Un altro gruppo di bontemponi? Un altro gruppo di goliardi?
Articoli marcati con tag ‘Character assassination’
“Cercasi killer professionista per uccidere Berlusconi”, gli effetti della campagna d’odio de la Repubblica e di Di Pietro
lunedì, 19 ottobre 2009“Resuscitiamo le Brigate Rosse ed ammazziamo Berlusconi”, gli effetti della campagna d’odio de la Repubblica e di Di Pietro
lunedì, 19 ottobre 2009Un altro gruppo di simpatici burloni?
Meno male che è stato chiuso (l’immagine è tratta dalla cache di Google).
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“Uccidiamo a badilate (o con lapidazione) Berlusconi”, gli effetti della campagna d’odio de la Repubblica e di Di Pietro
domenica, 18 ottobre 2009Sono solo chiacchiere da bar? Un gioco innocuo? Un divertissement innocente come tanti altri?
La cosa più sconvolgente, è che queste persone odiano Berlusconi senza averne una giustificazione plausibile, cioè politica. Lo odiano solo perché viene rappresentato loro come incarnazione del Male, e quindi considerano necessario, giusto e doveroso contrastarlo in ogni modo e abbatterlo!
Queste persone, come milioni d’altre, ignorano finanche quali siano i provvedimenti di governo adottati da Berlusconi. Sono certo, ad esempio, nessuno di essi sappia della social-card, e nessuno immagini che essa costituisca, nella storia repubblicana, il primo – ancorché modesto, modestissimo – intervento a favore di chi si trovi in condizione di “povertà assoluta”. Sono all‘oscuro di questo, ne sono certo, così come ignorano la quasi totalità degli interventi adottati dal suo esecutivo.
Questo, è l’effetto più perverso della criminalizzazione continua ai danni di Berlusconi, fatta da la Repubblica e da Di Pietro: è che, ormai, lo si attacca a priori, senza un perché. Lui, come chi lo supporta.
Siamo arrivati al punto che finanche noi blogger di centrodestra, sempre più di frequente, veniamo apostrofati – ed è ciò che fanno Curzio Maltese e Giuseppe D’Avanzo, con i giornalisti di Libero e de Il Giornale -, quali servi, scendiletto prezzolati, cani scodinzolanti. Insomma: si ritiene che chi appoggia Berlusconi, e le sue politiche, non possa farlo se non per convenienza personale.
Capite la gravità di questo assunto, oppure no? Capite che vogliono morti finanche noi, o no?
Questo blog esiste da 4 anni, e in 4 anni nessuno mai s’era permesso di dirmi: “Ma ti pagano, per scrivere certe cose”? E negli ultimi mesi, commenti di questo tenore, sono piovuti qui in quantità industriale! Commenti che offendono chi li lascia; ma più ancora gli elettori moderati e democratici di sinistra! Perché queste valutazioni danno l’idea del nullo tasso di democraticità della più parte degli elettori della gauche italica. Per i quali, questo sembra, non è possibile votare centrodestra. Chi lo fa, necessariamente, deve avere motivazioni inconfessabili. E’ criminalizzazione allo stato puro!
Prendete le distanze da la Repubblica e Di Pietro, e dalla loro campagna d‘odio e di plagio. Mostrateci che un’altra sinistra, democratica e civile, esiste. Noi non la vediamo! C’era sembrato di scorgerla nel progetto originario di Pd tratteggiato da Veltroni. E, infatti, molti di voi l’hanno “killerato“, preferendogli il fascista Di Pietro!
Fermate la campagna d‘odio de la Repubblica e di Di Pietro! Fermatela voi, che votate a sinistra; noi non possiamo fare alcunché. Noi abbiamo i fucili puntati contro. Noi siamo nel mirino di questa gente!
Siete voi, che dovete ribellarvi. Perché questa degenerazione del clima politico rende impossibile innanzitutto alla “sinistra vera” di presentarsi quale alternativa credibile all’attuale maggioranza di governo. Ma chi credete possa votare persone che paragonano Berlusconi ad Hitler, se non dei pazzi? Pensate che persone dotate di raziocinio, cultura, intelligenza media; persone che hanno problemi economici e faticano ad arrivare alla quarta settimana, accettino di “barattare” il voto dato a Berlusconi, con un voto a favore di chi, da oltre un anno e mezzo, non dice una – che sia una! – parola di politica e pensa solo a berciare insulti?
La Repubblica e Di Pietro, cari compagni del Pd, stanno ammazzando voi. Non solo noi!
Ribellatevi, se siete democratici per davvero.
P.S.: ma la Polizia Postale cosa aspetta ad oscurare questo gruppo Facebook? Cosa????
