Antonio Di Pietro è probabilmente l’unico politico dell’Occidente evoluto cui venga accordata una sorta di protezione totale, dai mainstream media: è indiscutibilmente un fascista; mostra senza alcun timore forme di aperta ostilità nei confronti della democrazia liberale; a chiacchiere difende la Carta salvo vilipendere, ogniqualvolta gli risulti conveniente, le Istituzioni da essa riconosciute (si pensi agli insulti che rivolge al Capo dello Stato, e che, oltretutto, integrano illeciti puniti dal nostro codice penale agli articoli 278 e 279); vorrebbe istituire una sorta di Stato di Polizia che, in spregio al dettato costituzionale del secondo comma dell‘articolo 27, considerasse colpevole, fino a prova del contrario, il cittadino accusato di un reato; si fa vessillifero della cosiddetta questione morale eppure ha un partito pieno zeppo di inquisiti, piduisti, presunti mafiosi e camorristi; si scaglia contro chiunque cerchi, nei modi previsti dalla legge, di sottrarsi alla giustizia, e però poi s’avvale della immunità parlamentare – cui potrebbe rinunciare – per non finire condannato nei processi intentati a suo carico.
Articoli marcati con tag ‘Antonio Di Pietro’
Di Pietro, l’impunito
mercoledì, 23 giugno 2010Di Pietro indagato per truffa
lunedì, 21 giugno 2010
Antonio Di Pietro avrebbe gestito in maniera truffaldina i rimborsi elettorali delle Europee del 2004. Per questo motivo, e a seguito di una denuncia presentata da Elio Veltri, la Procura di Roma lo ha iscritto nel registro degli indagati.
Naturalmente, il leader dell’Italia dei Valori è innocente fino a prova del contrario.
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Quando Di Pietro voleva il bavaglio
mercoledì, 16 giugno 2010
Antonio Di Pietro, lo abbiamo raccontato più e più volte, cambia opinione politica, su qualsivoglia questione, a seconda della convenienza del momento.
In tema d’intercettazioni, ad esempio, nell’Anno Domini 1996 aveva una posizione ben diversa da quella attuale:
“In questo clima di asfissiante ricerca dello scoop, della notizia clamorosa da sbattere in prima pagina, ogni indiscrezione, vera o presunta, circa le attività dei magistrati è da anni strumento di lotta politica, di esaltazione o di affossamento di singoli o partiti.
Per questa ragione le intercettazioni telefoniche riguardanti numerosi cittadini italiani, che per una ragione o per l’altra erano considerati personaggi di attualità, sono state a più riprese utilizzate dalla stampa e consegnate agli occhi di tutti con lo scopo immediato di ‘informare’ ma anche con un intento, spesso non celato, di delegittimare i propri avversari.
In questo modo milioni di persone hanno potuto conoscere le conversazioni private di privati cittadini che nulla avevano a che vedere con le indagini in corso e che comunque si prestano ad equivoci o interpretazioni dettate dalla evidente differenza che esiste tra lo scritto e il parlato, specie telefonico.
Ma il problema di cui ci occupiamo ci pare sia solo una conseguenza di un’altra questione ben più grave. A quale scopo le conversazioni telefoniche intercettate devono diventare di pubblico dominio, tutte indistintamente? E’ giusta una legislazione che consente a chiunque di accedere a notizie circa la vita privata del cittadino? Infatti, se la Costituzione prevede, in determinati casi, che sia violata la libertà e la segretezza delle comunicazioni, è anche vero che concede questa facoltà solo a pubblici funzionari per fini di indagine, non certo per mettere in piazza i discorsi privati dei cittadini. Le recenti notizie sui telefonini clonati, sulle valanghe di intercettazioni e sull’uso di microspie rendono sempre più necessario un intervento legislativo che riveda con serietà tutta questa delicata materia” (“Educazione civica con elementi di diritto ed economia. Per il biennio delle scuole superiori”, 1996, Edizioni Larus, pp. 297-298, Antonio Di Pietro).
Da leggere anche: “Tonino faccia di bronzo” e “Tonino faccia di tolla”.
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Criminalità organizzata e Italia dei Valori
venerdì, 26 marzo 2010
A dare la notizia sono fonti vicine a Di Pietro, dunque attendibili. L’Espresso:
“Tempesta sull’Italia dei Valori a Genova per una cena elettorale molto inopportuna, soprattutto per un partito che ha fatto della legalità la propria bandiera.
