Articoli marcati con tag ‘Elezioni regionali’

Il Pd, ora, si dia un’identità e ritorni allo spirito del Lingotto

martedì, 6 aprile 2010

Le elezioni regionali sono andate come tutti sappiamo: il Pd ha preso una sonora sberla dagli elettori e ha perso quattro governatori.

Subito dopo il voto, la dirigenza del partito ha provato a ridimensionare la portata della disfatta, giocando coi numeri: Bersani si è soffermato furbescamente sulla percentuale conseguita dal Pd (il 27,1%), evitando di prendere in considerazione il parametro più importante, il numero di voti assoluti ottenuti dal medesimo. D’altra parte, si sa: quando c’è forte astensione, anche se un soggetto politico perde suffragi è possibile veda aumentare il proprio “peso percentuale”. Per spiegarlo occorrono pochi secondi e semplici esempi.

Se un partito prende 10 voti su 200 complessivamente espressi, esso avrà una percentuale del 5%; se il medesimo partito l’anno dopo ne prende 9 su 150 (votano 50 persone in meno: è aumentata l‘astensione), la sua percentuale – nonostante la perdita di un voto – sarà del 6%; se l’anno ancora dopo lo stesso partito prende 12 voti su 250 totali, nonostante l’incremento dei suffragi la sua percentuale sarà del 4,8%. Com’è facile appurare, la percentuale conseguita da un soggetto politico è un parametro poco utile a capire lo stato di salute del medesimo. Meglio soffermarsi sul numero di voti assoluti ch‘esso ha racimolato.

Ebbene, il Pd ha perso 4 milioni di voti dal 2008 e un milione dalle Europee del 2009. Anzi: a voler essere ancora più precisi, dalle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento ne ha persi – secondo l’Istituto Cattaneo1.200.000 (per ragioni di completezza, aggiungiamo che da allora il Pdl ne ha persi tra i 2.600.000 e i 3.222.000; la Lega ha visto svanire 200.000 suffragi; l’Italia dei Valori ne ha persi 447.000; l’Udc, invece, 400.000).

Fin qui, il confronto tra il risultato delle Regionali e quello delle Europee. Un confronto metodologicamente discutibile: esso, infatti, “somma” – paragona – dati disomogenei (un po’ come se si sommassero mele e chiodi). L’unico raffronto sensato è quello con le precedenti elezioni regionali, quelle del 2005. E rispetto ad allora il Pd perde su tutti i fronti: perde elettori, perde consiglieri regionali, perde Regioni e vede diminuire il proprio peso percentuale. Il centrodestra, invece, riporta un risultato diametralmente opposto: guadagna 4 Regioni e vede aumentare il numero degli eletti e dei voti ottenuti.

Tutto ciò premesso, arriviamo al dunque.

(continua…)

Se ghe?

venerdì, 2 aprile 2010

Quarantanove senatori del Pd hanno scritto a Bersani per commentare l’esito della consultazione regionale e chiedergli un cambio di rotta:

Il lavoro ordinario non basta più. I ritmi ortodossi sono troppo lenti. Le liturgie della casa sono stantie. I cartellini da timbrare sono sempre più falsati. L’imborghesimento ci tenta in continuazione ed arriva persino a coinvolgerci in scellerate trasversalità ammantate di riformismo. I nostri valori fondanti rischiano di vacillare sotto i colpi della sfiducia e di un neo relativismo che intossica le nostre coscienze per condurci verso la più colpevole accidia. Bisogna cambiare passo. Serve un supplemento d‘anima”.

Come se fosse antani, insomma.

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Elezioni Regionali 2010 – Liveblogging

lunedì, 29 marzo 2010

15.16. On va commencer.

15.30. SKY InHouse Poll: CAMPANIA: Caldoro 49,9 – De Luca 45,4. SKY InHouse Poll: PUGLIA: Vendola 46,8 – Palese 43,1. SKY InHouse Poll: LAZIO: Bonino 49,6 – Polverini 49,4 (Daw, via Twitter).

15.46. Sondaggio Piepoli per TeleNorba: PUGLIA: Vendola 46 Palese 44,5 Poli 9 (Daw, via Twitter).

16.03. Dal sito del Ministero dell’Interno: Piemonte, 3 sezioni scrutinate su 4.835, COTA ROBERTO 54,33%, BRESSO MERCEDES 43,30%. Veneto (sez. 1/4.760), ZAIA LUCA 65,07%, BORTOLUSSI GIUSEPPE 20,63%. Liguria (sez. 1/1.798), BURLANDO CLAUDIO 70,45%, BIASOTTI SANDRO MARIO 29,54%.