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Minacce di morte a Berlusconi, Fini e Bossi
sabato, 17 ottobre 2009
Al quotidiano Il Riformista è stata recapitata una missiva contenente minacce di morte indirizzate a Berlusconi, Fini e Bossi, firmata dalle “Brigate rivoluzionarie per il comunismo combattente”.
Questo, il succo della lettera: “Berlusconi dimettiti e consegnati alla giustizia, altrimenti ti giustizieremo noi”.
Niente di cui preoccuparsi, vero?
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Deliri nazicomunisti
giovedì, 15 ottobre 2009
Riporto dal blog della mia amica DestraLab, un commento lasciato su un sito che non intendo linkare, perché il tenutario dello stesso è persona di cui ho massima disistima, in quanto nei suoi scritti esprime, spesse volte, posizioni assimilabili a quelle vietate dalla legge Mancino (quantunque dichiari di essere un liberale). Si parla di Berlusconi, e della farneticante dichiarazione di un dirigente modenese del Partito democratico. Ecco il commento:
“E’ la stessa cosa che ho pensato anch’io varie volte: possibile che qualcuno non sia in grado di ficcargli una pallottola in testa, piuttosto di organizzare un attentato a un giuslavorista?”.
Attendiamo che le Forze dell’Ordine e la Polizia Postale si diano immediatamente da fare per arrestare il commentatore, ove ve ne siano gli estremi, e per sanzionare il tenutario del blog che ha consentito fosse espresso il succitato delirio nazicomunista.
Chi è di sinistra, e non si dissocia da queste farneticazioni, vuol dire che le condivide. E per questo motivo, è persona che andrebbe espulsa da ogni consesso democratico.
Nessuna tolleranza per gli intolleranti, per i violenti e per chiunque dimostri di non avere rispetto per la democrazia.
Non vogliamo si ritorni agli anni di Piombo.
Memento:
Un dirigente modenese del Pd: “Ma santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?”.
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Beh, ora si sta davvero esagerando
mercoledì, 14 ottobre 2009Un esponente modenese del Pd: “Ma santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?”.
Gianpaolo Pansa ha ragione: dobbiamo abbassare i toni. E dobbiamo farlo tutti. A cominciare da quelli – lor signori de la Repubblica e Di Pietro – che fin qui hanno usato un linguaggio da squadristi contro Berlusconi.
Ci si fermi prima che sia troppo tardi.
Detto questo, attendiamo che Franceschini espella l’autore della dichiarazione delirante dal suo partito.
[H. T.: Il Fazioso]
Aggiornamento delle 19.00.
Su Twitter, ho appena chiesto quanto segue a Franceschini:


Nervi saldi e cambio di rotta
lunedì, 5 ottobre 2009
Il Noemi-gate; le 3.000 foto di Zappadu; il caso Patrizia D’Addario; le voci su un‘imminente offensiva giudiziaria.
Era il 14 giugno, e per descrivere quanto iniziava a prendere forma, e che sembrava seguire un copione ben preciso – in quanto nulla di ciò che andava verificandosi, o che s’era già appalesato (gli eventi succitati), appariva casuale, poiché tutto risultava chiaramente tenuto assieme da un sottile filo rosso, il sesso, fin lì mai venuto a galla quale “crimine“, ennesimo, addebitabile all’incarnazione vivente del Male, Silvio Berlusconi -, ecco, per descrivere l’inedita successione di fotogrammi, e soprattutto donde originasse la pellicola appena distribuita, qui non si esitò a scomodare l’espressione Golpe. Intendendosi con essa, non già un colpo di stato armato, ovviamente, ma un più efficace putsch bianco: un complotto ordito da una pluralità di soggetti, economici e politici in primis, avente come finalità l’assassinio dell’immagine del Premier (character assassination); la qual cosa, nelle intenzioni di chi si immaginava intento a tramare, avrebbe dovuto indurlo, presto o tardi, a rassegnare le dimissioni.
Ci sembrava visibile – sia pur in filigrana – una trama costruita a tavolino, perché risultavano cambiati “gli utensili” fin li usati per provar ad abbattere il Mostro di Arcore. E questo rivelava, ai nostri occhi, un “disegno intelligente”, cioè la consapevolezza che gli arnesi fin lì adoperati – le Operazioni Giudiziarie ad orologeria – fossero divenute armi spuntate, non più utilizzabili; in quanto “argomenti” cui l’opinione pubblica aveva fatto il callo, finendo per risultare indifferente ad essi.