La candidata dipietrista al consiglio regionale Cinzia Damonte, 36 anni, funzionario dell’Agenzia delle Entrate, ex ds e attualmente assessore all’urbanistica del Comune di Arenzano (in provincia di Genova) è stata fotografata insieme a un noto pregiudicato calabrese, indicato in alcuni rapporti della Guardia di Finanza come “soggetto ben inserito negli ambienti della criminalità organizzata operante a Genova”. Il caso è scoppiato dopo che il blog Casa della legalita ha pubblicato le immagini della Damonte al ristorante-pizzeria “da Gerry” a Voltri, nel ponente genovese: “Il gran cerimoniere della serata”, scrive il sito,”era un boss della ‘ndrangheta, Orlando Garcea, già condannato per droga e coinvolto nell’inchiesta sul controllo del gioco d’azzardo dei videpoker del clan dei Macrì, di cui è considerato un esponente di vertice”.
Il boss, secondo il sito, “accompagnava la candidata da tutti i convenuti, passando da una tavolata all’altra. Il Garcea distribuiva il facsimile della scheda elettorale con l’indicazione di voto per l’Idv e la Damonte, mentre la candidata stessa ringraziava, stringeva mani e consegnava a tutti i suoi santini elettorali”.
Dalle immagini pubblicate sul sito si vede la giovane candidata sorridente, in piedi accanto a un tavolo, con a fianco il boss della malavita calabrese con una camicia a righe. Il clima pare molto disteso e informale“.
“Ieri sera (23 marzo, ndr) a partire dalle 20, al ristorante-pizzeria “da Gerry” a Voltri, nel ponente genovese, si è tenuta una cena con circa una sessantina di partecipanti. Era una cena di calabresi ed era una cena elettorale. La candidata che si presentava era Cinzia DAMONTE, dell’Italia dei Valori – Lista Di Pietro, nella coalizione di Claudio Burlando. Il gran cerimoniere era invece un boss della ‘ndrangheta, Orlando GARCEA, già condannato per droga e coinvolto nell’inchiesta sul controllo del gioco d’azzardo dei videpoker del clan dei MACRI’, di cui è considerato un esponente di vertice.
La Casa della Legalità è riuscita ad entrare nella pizzeria e immortalare la serata, così che si è potuto accertare che il boss Orlando GARCEA accompagnava la candidata Cinzia DAMONTE da tutti i convenuti, passando da una tavolata all’altra. Il GARCEA distribuiva il facsimile della scheda elettorale con l’indicazione di voto per l’IDV e la DAMONTE, mentre la DAMONTE stessa ringraziava, stringeva mani e consegnava a tutti una mazzetta dei suoi santini elettorali da distribuire.
L’Orlando GARCEA, oltre ai molteplici procedimenti in cui è stato coinvolto, è un accertato esponente della criminalità organizzata calabrese a Genova. Era già finito nel rapporto della Guardia di Finanza alla Procura di Genova per il filone d’inchiesta sul voto di scambio in cui venne accertato che i rapporti tra gli esponenti della ‘ndrangheta e la politica vedevano come punto di contatto Salvatore Ottavio COSMA, che nel frattempo è divenuto “responsabile regionale dipartimenti tematici dell’Italia dei Valori” in Liguria. In estrema sintesi nel rapporto si diceva: “Le indagini tecniche hanno consentito di accertare che COSMA Salvatore fosse effettivamente in contatto con esponenti della malavita ed in particolare con MAMONE Gino, STEFANELLI Vincenzo, MALATESTI Piero e GARCEA Onofrio”.
Come se non bastasse, poi, Panorama – quest’oggi - ha pubblicato una foto che ritrae Di Pietro in compagnia del boss mafioso bulgaro Ilia Pavlov (è la persona indicata col numero 1).
La liaison tra i due, tuttavia, era già stata resa nota – qualche tempo fa – dall’ex dipietrista Sergio De Gregorio e da Il Giornale.
Non resta che attendere che Santoro e Travaglio si occupino di tali questioni (non ridete).
P.S. Da leggere anche questo e questo.
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Tonino, come al solito, frega gli elettori: Vincenzo De Luca è già stato condannato in primo grado a 4 mesi di reclusione
martedì, 23 febbraio 2010
E’ che Di Pietro è fatto così; è un ciarlatano:
“Il patto è chiaro. Se De Luca è condannato si dimette”.
“Dal punto di vista legale è innocente fino a fine processo”.
