebbe indagare, partendo da una domanda semplice: perché cominciata Tangentopoli, cos’è successo nella procura di Milano dal ‘90 al ‘92?”.

E’ successo qualcosa a cui le indagini del Gico sono arrivate molto vicino, ed è per questo le vogliono fermare. E’ successo che prima di Mario Chiesa c’erano altri, in particolare un imprenditore che aveva – non so a che titolo – colloqui stretti con Di Pietro, e che lo teneva in contatto con certi ambienti, per così dire, ambigui, in Italia e oltreoceano”.

Chi era? (chiede la giornalista).

Non posso dirlo, ma è agli atti. E’ un imprenditore il cui nome ricorre nella costruzione del palazzo di giustizia di Brescia. Di Pietro allora aveva amicizie che poi hanno costituito il nucleo originario degli arrestati di Mani Pulite. Non è da escludere che molti di loro sapessero fin dal principio che la loro situazione sarebbe stata risolta. Gente in contatto con una certa lobby politico economica, e anche personaggi che poi ritroveremo al ministero dei Lavori pubblici, come Elia Valori, che faceva parte del sottobosco dei servizi segreti, e della P2. Del resto era il tempo in cui Rea introduceva Di Pietro nel circolo della saletta di San Siro. E Lucibello che dice: ti porto Pacini Battaglia. A che titolo? Per farlo confessare così, spontaneamente?“.

E fin qui, amicizie discutibili. Ma la Cia?

Succede che questo imprenditore che parla con Di Pietro lo mette in contatto con ambienti del dipartimento di giustizia Usa, si dice nelle carte. L’ arresto di Mario Chiesa è chiaramente un pretesto, e poi passa un tempo lungo da allora all’avvio vero dell’operazione Mani Pulite. Mesi. In questi mesi Di Pietro va in America. La Cia voleva far fuori il Psi e certa parte della Dc, perché non più affidabili. Caduto il muro di Berlino, crollato il comunismo bisognava fare piazza pulita della vecchia classe politica, e il Pds poteva essere un interlocutore affidabile. Allora Di Pietro va, e ottiene la legittimazione. La sua rete di rapporti, in Italia, è pronta. C’entrano anche certi grandi studi legali, in questa fase (…)”.

I grandi studi che curano i grandi affari, a livello internazionale. E le lobby affaristiche che avevano solo da guadagnare dall’indebolimento della politica, quelle che siedono in prima fila a Cernobio (…)”.

Sapremo mai se Di Pietro ha davvero avuto rapporti con i Servizi segreti?

C’è da dubitarne.

P.S.: L’uscita di Di Pietro, in ogni caso, sembra la classica excusatio non petita, accusatio manifesta.

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Giulio Tremonti non mi rappresenta e non è il mio Ministro dell'Economia



Di Pietro candida piduisti e poi si scaglia contro la P2

domenica, 3 gennaio 2010

Se esistesse un premio per la paraculaggine, Di Pietro se lo sarebbe aggiudicato già da un pezzo: per indiscussi meriti. D’altra parte, in tale ambito, mostra di essere il politico più talentato.

Ad esempio (Commissione d’inchiesta? Sì, ma anche no).

Si sveglia un giorno, e dichiara di non volere alcuna commissione parlamentare d’inchiesta sul G8 di Genova. Passa un po’ di tempo, cambia il vento, si convince che possa tornargli utile, e allora – come se niente fosse – chiede che ne venga istituita al più presto una.

Ancora (Condoni? No, ma anche sì).

E’ all’opposizione, e impreca contro i condoni fatti dal centrodestra: “Sono immorali”, dice. Poi si va a nuove elezioni, la sua coalizione vince, e lui diventa ministro. E che fa? Come se fosse la cosa più normale al mondo vota tre1, 2 e 3condoni (di cui uno valevole come amnistia).

Di più (Immunità parlamentare? No, ma anche sì).

Un giorno sì e l’altro pure inveisce contro la Casta, sentenziando: “Se non ci fosse l’immunità parlamentare buona parte dei politici finirebbe al gabbio!”. Poi succede che qualcuno lo citi in giudizio per diffamazione, e lui riesca a spuntarla – e a non essere condannato – proprio grazie alla tanto vituperata immunità (cui avrebbe potuto rinunciare).