Naturalmente, ad insospettirci, non era solo il cambio della pistola, che indiscutibilmente appariva una “mossa indovinata”, e dunque qualcosa di non casuale, ma anche il fatto che i proiettili che venivano esplosi con la nuova arma, fuoriuscissero con eccessiva rapidità, e troppo ravvicinati l’uno a l’altro, per non apparire “pilotati”. Mai s’era parlato di gnocca, o non a questi livelli, in relazione a Silvio; e dalla sera alla mattina, egli ci veniva descritto come il più grande puttaniere mai conosciuto in Occidente (dopo di noi, s‘intende). Troppo, per non apparire frutto di un disegno orchestrato. Troppo, per non apparire artefatto.
Poiché, però, le accuse erano forti, ed era necessario poggiassero su fondamenta ed argomenti un minimo solidi, per essere quantomeno teoricamente valide, oltre alle ragioni suesposte – quelle derivanti dalla necessità di cambiare arma, per continuare a condurre proficuamente la sempiterna offensiva contro l’Orrida Fiera -, qui se ne offrirono delle altre, a supporto della tesi golpistica: innanzitutto, il Piano, si disse, è stato elaborato da importanti soggetti economici (i Pupari), nel momento in cui essi hanno avuto certezza di non poter essere “soddisfatti”, nelle loro richieste, dall’esecutivo in carica. Reclamavano riforme strutturali, e misure significative destinate al rilancio dell’economia. Il governo s’è mostrato sordo a tali richieste, per pavidità, scarsa fiducia nel mercato (e nei suoi valori) e assenza di quattrini da usare allo scopo, e i soggetti economici hanno deciso di partire all’attacco, per disarcionare il Cavallerizzo di Palazzo Chigi.
Naturalmente, quando hanno deciso di muoversi, sapevano di poter contare su una pluralità di soggetti, anch’essi interessati all’eliminazione dell’Inquilino, sia pur per ragioni diverse. E così hanno bussato alla porta di vecchi e nuovi nemici dello Stallone di Arcore. All’appello, com’era facile immaginare, hanno risposto tutti – o quasi – i chiamati in causa (i Pupi): i nemici politico-imprenditoriali dell’Uomo nero, quelli con residenza in Svizzera, ed entrature a Londra, in Spagna e in ogni altro luogo si possa far quattrini, usando l’ausilio del Soccorso Rosso; alcuni esponenti dell’opposizione parlamentare, noti per avere ottimi rapporti negoziali con la Magistratura militante e assai democratica, e che in passato non sono finiti al gabbio – per storielle di finanziamenti illeciti – proprio perché hanno offerto uno scranno in Parlamento – vita natural durante – a chi indagava su di loro, e che ha accettato di buon grado il “Bar(i)atto”; i neo paladini – assai fini – di battaglie simil-progressiste, sempre scalpitanti, ancorché ronzini, per subentrare al posto del Purosangue; e certi novelli timorati di Dio, che tra un’Ave Maria e l’altra, una citazione del Levitico ed una del Capitale, si son rotti il cazzo di galleggiare nella penombra, da circa tre lustri, pur possedendo – soi-disent – enormi doti intellettive e da statista.
Queste le premesse (riassunte assai brevemente), arriviamo ai fatti.
Nelle ultime settimane, l’espressione Golpe è stata da più parti usata: lo ha fatto Brunetta, e poi alcuni dirigenti del Pdl, e stamane, infine, Feltri su Il Giornale. C’è nervosismo, evidentemente. D’altra parte, oltre all’indiscutibile offensiva mediatica – a base di mignotte, fica e Viagra – che va avanti da più di quattro mesi, si è aggiunta la sentenza (di primo grado) del Tribunale civile, che impone a Fininvest di pagare un risarcimento di 750 milioni di euro all’Ingegnere residente in Svizzera; e domani è attesa la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Consulta.
Tutti eventi, dunque, che rendono l’assedio più pressante; e la convinzione che esista un Piano destabilizzante, più forte.
E tuttavia, dalla bocca di certuni esponenti del Pdl, è arrivata una proposta che va rifiutata senza se e senza ma: quella di scendere in piazza con una maxi-manifestazione di sostegno al governo (nei commenti a questo post, in cui si proponeva uno sciopero della fame e della sete, come forma di protesta contro il progetto golpista, qualcuno già avanzava la richiesta di una mega-manifestazione).
La proposta va rifiutata per diverse ragioni: innanzitutto, perché in piazza manifesta sempre e solo l’opposizione, e solo nelle dittature si vedono cortei a sostegno dell’esecutivo in carica; in secondo luogo, scendere in piazza, denoterebbe paura e il sentirsi messi all’angolo. Sarebbe un autogoal.
Chi è al governo, ha altri mezzi per reagire ad offensive del genere; uno, in particolare: il fare.
Il fare che intendiamo noi, ovviamente, è il fare l’interesse del Paese. E’ l’adottare provvedimenti che possano tornargli utile. E’ il varare misure che diano sostanza al programma con cui ci si è presentati alle elezioni. E’ il lavorare. Senza requie.