“Dal punto di vista politico, e questo non è giustizialismo a vanvera, gli chiederei di dimettersi subito dopo una eventuale condanna”. Questo dichiarava Totonno il 9 febbraio, per giustificare il proprio appoggio al pluri-inquisito candidato Pd alla Presidenza della Regione Campania, Vincenzo De Luca.
Il fatto è che De Luca, però, ha già riportato una condanna – in primo grado – a 4 mesi di reclusione.
Ce lo racconta Maicol Travaglio:
“(…) Per strappare l’appoggio di Di Pietro, De Luca s’è impegnato con lui a dimettersi “in caso di condanna”. Ovviamente intendeva condanna di primo grado: in caso di sentenza definitiva le dimissioni sarebbero superflue, visto che per legge i sindaci, i presidenti di Provincia e di Regione condannati per reati contro la Pubblica amministrazione devono lasciare obbligatoriamente la poltrona(…) ”.
“Ma c’è una notizia che De Luca si guarda bene dal diffondere: una condanna in primo grado l’ha già subita. la prima condanna di un pubblico amministratore per gli scandali della monnezza in Campania è stata emessa proprio nei confronti suoi e dell’ex sindaco Mario De Biase il 25 giugno 2004 dal giudice Emiliana Ascoli: 4 mesi di reclusione e 12 mila euro di ammenda a De Luca e 6 mesi e 16 mila euro a De Biase per aver violato le norme igienico-sanitarie del decreto Ronchi autorizzando lo sversamento di rifiuti (una montagna di 20 mila tonnellate) in un sito di stoccaggio provvisorio e abusivo a Ostaglio, una piazzola a ridosso della Salerno-Reggio Calabria (…)”.
“Il 26 gennaio 2010, nel processo di appello per la discarica abusiva, il pg Ennio Bonadies ha comunicato che il reato contestato ai due imputati è prescritto. De Biase ha detto di voler rinunciare alla prescrizione per essere assolto nel merito. De Luca pare di no (…)”.
Di Pietro è proprio un paraculo.
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Salvatore Borsellino: “Di Pietro m’ha ingannato, non ha saputo rinunciare ai voti clientelari. Il suo partito è come gli altri”
giovedì, 18 febbraio 2010
Il movimento neofascista Italia dei Valori, anche noto come Italia dei faccendieri o Italia dei collusi con la Camorra, perde pezzi: Salvatore Borsellino, infatti, dice addio a Di Pietro & C.:
“Sono profondamente deluso dalla scelta di Antonio Di Pietro di appoggiare De Luca in Campania allineandosi alle posizioni del PD e della scelta effettuata nelle Marche di aderire ad una coalizione con l’UDC, con un partito cioè che è presente in parlamento solo per i voti assicurati da Cuffaro, condannato già in secondo grado per i suoi rapporti con la mafia.
Avevo creduto nelle assicurazioni che mi erano sta fatte a Vasto da Di Pietro di volere rinnovare e ripulire il suo partito per farlo diventare il partito della Società Civile, il partito dei giovani dagli ideali puri, il partito di chi ha come ideali la Verità e la Giustizia, il partito della gente onesta, un partito fatto solo di persone degne di sollevare in alto la nostra Agenda Rossa.
Mi sono sbagliato, sono stato ingannato. Sono vicino a Gioacchino Genchi che ha annullato tutti i suoi incontri in programma con esponenti e candidati dell’IDV, concordo con le parole di Sonia Alfano che ha definito quello fatto da Di Pietro al congresso IDV un tradimento morale, non ci si può alleare con l’UDC di Cuffaro nelle Marche e soggiacere alle scelte del PD appoggiando un pluriindagato in Campania, non si può per opportunità od opportunismi politici rinunciare alla questione morale. Non si può, soprattutto per il particolare momento in cui è stata fatta questa scelta, lasciare intendere di essere in qualche maniera ricattabile.
Sono profondamente deluso e mi confermo ancora di più nella decisione, che peraltro avevo già preso, di separare nettamente l’immagine del Movimento delle Agende Rosse da quella dell’IDV (….) .