Sempre più in alto (Sfiducia contro la Iervolino? Sì, ma anche no).

Bassolino e Iervolino finiscono sotto i riflettori a causa dei ben noti scandali campani. E Tonino che fa? Da buon paraculo, prende le distanze dai due e dichiara: “La battaglia dell’Italia dei valori per il rinnovamento del quadro politico passa attraverso la sfiducia alle giunte Bassolino e Iervolino. Chi non lo farà sarà fuori dal partito”. Poi passa qualche mese, il suo unico consigliere comunale presenta una mozione di sfiducia contro la Iervolino, e il Ducetto di Montenero di Bisaccia – sempre come se niente fosse – proclama: “Deploriamo il comportamento del consigliere comunale che, pur facendo parte dell’Idv, ha sottoscritto insieme al Pdl la mozione di sfiducia nei confronti della Iervolino. Pertanto, o il consigliere ritira la firma o può considerarsi fuori dal partito”.

Ancora più su (Candidare indagati, mafiosi, riciclati e inquisiti? No, ma anche sì).

Un giorno sì e l’altro pure rivendica la “purezza” del proprio movimento politico e lancia strali contro gli altri partiti: “Son pieni di riciclati, indagati, mafiosi, e rinviati a giudizio!”. Ohibò. E l’Italia dei Valori chi accoglie tra le proprie fila? Riciclati, indagati, mafiosi e rinviati a giudizio: parola di MicroMega e del deputato Idv Franco Barbato.

Fino al sole (P2? No, ma anche sì).

E qui arriviamo all’argomento clou. Da tre lustri, Totonno Di Pietro usa contro Silviuccio nostro la storiella della P2: “Ha fatto parte della loggia massonica deviata, è documentato. Dunque, tra le tante cose, è anche un eversore antidemocratico”. Ohibò!

Peccato, però, che Di Pietro non sappia che il processo contro la P2 si sia concluso con tale verdetto:

La Loggia P2 non cospirò contro le istituzioni dello Stato. Lo ha stabilito la seconda corte d’assise d’appello di Roma che ha confermato la sentenza di assoluzione”. Inoltre: “La sentenza di ieri (…) riduce a una seppur ardita proposta di riforma istituzionale il famoso “Piano di Rinascita democratica” col quale Gelli si proponeva di diventare il “burattinaio” dell’ Italia” (La Repubblica, 28 marzo 1996).

Peccato che Di Pietro non sappia (o faccia finta di non sapere) – altresì – che buona parte di coloro che alla P2 aderirono, ne ignorava la natura “deviata”; e vi si iscrisse perché – all’epoca – farlo era molto à la page. A tal punto, che tra i tesserati figuravano anche tante persone di sinistra: come Maurizio Costanzo, ad esempio.

Era una cosa così alla moda e apparentemente “innocua“, aderire alla P2, che finanche il Generale antimafia Carlo Alberto Dalla Chiesa – brutalmente trucidato da Cosa Nostra il 3 settembre 1982 – compilò i moduli contenenti la richiesta d’iscrizione ad essa (iscrizione che, però, non fu mai perfezionata).

Peccato, poi, che Di Pietro non sappia – o faccia finta di non sapere – che in tutte le logge massoniche al mondo, a cominciare da quelle regolari, gli iscritti siano ripartiti in 33 gradi, dal più basso al più alto; e che il Cav., come la più parte di coloro che si iscrissero alla P2 pensando fosse “solo” una cosa da “fighetti“, era un semplice “apprendista muratore“: cioè occupava il grado più basso all’interno della “gerarchia massonica”. Affermare che tramasse con Licio Gelli, dunque, è un po’ come postulare che un usciere della Banca Centrale Europea ne determini la politica monetaria. Né più, né meno.