Il fare che intendiamo noi, inoltre, è il fare delle persone sagge. Quelle che capiscono e riconoscono che per andare avanti, di tanto in tanto, occorre cambiare strategia, gioco, e puntate; e questo, a volte, comporta rinunce.
Ciò che intendo dire è che il governo non ha alcunché da temere, ma deve cambiare strategia, gioco e puntate; e deve accettare alcune rinunce.
La priorità, per l’esecutivo, deve diventare una sola: la crescita economica. Se c’è questa, Berlusconi sarà invincibile e intoccabile. Se questa manca, Berlusconi andrà a picco nel giro di 8 mesi al massimo.
La priorità non può che essere questa, per tante ragioni, di cui però c’interessa esaminarne una sola (per ragioni di brevità): dal 1994 ad oggi, nessuna coalizione ha mai governato per due legislature di fila, perché nessuna è mai riuscita a garantire una crescita economica sostenuta, assieme ad una sensibile contrazione del prelievo fiscale. Mai.
Se l’economia cresce, se il governo raschia il fondo del barile per reperire risorse onde abbassare le tasse, Silvio è in una botte di ferro. Se ciò non avviene, diventa plausibile l’ipotesi di un nuovo governo di “salvezza nazionale”.
La questione, però, è che per fare quanto appena esposto, si deve ricalibrare l’azione di governo, e le priorità dello stesso; in quanto la coperta è corta – sai che scoperta! – e se aggiungi da una parte, togli da un’altra.
E veniamo alle rinunce: Berlusconi deve rinunciare ad alcune costose – e probabilmente inutili – opere faraoniche, perché l’ordine delle priorità è cambiato, evidentemente.
Serve il Ponte sullo stretto di Messina, o forse è più utile impiegare le relative risorse – o almeno una parte di esse – per abbassare di 2,5 punti il cuneo fiscale alle imprese (5 miliardi di euro), onde consentire più agevolmente alle stesse di stare sul mercato e non licenziare? Io credo serva di più la seconda cosa.
Serve costruire – in puro stile Fanfani – nuovi alloggi popolari, per dare un tetto a canone agevolato a chi oggi paghi una pigione esosa e versi in condizione di disagio economico, o è meglio garantire a queste persone, un abbattimento strutturale delle tasse da realizzarsi subito? Credo sia più proficua la seconda ipotesi.
Serve spendere 100 miliardi di euro – o addirittura 150 – per “mettere all’opera” il cosiddetto Federalismo fiscale, che nulla garanzia di riduzione delle tasse dà (ed anzi!), o è meglio spendere una parte di questi soldi per garantire subito un generale abbattimento delle aliquote ai percettori di redditi bassi, onde rilanciare immediatamente – e non tra 10 anni – i consumi e il Pil; e per finanziare la no tax region (il cui costo dovrebbe aggirarsi attorno ai 5 miliardi di euro), nel Sud Italia, che potrebbe garantire buoni livelli occupazionali e di sviluppo, di cui certamente beneficerebbero in tanti? Io credo che non si possa che propendere per la seconda alternativa.
Se Berlusconi capisce queste cose, non ha alcunché da temere: il popolo sta sempre con chi si prende cura dei suoi bisogni materiali, e lo premia.
Se Berlusconi non cambia rotta, però; non capisce che deve rinunciare alle opere faraoniche (con cui vorrebbe consegnare il proprio nome all’immortalità); se non capisce che chi è nato leone, non può limitarsi a ruggire, ma deve anche dimostrare di possedere una forza fuori dal comune, ed è forte chi riesce a cambiare per adattarsi, finirà per apparire null’altro che un’anatra zoppa. Precisamente ciò che sognano i suoi avversari.
Forza, Silvio, rialzati e torna al lavoro.
E niente piazze, solo fatti.
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AnnoZero: da servizio pubblico a servizio pubico. Ma nessuno lo tocchi
mercoledì, 30 settembre 2009
Ogni anno, puntuale come un orologio svizzero, va in onda Michelino Santoro accompagnato dal suo plotone di sanculotti e lacchè di Regime.
Ogni anno, con la puntualità di un orologio svizzero, la messa in onda di Michelino Santoro e del suo plotone di sanculotti e lacchè di Regime, manda in bestia qualche fulgido esponente del centrodestra, cui, difettando sempre intelligenza e saggezza, pare ovvio e necessario sparare ad alzo zero contro l’Illustre Maggiordomo di Sinistra, denunciandone la faziosità e parzialità (come se non fossero note anche alle pietre!) e chiedendone, in un modo o nell’altro, un ridimensionamento; così che lo stesso abbia argomenti, di cui altrimenti sarebbe privo, per lamentare un imminente rischio-censura che starebbe per abbattersi su di lui per volontà del Dittatore di Arcore.