Di Pietro non ha saputo rinunciare ai voti clientelari, non ha capito che perdendo qualche migliaio di voti buoni per ogni stagione e per ogni bandiera avrebbe guadagnato molti più voti di giovani che per la Verità e per la Giustizia saranno sempre pronti a combattere. Continuerò a sostenere persone come Benny Calasanzio, Giulio Cavalli, Emiliano Morrone, Sonia Alfano, Luigi De Magistris, tutte quelle persone che, continuo a credere, potrebbero fare diventare l’IDV quello che non ha avuto il coraggio di diventare. Invece dei passi avanti che mi attendevo, sono stati fatti dei passi indietro e non accetterò più che le bandiere dell’IDV si mescolino al simbolo delle Agende Rosse. Se IDV ha dimostrato di essere un partito come gli altri non c’è nessuna ragione perchè venga da noi considerato in maniera diversa dagli altri”.
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Di Pietro e l’assegno da 50.000 dollari
venerdì, 5 febbraio 2010
Quelli del Corriere della Sera non riuscirebbero a fare uno scoop nemmeno per errore. Sicché non stupisce che oggi abbiano pubblicato un articoletto che non è altro che una scopiazzatura, e alquanto modesta, dei “pezzi” scritti da Gianluigi Nuzzi, l’autore di Vaticano Spa, per Libero.
Ma veniamo al dunque.
Tutto ciò che in questi giorni si sta abbattendo su Di Pietro, a cominciare dallo tsunami rappresentato dalle foto che lo ritraggono assieme a uomini dei Servizi segreti, è opera, se così si può di dire, di un suo ex collaboratore, Mario Di Domenico. Questi, è bene precisare, ha partecipato alla fondazione dell’Italia dei Valori e ne ha redatto lo Statuto. Nel 2004, però, ne è stato espulso: il Ducetto di Montenero di Bisaccia, infatti, non tollerava che Di Domenico gli “facesse le pulci”, e che gli chiedesse spiegazioni in ordine a strani movimenti di danaro, e alla gestione “personalistica” – e per nulla trasparente – dei finanziamenti pubblici destinati all’Italia dei Valori.
Di Domenico, in quanto ex sodale di Totonno, ne conosce vita, morte e miracoli. Così come conosce ogni aspetto, anche il più recondito, della genesi di Italia dei Valori. Ciò premesso, veniamo a parlare dell’assegno di 50.000 dollari, emesso all’ordine dell’Italia dei Valori, e di cui oggi ha riferito il Corriere della Sera.
La storia è questa.
Tra la fine del 2000 e l‘inizio del 2001, intento a racimolare palanche onde finanziare la propria creatura politica, Tonino vola negli Stati Uniti accompagnato dalla fedelissima Silvana Mura. Negli States, Totonno entra in rapporti con un imprenditore italiano, Gino A.G. Bianchini.
Chi sia costui, ce lo racconta l’ottimo Gianluigi Nuzzi:
“(…) Ma di chi si tratta? Deve essere un personaggio poco chiaro se proprio un omonimo Gino A. G. Bianchini alla fine degli anni ‘80 venne coinvolto in processi per truffa e bancarotta in Virginia”.
“La corte del distretto della Columbia: “Valutando il ricorso di alcuni clienti per un assegno sparito da un milione di dollari, Gino A. G. Bianchini, presidente di Enercons, venne accusato di aver fatto fare all’assegno una serie di giri a vuoto per bypassare le norme sulla sicurezza”. Ancora. Lo stesso Bianchini, definito truffatore, viene accusato di aver organizzato un sistema fraudolento di finte esportazioni per sottrarre circa 16 milioni di dollari a banche italiane e straniere col fine di fallire e tenersi i finanziamenti. Appello venne fatto da Banca Emiliana, banca di Sondrio, Banca Agricola Mantovana, ma Bianchini si salvò perché aveva usato un’altra società come scudo”.
Abbiamo inquadrato, dunque, chi sia Gino A. G. Bianchini.
Perché era rilevante saperlo? Perché costui, in data 22 marzo 2001, emise – all’ordine dell’Italia dei Valori – un assegno post-datato del valore di 50.000 dollari, da incassarsi il 13 maggio 2001. Ecco l’assegno:
Fin qui, però, poca roba. Le cose rilevanti sono altre; tre, per l‘esattezza: la prima, è che il 13 maggio 2001 si votò per il rinnovo del Parlamento italiano; la seconda, è che un certo Gino Bianchini (un omonimo?) fu candidato – come ho appurato grazie a Wikipedia - nel collegio senatoriale Roma Trieste (eccovi l’immagine ingrandita).