16.05. Secondo il comitato Polverini la Bonino sarebbe oltre il 50% (ma stiamo calmi).

16.14. Proiezione Rai 1 con copertura campione al 5%: Lombardia, Formigoni al 55,4%, Penati al 33%. Tra 15 minuti altra proiezione.

16.20. Veneto, House poll: Lega Nord al 31-33%, Pdl al 23,5-25,5% e Pd al 20,5-22,5%. IdV e Udc 6-7% (l’Occidentale, via Twitter).

16.23. Ansa, House poll per il Veneto, Zaia al 57-59%.

16.29. Proiezioni Rai 1, 5% copertura campione: Puglia, Vendola 45,1%, Palese 42%. VENETO – Zaia 62%, Bortolussi 28%.

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Il futuro è adesso: Renata Polverini

giovedì, 25 marzo 2010

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I conti della serva (Abracadabra, Sinsalabin)

mercoledì, 24 marzo 2010

La sopravvivenza politica del centrosinistra, come abbiamo raccontato ieri, dipende dall’esito delle elezioni regionali. Il perché è presto detto: la coalizione guidata da Bersani governa 11 delle 13 Regioni chiamate al voto, e in ragione di ciò è quella che rischia di più.

Quattro scenari sono possibili:

A) Il centrosinistra perde solo una Regione: la Calabria.

B) Ne perde due: Calabria e Campania.

C) Ne perde più di due: Calabria, Campania e Piemonte (e magari anche il Lazio).

D) Ne perde più di quattro (e Bersani rassegna immediatamente le dimissioni).

Questa è la “contabilità” più facile da considerare, quella che tiene conto del numero di Regioni che si possono conquistare o perdere; ed è anche quella che all’indomani del voto verrà presentata agli elettori dell’una e dell’altra parte come trofeo di caccia: “Noi governiamo la maggioranza delle Regioni e siamo la coalizione più votata dagli italiani”, diranno gli uni; “Noi abbiamo strappato ai nostri avversari tot Regioni e perciò siamo i vincitori di questa disfida elettorale”, affermeranno gli altri.

C’è un’altra contabilità, però, che difficilmente sarà presa in considerazione, almeno in pubblico, pur essendo molto importante per tutti i partiti. Ed è quella che fa riferimento alla numerosità di popolazione delle diverse Regioni. Per parlare di quest’ultima è necessario partire da alcuni dati.

Allora, il centrodestra, come noto, oggi governa in Lombardia e in Veneto. Questi due territori hanno una popolazione residente pari, rispettivamente, a: 9.742.676 abitanti, 4.527.694 residenti. A conti fatti, dunque, la coalizione di Berlusconi oggi governa 14.270.370 cittadini.

Passiamo al centrosinistra. Esso governa in:

Campania: 5.701.931 residenti. Calabria: 2.011.466. Lazio: 5.112.413. Piemonte: 4.432.571. Liguria: 1.571.783. Toscana: 3.497.806. Puglia: 4.079.702. Emilia-Romagna: 3.983.346. Basilicata: 597.768. Umbria: 825.826. Marche: 1.470. 581.

Totale cittadini governati dal centrosinistra: 29.205.387. Totale cittadini governati dal centrodestra (lo ripetiamo): 14.270.370.

Se consideriamo gli scenari descritti al principio di questo post, tenendo conto anche della numerosità di popolazione di ciascuna Regione, perveniamo a queste conclusioni:

Se il centrosinistra perdesse la sola Calabria (scenario A) vedrebbe ridursi i cittadini che governa da 29.205.387 a 27.193.919 (il centrodestra, invece, passerebbe da 14.270.370 a 16.281.836).

Se perdesse anche la Campania (scenario B) governerebbe 21.491.990 cittadini (contro i 21.983.767 del centrodestra).

Se oltre la Calabria e la Campania, il centrosinistra perdesse anche il Piemonte (scenario C 1), i cittadini sotto il “suo controllo” passerebbero a 17.059.419 (contro i 26.416.338 amministrati dal centrodestra). Se perdesse anche nel Lazio (scenario C2), il centrosinistra finirebbe col governare 11.947.006 cittadini (contro i 31.528.751 governati dalla coalizione berlusconiana).