Ogni anno, con la puntualità di un orologio svizzero, la presenza in video di Michelino Santoro e del suo plotone di sanculotti e lacchè di Regime, dà il via al sempre inedito – quantunque pluridecennale – dibattito a mezzo stampa riguardante l’iniquità del versamento del canone televisivo a Mamma Rai, iniquità derivante dal fatto che la suddetta emittente pubblica, pur essendo pagata con i soldi di tutti i contribuenti, dia voce solo ai Compagni Maggiordomi di Sinistra, alle loro ragioni e alla loro propaganda.
Ogni anno, con la puntualità di un orologio svizzero, il combinato disposto della presenza in video di Michelino Santoro, e delle richieste censorie avanzate a suo danno, spinge certuni – tra cui il presente pirlacchione – a ribadire le medesime e fruste ovvietà, così riassumibili: nessuno tocchi Michelino Santoro; lo si faccia parlare come e quando ritenga; fa niente che Mamma Rai sia un Feudo esclusivo dei Maggiordomi di Sinistra (Corradino Mineo, Serena Dandini, Fabio Fazio, Luciana Litizzetto, Milena Gabanelli, Giovanni Floris, la corazzata del Tg3, Michele Santoro, Vauro, Marco Travaglio, Lucia Annunziata, Enrico Bertolino, Corrado Augias); si deve sottostare a questa somma ingiustizia, non farlo farebbe il gioco dei suddetti Maggiordomi, e consentirebbe loro di paventare come certi il rischio-Regime e il rischio-censura; non capirlo significa essere pericolosamente stupidi; ciò che si deve fare è solo invocare un incremento dell’offerta televisiva, onde creare trasmissioni di approfondimento politico di destra, faziose e partigiane quanto quella di Michelino; se si vuole che l’emittente pubblica – che per il sottoscritto andrebbe privatizzata - sia davvero di tutti, e quindi anche degli elettori-contribuenti di destra che sono in maggioranza, non si devono comprimere gli spazi a disposizione della sinistra, ma se ne devono creare di nuovi e che ospitino la destra. Così che sia possibile “battagliare” ad armi pari, e garantire per davvero il pluralismo informativo.
Michelino Santoro è intenzionato a trasformare – in parte l’ha già fatto con la puntata della settimana scorsa – il servizio pubblico in servizio pubico, sol perché ritiene che così facendo possa conseguire il suo obiettivo politico, che è quello di screditare Berlusconi, assassinandone l’immagine, onde fargli perdere consensi?
Lo faccia! Anche se non è giornalismo, il suo, ma solo uso politico – e di parte – di uno strumento televisivo che è di tutti.
Noi destri, però, dobbiamo rimanere impassibili. Al massimo dobbiamo farci carico, come su esposto, di una battaglia di civiltà e democrazia.
Lunga vita, dunque, a Michelino Santoro (in attesa che approdi in Rai un suo omologo di destra).
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Che senso ha?
sabato, 26 settembre 2009
La minoranza parlamentare ha il diritto/dovere di fare opposizione al governo nei modi e nei termini che ritenga più opportuni. Ci mancherebbe.
Ci sono, però, due regolette che a nostro modesto parere dovrebbe sempre rispettare: contrastare l’esecutivo raccontando solo la verità; mai sconfinare in atteggiamenti che integrino un’istigazione all’odio o, peggio, alla violenza.
Un’opposizione che si attenesse a queste due semplici regole, non solo farebbe davvero l’interesse del Paese, ma ne ricaverebbe anche benefici: dimostrerebbe di essere provvista di argomenti e proposte convincenti; sarebbe considerata efficace ed affidabile; verrebbe premiata, alla prima occasione utile, magari anche da chi non dovesse averla ancora mai votata.
Viceversa, un’opposizione che non riuscisse a fare a meno delle menzogne e della delegittimazione per contrastare l’attività di un esecutivo, alla lunga non solo apparirebbe come priva di qualunque appeal, ma finirebbe anche per convincere gli elettori che il governo lavora così bene, che l’unico modo di contestarlo è quello di raccontar balle sul suo operato.
Per questo mi chiedo:
Che senso ha, ad esempio, raccontare che l’evasione fiscale sia in crescita, quando tutti i dati dimostrano il contrario?
Che senso ha affermare che questo governo non fronteggi – o addirittura che aiuti – la Mafia, quando nel pacchetto sicurezza sono contenute norme di contrasto alla stessa (l’inasprimento del carcere duro per i mafiosi; il divieto di patteggiamento in appello; la norma che facilita e rende più rapidi la confisca e il sequestro dei beni dei malavitosi) – norme, tra l’altro, contro cui l’opposizione ha votato -, e quando lo stesso esecutivo, grazie all’ottima azione del Ministro Maroni, ha garantito alle patrie galere centinaia di esponenti della criminalità organizzata, dall‘inizio della legislatura?