Detto questo, non si può fare a meno di notare come anche con la vicenda della P2 Di Pietro faccia il paraculo. Il perché, è presto spiegato, grazie ad un breve estratto di un articolo di Marco Zerbino (apparso su MicroMega):

“Casi come quello di Garifo, Proto e Isolabella sono dei bruscolini, se paragonati all’errore madornale che Di Pietro stava per commettere in Liguria nel 2001. Alle elezioni politiche tenutesi quell’anno l’ex magistrato aveva tutta l’intenzione di inserire come capolista a Genova Filippo De jorio, avvocato di estrema destra vicinissimo a Giulio Andreotti il cui nome era stato rinvenuto anni prima negli elenchi degli appartenenti alla P2 (tessera numero 1965, fascicolo 511). De Jorio (…) era stato anche accusato di aver avuto un ruolo di primo piano nel Golpe Borghese del 7 dicembre 1970. A nulla erano valsi gli allarmi lanciati in privato a Di Pietro (…) : dal processo sul fallito putsch militare (…) De Jorio era uscito con un’assoluzione, e tanto bastava all’ex magistrato per candidarlo (…) Tonino aveva risposto con il suo consueto aplomb: “Se non vi va bene, ve ne potete pure andare!”.

Alla fine, complice anche un’intervista rilasciata da Paolo Flores d’Arcais al Secolo XIX (…) Di Pietro avrebbe desistito, congelando la candidatura (…). La disavventura non impediva comunque all’ex simbolo di Mani Pulite, che oggi non perde occasione per tuonare contro la deriva piduista in atto, di candidare cinque anni più tardi alla Camera dei deputati Pino Aleffi, anche lui presente nelle liste di Castiglion Fibocchi” (per la precisione, il nome di Aleffi è presente nel fascicolo 762, nota di camelot).

Esiste un politico più paraculo di lui?

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Tonino faccia di tolla

martedì, 29 dicembre 2009

More solito, Tonino – fotto l’elettore e poi ritorno al mio trattore – Di Pietro predica bene e razzola male.

Ciak si gira; scena prima.

La Campania di Bassolino è da poco uscita dall’emergenza rifiuti, quando alcuni assessori della giunta Iervolino vengono arrestati perché coinvolti nello scandalo Global Service.

E il Ducetto di Montenero di Bisaccia, che fa? Perentoriamente dichiara:

Dopo aver fatto dimettere i nostri rappresentanti dalle giunte napoletane e dai posti di responsabilità, la battaglia dell’Italia dei valori per il rinnovamento del quadro politico passa attraverso la sfiducia alle giunte Bassolino e Iervolino. Chi non lo farà sarà fuori dal partito”.

Ciak si gira; scena seconda.

L’unico consigliere napoletano dell’Italia dei Valori, Franco Moxedano, presenta una mozione di sfiducia contro la Iervolino. Proprio come ordinato – qualche mese prima – da Tonino.

E quest’ultimo, allora, che fa? Altrettanto perentoriamente, afferma:

L’Idv non accetta in alcun modo di fare da sponda al Pdl, né in Campania né in nessun altro luogo. Per questo deploriamo il comportamento del consigliere comunale che, pur facendo parte dell’Idv, ha sottoscritto insieme al Pdl la mozione di sfiducia nei confronti della Iervolino. Pertanto, o il consigliere ritira la firma o può considerarsi fuori dal partito”.

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Tonino faccia di bronzo

lunedì, 21 dicembre 2009

Tra qualche lustro, nei manuali di psichiatria, alla voce “Disturbo narcisistico della personalità” si citerà, come caso concreto, quello di Tonino Di Pietro.

Ma questa non è l’unica ragione per cui il leader del movimento neofascista Italia dei Disvalori passerà alla storia.

Il Ducetto di Montenero di Bisaccia, infatti, sarà ricordato soprattutto per un motivo: aver predicato bene e razzolato malissimo.

Partiamo da questa sua recente dichiarazione:

È un messaggio importante dire ai lettori: guardate, noi candidiamo solo gente perbene. Io stesso, nel mio partito, sono molto vigile”.

Di Pietro è “molto vigile”, non c’è dubbio. Ne è convinto anche il deputato Idv Franco Barbato; che lo ha ribadito in più circostanze (31/12/2008):

Mi sospendo dagli incarichi dell’Italia dei Valori in Campania perché qui nel partito spuntano i camorristi, strane facce, gente alla quale io nemmeno stringerei la mano. Questo è il primo passo. O facciamo pulizia o me ne vado”.