Questi sono i numeri che fanno tremare Bersani.

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Abracadabra, Sinsalabin

martedì, 23 marzo 2010

Fossi un giornalista o un politico dell’uno o dell’altro schieramento, in questo momento eviterei di fare previsioni sull’esito delle Regionali. E per un motivo: nessuno sa, a cominciare da quelli che ogni giorno visionano i sondaggi, come esse andranno a finire. La situazione, infatti, è così incerta che è possibile accada tutto. Ovvero: che il centrosinistra subisca una clamorosa batosta, o ch’esso riesca a rimanere saldamente al potere nella più parte delle Regioni italiane. Perché questo è il punto: in gioco, in queste elezioni, è solo la sopravvivenza del centrosinistra. Non altro.

In gioco è solo la sopravvivenza politica del centrosinistra perché la maggioranza delle Regioni chiamate alle urne – 11 su 13 – è amministrata da tale coalizione. E su questo si pronunceranno gli elettori: giudicheranno come lo schieramento progressista abbia governato e se sia opportuno cambiare cavallo o confermarlo. Qualsiasi altra “lettura” del voto appare fuorviante.

La situazione, come si diceva in principio, è molto incerta perché in alcune Regioni gli sfidanti sono quasi alla pari: così è nel Lazio, in Piemonte e in Liguria.

C’è chi opina, poi, che anche in Campania il vantaggio della coalizione berlusconiana non sarebbe così tanto netto – e solido – come appariva in principio, e che il centrosinistra potrebbe addirittura riuscire a conservare la poltrona di governatore. Ne dubito: tre lustri di regime partitocratico e camorrista hanno ridotto in cenere la Campania, e il bisogno di una svolta profonda è largamente sentito dai miei corregionali.

Vi sono, poi, le cosiddette “Regioni rosse”: territori in cui la democrazia propriamente detta nemmeno esiste, e in cui i cittadini non sono nemmeno liberi di votare, con ogni probabilità (si pensi all‘Emilia-Romagna o alla Toscana). Queste Regioni, naturalmente, non possono essere conquistate dal centrodestra.

La Calabria, invece, finirà sicuramente al centrodestra: Agazio Loiero, infatti, non è mai stato in partita.

Per il centrosinistra, dunque, vi sono quattro scenari:

A) Esso perde solo una Regione: la Calabria.

B) Ne perde due: Calabria e Campania.

C) Ne perde più di due: Calabria, Campania e Piemonte (e magari anche il Lazio).

D) Ne perde più di quattro e Bersani rassegna immediatamente le dimissioni.

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La parola a Renata Polverini/2

lunedì, 22 marzo 2010

(continua…)

Emma Bonino e la fuga del terrorista Toni Negri

lunedì, 15 marzo 2010

Correva l’anno 1983. Si sarebbe votato per il rinnovo del Parlamento, e il duo Bonino & Pannella pensò di offrire una candidatura a Toni Negri.

Professore di Dottrina dello Stato presso l’Università di Padova; fondatore dell’organizzazione eversiva nota come Autonomia Operaia, Negri, agli occhi di Emma e Marco, presentava un titolo che più di altri lo rendeva meritevole di un seggio parlamentare: in quel momento, infatti, alloggiava presso una confortevole struttura carceraria, in regime di custodia cautelare, con un bel fardello di accuse sul groppone. Eccole elencate: insurrezione contro lo Stato, banda armata, associazione sovversiva, rapina, furto, omicidio di due persone, sequestro di persona e danneggiamenti. Indiscutibilmente addebiti di tutto rispetto. Solo contro un pedofilo se ne sarebbero potuti muovere di peggiori.

Le elezioni ebbero luogo in giugno. I Radicali racimolarono 800.000 voti, il 2,2% dei consensi complessivi, e portarono nel Palazzo undici deputati ed un senatore. Tra gli eletti figurava anche il professore di Padova, naturalmente.

La prima seduta del nuovo Parlamento si tenne il 12 luglio.