Che senso ha raccontare che l’abolizione dell’Ici riguardi le persone facoltose, quando in verità a beneficiarne è il 60% degli italiani, con esclusione – guarda caso – di chi possieda ville o “case di pregio“?
Che senso ha raccontare che questo governo “toglie ai poveri per dare ai ricchi”, quando la più parte dei provvedimenti economici adottati dallo stesso, ha come destinatari – attraverso la social-card, il bonus famiglie, il bonus elettrico e il bonus gas – persone che versano in condizione di disagio economico?
Che senso ha raccontare, come hanno fatto Anna Finocchiaro e Dario Franceschini, che il reato di immigrazione clandestina “non esiste in alcun Paese al mondo, nemmeno negli Stati Uniti d’America che pure hanno problemi di immigrazione da sempre”, o che con la sua introduzione “la destra vuole tornare alle leggi razziali”, quando il reato in questione è presente nell’ordinamento di una molteplicità di nazioni progredite, a cominciare proprio dagli Stati Uniti, e in alcuni paesi – è il caso della Germania – esso è stato introdotto dalla sinistra?
Che senso ha, e potrei continuare all’infinito con gli esempi, postulare che qualunque cosa faccia l’esecutivo in carica, sia sempre e comunque sbagliata e dannosa per il Paese?
Che senso ha, insomma, il pre-giudizio e la contestazione sempre e solo aprioristica?
Che senso ha, in ultimo, far ricorso alle minacce?
“Quelli per male sono i politici del centrodestra, meglio farli smettere, prima che qualcuno si arrabbi davvero e riporti la violenza nel nostro Paese”.
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Il punto
lunedì, 14 settembre 2009
Fini non punta al Quirinale, non è il suo obiettivo principale. Fini punta a Palazzo Chigi, e vuole arrivarvi in questa legislatura.
Per capire appieno il progetto del Presidente della Camera, bisogna fare un passo indietro. E con le lancette tornare all’aprile 2008, quando il centrodestra vinse le elezioni politiche.
Lo sfondo è quello di Porta a Porta; le urne sono chiuse; la vittoria della coalizione guidata da Berlusconi, e con nove punti di vantaggio sul centrosinistra, è un fatto certo. Fini, ospite di Vespa, non riesce a nascondere il proprio disagio. Il suo volto racconta una delusione cocente: non s’aspettava un risultato del genere; forse immaginava una vittoria meno netta del Cavaliere o, meglio, un pareggio tra le due coalizioni. In quest’ultima ipotesi, infatti, l’ex leader di An avrebbe potuto far fuori immediatamente Silvio; accantonare una volta e per sempre la sua leadership; gestire in modo autonomo il Pdl; preparare le condizioni per la propria ascesa al trono di leader del centrodestra e di candidato premier. Insomma: Fini sperava in un risultato che imponesse il varo di un esecutivo di larghe intese. Un Gabinetto della durata di due o tre anni, che avrebbe dovuto affrontare la crisi economica, l’avvio di alcune riforme costituzionali e la modifica dei regolamenti camerali. In poche parole: Fini sognava un esecutivo che tenesse a battesimo la Terza Repubblica, e suggellasse il superamento del berlusconismo. Ma, ancora una volta, aveva sottovalutato Berlusconi e la sua presa sull’elettorato.
Le urne, infatti, consegnano un messaggio chiaro e inequivocabile, in quell‘aprile 2008: il Cavaliere è forte, la sua leadership è tutt’altro che appannata. Niente, dunque, che faccia immaginare come conclusa la parabola politica dell’uomo di Arcore. Che fare?
Il complotto.
Il leader della destra capisce che la Presidenza della Camera può giovargli: una posizione più defilata, meno politica e meno in vista, gli consente di muoversi nell’ombra, e di preparare l’assalto al Cav. senza destare troppo allarme nell’inquilino di Palazzo Chigi. Inizia così a muoversi alacremente, e a cumulare tasselli che possano tornargli utili al momento più opportuno: quando il velo calerà, e il mosaico – alla cui composizione egli ha lavorato con certosino impegno – apparirà come l’unica immagine, l’unico scenario possibile.