Ma che vuole che sia la storia di Cristiano. Rispetto alle grane che abbiamo è una pagliuzza. Corriamo il rischio di diventare il partito taxi su cui salgono quelli che vogliono rubare, arraffare, farsi i fatti propri”.

Io che sono il guardiano del dipietrismo in Campania dico che i conti dell’Idv non tornano. Ma le pare che quando riapre la Camera mi debba sedere a fianco del collega di partito Amerigo Porfidia, indagato per camorra dal brillante e coraggioso pubblico ministero che conduce le inchieste sui Casalesi?“.

Mentre Di Pietro vigilava, il 4 gennaio 2009, ad Alessandra Arachi – sul Corriere della SeraBarbato aggiungeva:

Se un giudice coraggioso come Raffaele Cantone ha messo sotto accusa Porfidia per il 416 bis, ovvero la criminalità organizzata di stampo camorristico, qualche domanda ce la dobbiamo porre”.

Quanti parlamentari ha l’Italia dei Valori in Campania? (chiede la giornalista)

Tre deputati e due senatori. Ma io mi riferisco a tutti gli uomini del partito: ai consiglieri regionali e a tutto un apparato di sottogoverno e di tanti altri amministratori locali”.

Cosa succede?

I panni sporchi si lavano in famiglia”.

Va bene, ma per capire.

Per capire bisognerebbe aver assistito ai tanti esecutivi regionali ai quali ho partecipato io”.

Cosa succedeva?

Si proclamava l’acquiescenza alla camorra”.

In quegli esecutivi ho sentito frasi tipo: “In politica la legalità va bene dal Nord al Garigliano. Poi dal Garigliano bisogna applicare altre regole“”.

Non pago di queste affermazioni, e mentre Totonno seguitava a “vigilare”, il 15 gennaio 2009, ancora intervistato da Alessandra Arachi, Barbato rincarava la dose:

In Campania l’Italia dei Valori rischia di essere travolta dal sistema affari-politica-camorra”.

Lei l’ha già fatta questa denuncia. E Nello Formisano, il segretario regionale dell’Italia dei Valori in Campania, l’ha invitata a fare i nomi (afferma la giornalista).

Ah sì? Eccone uno, forse il più importante: Nicola Marrazzo. Ci sono molte brutte storie legate allo scandalo della sua famiglia, suo fratello Angelo, le loro aziende dei rifiuti e il legame con il clan dei Casalesi, ma…”.

Per Nicola Marrazzo non c’è bisogno di scomodare la famiglia”.

E’ stato appena eletto capogruppo dell’Italia dei Valori alla Regione: Marrazzo ce lo ha messo nel suo curriculum di quando faceva l’assessore a Casandrino?”.

Doveva mettercelo?

Casandrino, il comune da lui amministrato, venne sciolto per infiltrazioni camorristiche. I carabinieri di Napoli (rapporto 013365/115) hanno indicato Nicola Marrazzo come legato ad un clan della camorra, i Puca. In quel comune, come risulta dalla relazione dei carabinieri, gli amministratori si dividevano in correnti alquanto particolari”.

Perché particolari?

Perché le correnti anziché avere come referenti i politici avevano i clan della camorra: da una parte i Puca, dall’altra i Verde. Ma vogliamo parlare anche di Cosimo Silvestro?”.

E’ stato il capogruppo alla Regione di Italia dei Valori prima di Marrazzo. Poi, a fine ottobre, il Corriere del Mezzogiorno ha molto ben raccontato un altro scandalo di camorra che lo travolto: Cosimo Silvestro metteva a disposizione il badge magnetico e la paletta della regione Campania al suo assistente, Ciro Campana, che in auto blu portava a spasso due persone affiliate ai clan di Pomigliano D’Arco”.

E cosa è successo?

Di Pietro si è arrabbiato molto. Lo ha allontanato dal partito”.

Bene, dunque, no?

Già. Peccato che Nello Formisano abbia appena reinserito Silvestro nel partito”.

Ne è sicuro?

Purtroppo sì”.

Non c’è che dire: Tonino è sempre “molto vigile.

P.S. Naturalmente, come tutti gli esponenti dell’Italia dei Valori, anche Franco Barbato predica bene e razzola malissimo.

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