La cronaca di quel giorno, nel racconto di Guido Guidi (Il Giornale, mercoledì 13 luglio 1983):

Toni Negri, dal principio alla fine, ha ostentato un sorriso smagliante dietro il quale si intuiva un grande imbarazzo: l’impatto è stato duro e la giornata, per lui, densa di avvenimenti e di emozioni. I missini lo hanno insultato pesantemente in aula; i democristiani lo hanno invitato a lasciare subito Montecitorio e, comunque, ad evitare di farsi vedere in giro; i magistrati romani, con una tempestività prevista ma abbastanza inusuale hanno chiesto alla Camera l’autorizzazione a procedere contro di lui e, soprattutto, ad arrestarlo perché “i fatti contestati sono eccezionalmente gravi”.

Il primo adempimento, infatti, che la confermata presidente Nilde Jotti ha dovuto compiere è stato quello di comunicare all’assemblea che il procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, Franz Sesti, aveva chiesto d’avere la possibilità di riprendere subito l’azione penale nei confronti del neodeputato e, quindi, il processo forzatamente sospeso undici giorni or sono nell’aula del Foro Italico.

Le accuse sono quelle note da tempo: insurrezione contro lo Stato, banda armata, associazione sovversiva, due omicidi (uno volontario ed uno preterintenzionale), rapine, sequestro di persona, furti, danneggiamenti. I supporti, che il procuratore generale ha raccolto in un dossier molto voluminoso, sono costituiti non soltanto dalle confidenze di numerosi “pentiti”, ma – e questo è un aspetto abbastanza singolare del caso – dalle stesse ammissioni fatte da Toni Negri nel suo interrogatorio al Foro Italico, bruscamente interrotto dalla elezioni a deputato (…).

Per mettere bene a fuoco questa vicenda, poi, non si può prescindere dal considerare l’opera saggistica del professore di Padova. In tomi come “Il dominio e il sabotaggio” (1977), infatti, Negri definisce la propria visione politica; in qualche modo avallata, in virtù della candidatura offertagli, dal duo Bonino & Pannella:

L’azione insurrezionale contro lo Stato si articola nell’opera di distruzione dello Stato (…). La crisi capitalistica deve avere un effetto imposto e dominato dal potere proletario. Destabilizzare il regime non può essere qualcosa di diverso dal progetto di destrutturare il sistema. L’insurrezione non può essere separata dal progetto di soppressione dello Stato (…). Smantellare il sistema nemico comporta, immediatamente, la necessità di attaccare, di destabilizzare il suo sistema politico (…). Il metodo di trasformazione sociale è quello della dittatura e della eliminazione del nemico (…). E noi possiamo solo rispondere che la dittatura è, non può che essere, e noi faremo tutto quanto ci è possibile – fino a sacrificare la nostra vita, come facciamo oggi con la rivoluzione, lo faremo domani con la dittatura – perché essa sia un processo collettivo finalizzato alla libertà, all’emancipazione del proletariato (…)”.

Torniamo ai fatti.

La Camera, avendo ricevuto dagli inquirenti romani la succitata richiesta a procedere contro il leader di Autonomia Operaia, il 19 settembre di quell’anno la mise ai voti; e i deputati furono chiamati a pronunciarsi in merito all’incarcerazione di Toni Negri. Questi, però, mentre a Montecitorio si deliberava sulla sua sorte, decise di correre ai ripari e di abbandonare il Paese.

Il racconto di Massimiliano Scafi (Il Giornale, venerdì 23 settembre 1983):

Le tracce del leader dell’Autonomia si perdono martedì sera. In quelle ore il docente stava seguendo tramite Radio radicale il dibattito a Montecitorio da un rifugio segreto. Dalla sede del gruppo parlamentare del Pr Jaroslav Novak, imputato a piede libero nel processo 7 aprile, si teneva continuamente in contatto telefonico con Negri. “Era vicino Milano – ha detto Novak – in casa di amici”.

Da allora più nulla. E’ già all’estero, al sicuro, afferma Pannella. Potrebbe aver passato la frontiera con il suo tesserino universitario. Si trova a Parigi? E’ a Strasburgo? Oppure a Berlino? Qualcosa bolle in pentola. Pannella starebbe preparando una mossa ad effetto, in vista delle elezioni europee dell’84, candidando forse il professore nelle proprie liste. Rischia però nel frattempo un’incriminazione per favoreggiamento (…)”.

Latitanza; una fuga concordata con i vertici del Partito Radicale; Pannella che garantisce che Negri “è già all’estero, al sicuro”, e che, a sua volta, rischia “un’incriminazione per favoreggiamento” dello stesso.