Fini decide che per disarcionare Berlusconi sia venuta l’ora di usare qualunque mezzo, anche il meno nobile, anche il più scorretto. Costruisce rapporti con chi, per ragioni diverse, vuol far fuori il Cavaliere. Partecipa alla definizione di un piano che dovrà articolarsi in una molteplicità di mosse, e che dovrà contemplare attacchi su più fronti, portati a segno con una virulenza senza precedenti, e nel più breve tempo possibile. Bisogna fare in fretta, difatti: perché il piano sortisca l’effetto sperato, è necessario il Paese sia ancora avvolto dalla cappa della crisi economica internazionale. Quest’ultima, infatti, non permette vi sia una “crisi al buio”, o un ricorso anticipato alle urne: se l’esecutivo in carica si dimette, è necessario si dia vita ad un gabinetto di unità nazionale che porti l’Italia fuori dal guado.
Muoversi in fretta, dunque; e colpire da più parti. Un accerchiamento che non dia un attimo di tregua, e che non consenta a Berlusconi di rifiatare. In quest’ottica, e solo in questa, si riesce a capire la rapida sequenza – la surreale successione – di eventi che si sono abbattuti sul Premier, con la forza di uno tsunami: il Noemi-gate; le 3000 foto scattate da Zappadu; la prostituta D’Addario che si insinua a Palazzo Grazioli, munita di registratore per incastrare Silvio. Il tutto condito da una sapiente campagna stampa, nazionale e internazionale. Obiettivo: killerare l’immagine del Premier, onde indurlo alle dimissioni, e creare le condizioni perché nasca l’esecutivo agognato da Fini.
Le due comari e il tributarista di Sondrio.
Il piano per detronizzare Silvio è stato predisposto da una pluralità di soggetti, politici e non. Tra le figure del Palazzo, oltre a Fini, hanno apposto la propria firma in calce alla dichiarazione di morte anticipata del Premier, Massimo D’Alema e Giulio Tremonti.
I primi due hanno siglato “l’accordo delle comari“: se cade il governo Berlusconi, il Partito democratico – che a breve diventerà interamente dalemiano, con la vittoria di Bersani al congresso – non opporrà alcuna obiezione alla nascita di un esecutivo di larghe intese, che metta in agenda i due-tre punti succitati: superamento della crisi economica (e conseguente varo di alcune riforme strutturali), riforme costituzionali e modifiche dei regolamenti delle Camere. Non solo: D’Alema si è personalmente impegnato – ed ha impegnato il “suo” Pd – a non opporre obiezioni nemmeno dinanzi all’ipotesi di un governo Fini. E qui veniamo alla strategia delle esternazioni del “compagno” Presidente della Camera.
Destra laica e liberale?
Le prese di posizione di Gianfranco Fini in materia di “fine vita” e di diritto di voto agli immigrati (alle elezioni amministrative) hanno indotto tutti a considerare due ipotesi, per giustificarle. La prima, è che il Presidente della Camera avrebbe intenzione di creare – finalmente – una vera destra liberale nel nostro paese. Una destra capace di portare a compimento quella rivoluzione liberale e liberista che Silvio s’è limitato a promettere, e mai ha realmente tradotto in fatti, dal ‘94 ad oggi. Sarebbe un bene, se così fosse. Ma Fini non ha affatto intenzione di “trasformare” il Pdl in una destra liberale. Innanzitutto, perché Gianfranco guarda – e ha sempre guardato – con diffidenza al sistema liberal-capitalistico. Ha un pregiudizio ideologico assai forte, e il cervello ancora imbevuto di propaganda “socialista e nazionale”. La stessa con cui è venuto su, politicamente parlando; e con la quale ha guidato prima il Msi, e poi Alleanza Nazionale. Si è già avuto modo di dirlo: Fini – anche perché consigliato male, da chi di politica capisce assai poco (Alessandro Campi) – guarda alla destra francese di Sarkozy. Una destra, almeno secondo i nostri canoni, liberale in quanto laica, senz’altro. Ma per nulla liberista: in quanto ancora fortemente intrisa di dirigismo, statalismo sociale (o socialista) e paternalismo (basta leggere, per comprenderlo, cosa ha scritto la sua speaker, Flavia Perina. E cosa sostiene una sua “protetta”, Renata Polverini).
Ma se non vuole creare una destra autenticamente liberale, a cosa mirano le sue esternazioni?
Quelli che la sanno lunga o, meglio, che pensano di saperla lunga, hanno formulato l’ipotesi che le sortite del Presidente della Camera mirerebbero a fargli ottenere il consenso del centrosinistra, quando si voterà per l’elezione del nuovo Capo dello Stato (tra molti anni). Fini, dunque, esternerebbe oggi, per incassare domani – tra diversi anni – il voto favorevole dei “compagni” alla sua ascesa al Quirinale. Ma è razionale questa congettura? Assolutamente no.
E perché mai si smarca dal centrodestra, allora?
Logoramento e ascesa a Palazzo Chigi, mascherati dalla volontà di dar vita ad un serio dibattito politico-culturale.