La terza, ed è la notizia più importante, è che il signor Gino A. G. Bianchini, 24 ore dopo le votazioni, indirizzò a Di Domenico una missiva dal contenuto assai inquietante, che Libero ha pubblicato (ed il Corriere della Sera, no), e che vi riporto:
“Rimango ovviamente con Di Pietro ma debbo rientrare a curare le mie cose in Toscana e poi in Usa. E’ ormai penosamente chiaro che non sono stato eletto quindi strappa il mio assegno di 50.000 dollari che annullo. Nel caso di un miracolo, ve lo sostituisco con altro BEN MAGGIORE (…). Un abbraccio a Antonio e a te”, Ing. Gino Bianchini, 14-05-01.
Di Domenico, su Bianchini, ha dichiarato che fu:
“Segnalato da Di Pietro in quanto proveniente da ambienti politici vaticano-americani, ma che io ravvedendo in quella forma di finanziamento piuttosto un acquisto di cariche politiche e quindi una certa pericolosità mi sono rifiutato di portare all’incasso”.
E sull’assegno incriminato, ha precisato:
“Una sera Bianchini mi allungò un assegno di 50 mila dollari, ma con scadenza “13 maggio 2001″, il giorno delle Politiche, con la ragione causale “elections”. In pratica, mi veniva detto dai suoi sostenitori che quello sarebbe stato solo l’anticipo della ben più cospicua somma di finanziamento. Si parlava addirittura di somme dieci volte maggiori…”.
Va detto, però, che Di Pietro – a Libero – ha provato a chiarire:
“Non ho mai visto quell’assegno, anzi vorrei capire a che titolo Di Domenico lo aveva in mano e perché non lo ha distrutto come gli chiedeva Bianchini”.
Non resta che sperare la magistratura indaghi al riguardo (non ridete!).
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Tonino, rispondi: che rapporti hai avuto con i Servizi segreti?
giovedì, 4 febbraio 2010
Dei rapporti intrattenuti da Di Pietro con i Servizi Segreti abbiamo parlato ampiamente in questo post, prima che venissero diffuse le foto che lo ritraggono a cena coll’allora numero tre del Sisde, Bruno Contrada (arrestato nove giorni dopo quell’incontro, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa).
Qui, oggi, ci si limiterà a riportare alcune domande rivolte da Libero e da Il Giornale all’ex pm:
1) Che ci faceva Di Pietro a cena col funzionario del Sisde Bruno Contrada poco prima che l’arrestassero?
2) Se Di Pietro era in rapporti con la Procura di Palermo, probabilmente sapeva che Contrada stava per essere arrestato: perché è andato a mangiare con lui?
3) Perché dopo l’arresto di Contrada non avvertì il capo del pool, Borrelli, di essere andato a cena con un capo dei servizi segreti in odore di mafia?
4) Perché quelle foto sono state occultate per anni?
Richiesta d’arresto per Antonio Di Pietro?
domenica, 31 gennaio 2010
Nelle redazioni dei giornali corre voce che Di Pietro possa essere colpito, a breve, da una richiesta di custodia cautelare (forse in relazione a questa vicenda).
La notizia è stata data dal giornalista Giovanni Fontana (via FriendFeed), e poi è stata ripresa da Mantellini e da Il Giornale.
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Salve, mi chiamo Tonino Di Pietro e cambio opinione politica una volta al giorno (2)
venerdì, 29 gennaio 2010
Tonino, ne abbiamo già parlato, è un uomo politico molto coerente. Come no!
“Vendola si è all’improvviso ammalato di berlusconite, noi siamo la cura, gli stiamo dando ossigeno. Lui non è manco indagato ma si rende conto che sta sulla nave che sta affondando, di cui è il comandante. E invece di ringraziare i soccorritori, la magistratura, si arrabbia” (12 agosto 2009).
“Accordo politico solo se c’è Boccia. Ricambio della classe dirigente e via Nichi Vendola” (30 agosto 2009).
“Vendola faccia un passo indietro…molto meglio per tutti evitarle, le primarie” (29 novembre 2009).
“Attorno a Vendola troppo malaffare” (3 dicembre 2009).
“Vendola ha fallito, si faccia da parte. Vendola ha commesso degli errori, e per questo motivo chiediamo un nuovo candidato” (14 dicembre 2009).
“Faccio i miei migliori auguri a Nichi Vendola (…). La vittoria di Nichi Vendola è la vittoria dei cittadini sugli schemi preconfezionati delle logiche di partito e della partitocrazia (…)” (24 gennaio 2010).
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