Ma come andarono davvero i fatti, in quell’occasione? I Radicali aiutarono il terrorista Toni Negri ad espatriare?

Probabilmente in questa storia ci sono due verità: quella accertata – a suo tempo – nelle aule di giustizia; e quella custodita – ancor oggi segretamente e gelosamente – da chi, a vario titolo, partecipò a quella vicenda favorendo la fuga del leader di Autonomia Operaia.

Tra la prima e la seconda verità, come spesso capita in situazioni del genere, c’è un abisso. Lo appureremo a breve.

La prima verità può essere raccontata facilmente, grazie a Wikipedia:

Negri fuggì in Francia grazie all’aiuto di Donatella Ratti (da cui ebbe una figlia, Nina) e di Nanni Balestrini”.

La seconda verità, invece, è racchiusa in un libro pubblicato nel 1993 da un giornalista del gruppo Rizzoli Corriere della Sera, Mauro Suttora. Il libro s’intitola “Pannella, i segreti di un istrione”; e ciò che a noi interessa è contenuto nel Capitolo 23 del medesimo (quello dedicato al caso Toni Negri):

Il Parlamento concede l’autorizzazione all’arresto di Toni Negri, e i radicali non votando risultano determinanti. Nel frattempo, però, il professore è scappato in Francia sulla barca di Emma Bonino (…)”.

Suttora è stato da me contattato via mail; abbiamo avuto un breve colloquio, e nel corso dello stesso gli ho rivolto alcune domande a cui gentilmente ha risposto:

Lei accusa Emma Bonino di aver favorito la fuga di Toni Negri, mettendogli a disposizione la propria barca?

Suttora: “Non è un’accusa, è una constatazione. All’epoca sarebbe stata una rivelazione, perché nessuno lo scrisse. Forse qualche pm zelante avrebbe potuto addirittura incriminarla”.

Com’è venuto a conoscenza di questa informazione?

Suttora: “Dirigenti radicali”.

Quando ha scritto il libro era in possesso di prove che documentassero la succitata asserzione?

Suttora: “Solo la rivelazione confidenziale di una fonte”.

E’ mai stato querelato dalla Bonino per quanto ha scritto nel suo libro?

Suttora: “No”.

Emma Bonino, dunque, mettendogli a disposizione la propria barca, avrebbe aiutato a fuggire in Francia (è un reato) Toni Negri: una persona accusata di insurrezione contro lo Stato, banda armata, associazione sovversiva e omicidio.

Lo slogan che ha scelto per le Regionali del Lazio è: “Ti puoi fidare”.

Senz’altro.

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Il programma elettorale di Renata Polverini

sabato, 13 marzo 2010

Di seguito un estratto del programma di governo di Renata Polverini (cliccando qui è possibile leggerlo in versione integrale):

CON TE

La coalizione che sostiene la candidatura di Renata Polverini si riconosce nei valori della Costituzione della Repubblica e nei principi posti a fondamento della nostra democrazia e assume, come primo impegno, la difesa della visione del mondo che ispira la Carta costituzionale, il ripudio di ogni suggestione totalitaria, la diffusione, soprattutto tra le nuove generazioni, di una cultura basata sulla tolleranza, sul rispetto reciproco, sulla solidarietà, sulla netta condanna di ogni forma di razzismo, sulla dignità del lavoro. Partendo da questo preambolo, declineremo nel nostro programma le altre grandi parole d’ordine della comunità politica che si raccoglie intorno a Renata: l’orgoglio della nostra identità nazionale, il valore fondante della famiglia, l’aspirazione alla giustizia sociale e la difesa, sempre, dei diritti dei più deboli. La moralità, che rappresenta l’onore della politica, è certo tra i requisiti più importanti che oggi reclamano i cittadini da quanti si accingono a governare il nostro territorio. Per questa ragione non hanno trovato posto nelle nostre liste candidati condannati per corruzione. E’ un primo segnale, al quale dovrà far seguito un più complessivo passo indietro della politica da ogni eccesso di arroganza, da qualsiasi straripante invadenza nella cosa pubblica. A cominciare dalla sanità, dove troppo si è preteso da chi soffre e da chi è malato, senza nulla togliere alle ragioni di un vecchio modo di pensare la politica.

(continua…)

Regionali Campania e Lazio (sondaggio): Caldoro stabilmente avanti e la Polverini ritorna in vantaggio

giovedì, 11 marzo 2010

(continua…)