Fini non è un pivello, non è un cretinetti. Di politica capisce come pochi altri: da trent’anni e più, non si occupa d’altro. Sa che deve muoversi su più piani, per raggiungere i propri obiettivi. E sa che deve farlo, non solo perché gli è necessario a non essere smascherato subito (quale Giuda); ma perché un politico serio e scafato, non gioca mai solo su un tavolo. Deve sempre puntare su diverse ipotesi, su diversi obiettivi: non ne raggiunge uno? Deve sempre esserci una exit strategy, un piano B.
Così il Nostro, con le sue esternazioni sul fine vita, con la sua attenzione ai diritti dei migranti, si ritaglia il ruolo, male che vada, di capo della corrente laica del Pdl. E, evidenziando consonanze di vedute col centrosinistra, potrebbe effettivamente giocarsi la carta suddetta per salire all’irto Colle. Ma questo è il piano B. E’ l’ancora di salvezza per non sprofondare nell’anonimato più buio, quando e se questa legislatura dovesse concludersi “normalmente”, senza la detronizzazione di Silvio.
Ma il piano A è un altro: innanzitutto, le esternazioni che da più di un anno il Presidente della Camera offre al Paese – sempre piene di astio e acrimonia nei confronti delle politiche dell’esecutivo; sempre finalizzate a rimproverare qualcosa; sempre tese a smarcarsi – sono volte a logorare Berlusconi e il suo esecutivo, e a screditarne – almeno in parte – l’operato. A dare l’impressione, all’elettorato, che le cose, nel centrodestra, non siano proprio “rose e fiori”; onde minarne e intaccarne la “stabilità”, che per l’elettore moderato è uno dei principali fattori di pregio della coalizione berlusconiana. Non a caso, le suddette dichiarazioni astiose di Fini, in occasione delle Europee e delle Amministrative, lungi dal sopirsi, hanno assunto una vis polemica – grazie all’incursione non casuale di pretoriani finiani, vecchi e nuovi – inusitata e controproducente per il centrodestra. Quasi che l’obiettivo fosse quello di indurre gli elettori a non votare Pdl, onde indebolire Silvio.
E non a caso Fini, poi, quando è scoppiata la campagna squadristica de la Repubblica contro Berlusconi, non ha pronunciato nemmeno una parola di condanna nei confronti della stessa, pur essendo indiscutibilmente null‘altro che un‘aggressione fascista ai danni di un premier democraticamente eletto; mentre quando Il Giornale (ma anche il Corriere della Sera) ha pubblicato il decreto di condanna penale del direttore di Avvenire Boffo, non ha potuto fare a meno di esprimere il proprio rammarico per la barbarie in atto: queste, e molte altre, le prove che Fini punta a logorare Berlusconi per disarcionarlo.
Lavorare ai fianchi il Premier, accerchiarlo, farlo sentire braccato, ed indurlo alle dimissioni: a questo punta il Presidente della Camera, senza se e senza ma.
Ottenuto questo risultato, ecco allora che le sue esternazioni “eretiche” potrebbero tornargli nuovamente utili: né l’Udc né tantomeno il Partito democratico avrebbero obiezioni da sollevare ad una sua ascesa a Palazzo Chigi. In fondo Fini ha dimostrato, con la sua direzione dei lavori di Montecitorio, di voler sempre tutelare le prerogative del Parlamento, contro il “cesarismo governista” del Premier (cosa assai gradita all‘Udc); ha dato prova, inoltre, di essere profondamente attaccato alla Costituzione repubblicana, laica e non confessionale (un punto a suo favore, agli occhi del Pd). Perché mai le due forze politiche in oggetto, dovrebbero opporsi alla costituzione di un esecutivo da lui presieduto? Non c’è ragione di farlo. Anche perché questi partiti avrebbero tutto l’interesse – al pari di Fini – a mandare in soffitta la stagione del berlusconismo, per voltare pagina e dare vita ad un nuovo avvio.
Tremonti è d’accordo.
Anche il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è della partita. A conti fatti, dalla detronizzazione di Silvio ha solo da guadagnarci: potrebbe spartirsi con Gianfranco tutti gli incarichi presenti sul piatto. Uno, potrebbe nell’immediato sedersi a Palazzo Chigi per poi puntare, nella prossima legislatura, al Quirinale (Fini). L’altro, invece, potrebbe succedere alla guida del Pdl e alla premiership del centrodestra nelle prossime elezioni politiche (Tremonti).
Il tutto, ovviamente, con la benedizione di molti soggetti economici e politici. Tra quest’ultimi, in particolare, Massimo D’Alema: questi ritiene che “morto” Berlusconi, il centrosinistra possa tornare ad avere qualche chance di vittoria. Dunque accelerare la “dipartita” di Silvio, è per lui, come per gli altri, utile e ragionevole.
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